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Quali aspetti sono stati trascurati dal Ministro della Salute nell’aggiornamento dell’uso della “pillola Ru486”? Una riflessione su aspetti scientifici e psicologici con il prof. Noia di medicina prenatale

20 Agosto 2020

Un’interruzione di gravidanza volontaria, nel rispetto della legge 194 che ne accoglie la decisione in specifici casi, che sia con il metodo chirurgico o farmaceutico, è pur sempre un atto con cui viene tolta una vita. Il fatto di assumere un farmaco, il RU486, per tale scopo non deve incidere affatto sull’idea che l’uso sia «semplice, indolore e sicuro», afferma il prof. Giuseppe Noia, docente di Medicina prenatale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Esprime al riguardo, di conseguenza, perplessità sulle linee guida aggiornate del Ministero della salute che prevedono l’estensione temporale di assunzione dalla 7° settimana di gestazione fino alla 9° e l’esclusione del ricovero obbligatorio, con una riflessione apparsa sull’Osservatore Romano di oggi, La salute delle donne e i rischi della Ru 486 (p.3, 20 agosto 2020) che termina con uno stralcio dalla testimonianza delle ferite ricevute fisiche e psicologiche di una donna medico che non era stata bene informata.

Sul piano psicologico l’assunzione «senza il successivo controllo medico che possa monitorare l’evento abortivo e le eventuali complicanze che ne potrebbero derivare» è quanto di “più devastante”, afferma, per la relazione che si stabilisce fin da subito tra madre e figlio. La donna, spiega, percepisce la presenza di un figlio fin da subito e questa percezione è indipendente dalle sue dimensioni in centimetri e in grammi; piuttosto è proporzionale alla “presenza” del figlio. Una percezione di cui ha ascoltato diverse narrazioni da donne dopo un aborto spontaneo al secondo mese.

La scelta per il farmaco non lenisce la percezione del dolore sul piano fisico (contrazioni dolorose) né psichico di cui la donna avverte una iper-responsabilità.

Gli effetti avversi non mancano. La letteratura scientifica negli studi internazionali più recenti riporta perdite emorragiche di grossa entità e trasfusione per la maggior parte donne sottoposte dopo la 7 settimana e il rischio di mortalità è maggiore come per le complicanze emorragiche con l’estensione da 7 a nove settimane dopo un aborto farmacologico. Nel caso dell’Italia sono stati registrati nel rapporto di sorveglianza dell’ISS 2019 morti correlate alla Ru486 negli ultimi 12 anni.
C’è anche il rischio di malformazioni fetali qualora il farmaco non avesse efficacia; l’efficacia del farmaco diminuisce infatti con l’aumentare dell’epoca gestionale. Il prof. Noia fa osservare come la continuazione quanto la ripetizione della pratica abortiva con un dosaggio maggiore comporterebbe un ulteriore sofferenza alla donna.

protagonista e spettatrice dell’agonia del proprio figlio e dei fenomeni emorragici che potranno verificarsi per un periodo che può arrivare fino a due settimane e in un luogo qualsiasi, senza preavviso, esponendo la donna – nel 56 per cento dei casi – all’esperienza di vedere l’embrione espulso dal proprio corpo con tutto il sacchetto embrionale

Cosa dice in sintesi la Circolare del Ministero della Salute?

Poco più di una settimana fa, in pieno agosto, nella pausa estiva per molti, il Ministero della Salute ha emanato una circolare di aggiornamento delle linee guida riguardo all’Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) con metodo farmacologico con mifepristone e prostaglandine. Seguendo le raccomandazioni dell’Oms sulle «più aggiornate evidenze scientifiche», il fatto che il ricorso nella maggior parte dei Paesi europei a tale metodo in regime di day hospital e ambulatoriale e il parere favorevole dell’AIFA e del Consiglio Superiore della Sanità – quest’ultimo il 4 agosto scorso -, ha esteso l’uso di assunzione della “pillola” abortiva, a base di Mifepristone ( o meglio conosciuta RU 486) di due mesi, portandola da 7 alle 9 settimane di età di gestazione, ossia dal 49° al 63° giorno di amenorrea, in associazione sequenziale alla somministrazione di prostaglandine. Spiega che il medicinale Mifegyne non «presenta la controindicazione all’utilizzo dopo il 49° giorno di amenorrea» e ne ha «annullato il vincolo […] di ricovero ospedaliero dal momento dell’assunzione del farmaco fino alla conclusione del percorso assistenziale».

Redazione Bioetica News Torino