Alla ricerca di un nuovo umanesimo

di Valter Danna *
pubblicato il 18 marzo 2018
Alla ricerca di un nuovo umanesimo

Pubblicato ne «La Voce e il Tempo», 18 febbraio 2018, p. 16: il prof. Valter Danna, docente di Filosofia teoretica,  fa un’analisi sullo sviluppo scientifico, sul progresso intellettuale e sulla crescita morale.

Gli sviluppi tecnoscientifici moderni si possono riassumere in una serie di sfide fondamentali da affrontare: la ricerca in fisica di un Teoria del tutto cosmica (il sogno di Einstein); la questione della comparsa della vita e della sua possibile produzione in laboratorio; la questione dell’evoluzione che pone all’uomo la domanda sulla sua origine e del senso della sua esistenza; la questione sollevata dalle neuroscienze del rapporto della mente con il corpo (attraverso il cervello e il sistema neurale); la questione della volontà di potenza della tecnica sull’uomo e sulla sua storia. Tali sfide si possono ricondurre, in qualche modo, alla fondamentale sfida dell’identità umana: chi è l’uomo? qual’è la sua origine e il suo posto nel mondo? L’uomo si esaurisce all’interno dell’orizzonte intra-mondano e naturalistico, oppure è portatore di un’eccedenza ontologica rispetto al mondo nel quale è collocato?

Paradossalmente, è proprio nell’ambito di una «scienza dura» come l’astrofisica che fu formulato e poi sviluppato negli anni ’80 – ’90 l‘ipotesi antropica:  che nella sua formulazione forte (ne esiste anche una debole, tautologica) afferma che tutta la evoluzione cosmica e biologica sarebbe finalizzata all’emergere di un osservatore intelligente e cosciente. Tale ipotesi, che richiama la tradizione filosofica e teologica classica, riconosce all’uomo in una nuova posizione «centrale» rispetto al decentramento copernicano. L’uomo non è un osservatore neutrale rispetto a ciò che osserva, ma è parte integrante del processo cosmico, tuttavia è colui che recupera conoscitivamente l’intero processo dell’universo di cui ricerca il senso. Ha ragione il fisico Steven WEINBERG quando afferma che «quanto più l’universo ci appare comprensibile, tanto più ci appare senza scopo»? Oppure hanno ragione coloro che, raggiungendo una più profonda comprensione del mondo nella sua struttura evolutiva, non si accontentano di un’interpretazione del tutto casuale dell’esistenza ma vanno alla ricerca di un senso? La domanda travalica l’ambito scientifico, perché questo si occupa delle legge dell’universo come materia di fatto; ma la domanda «perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla?» appartiene della sapienza della filosofia e della teologia.

In una prospettiva cristiana, ciò porta al recupero del principio di finalità dell’essere e all’affermazione di un fondamento trascendente dell’universo, cioè dell’esistenza di un Dio creatore.
Parecchi scienziati hanno escluso, d’altra parte, l’ipotesi antropica soprattutto nella prospettiva teista. Per esempio S. HAWKING  e L. MLODINOW in un recente libro, Il grande sogno, ritengono che l’universo non abbia bisogno di un creatore, ma che può essersi creato da sé attraverso il nulla quantistico (che non è però un ‘vero? nulla). In modo simile pensa WEINBERG: «Se non c’è conforto nei risultati della nostra ricerca, c’è almeno qualche consolazione nella ricerca stessa… Lo sforzo di capire l’universo è tra le pochissime cose che innalzano la vita umana al di sopra del livello di una farsa, conferendole un po’ della dignità di una tragedia». Possiamo accontentarci solo di questo sforzo per attutire la «tragedia» del non senso dell’esistenza?

L’uomo mediante la sua coscienza si muove in un orizzonte conoscitivo che va ben oltre il solo riferimento empirico, ma è domanda di bene e ricerca di senso: c’è uno scopo? La sua apertura mentale e coscienziale è illimitata nel suo desiderio di conoscere il vero e di fare il bene, mentre la realizzazione di tale illimitato desiderio rimarrà sempre limitata: questa dialettica tra finito e infinito è stata indicata come la trascendenza nell’uomo rispetto all’universo fisico in cui è posto. In altre parole, l’uomo, se è coerente con il dinamismo interno della sua coscienza, non potrà mai riconoscersi solo come il prodotto dell’evoluzione cosmica, sottomesso alla specie e alla storia dell’evoluzione cosmica e, pertanto, del tutto condizionato dalle condizioni iniziali del processo cosmico; in questa prospettiva non avrebbe senso la libertà e dunque neanche la moralità della persona; e, infatti, alcuni scienziati negano la libertà, sostenendo in definitiva un determinismo generale. D’altra parte, occorre essere realisti sulla condizione umana. Pascal parlava della grandezza e della miseria dell’uomo.

L’uomo si sviluppa attraverso le forme dell’esperienza concreta nella propria tradizione socio-culturale e storica anche nei suoi limiti e in presenza di inevitabili distorsioni e aberrazioni. Pensiamo, ad esempio, allo squilibrio tra un mondo minoritario molto ricco e potente (mondo occidentale) e un mondo maggioritario privo di risorse e spesso di dignità. Se, per un verso, anche il sapere  e l’operare tecnoscientifico trovano i loro principi ultimi nei concreti dinamismi umani di esperienza, d’intelligenza, di capacità di giudizio critico e di responsabilità; per altro verso, l’uomo risulta sempre essere un miscuglio di bontà e cattiveria, di ragionevolezza e irrazionalità, d’intelligenza e stupidità, di attenzione e disattenzione. Karl POPPER osserva che il nostro entusiasmo morale mal diretto, la nostra ansia, non di rado patologica (perché narcisistica), di «migliorare» il mondo in cui viviamo, ci impediscono di «renderci conto che i nostri principi morali, certamente troppo semplici, sono spesso di difficile applicazione alle complesse situazioni umane e politiche nelle quali ci sentiamo indotti ad applicarli».

Il nostro progresso intellettuale ha superato il nostro sviluppo morale e la nostra maturità politica; la nostra abilità si mescola con la nostra cattiveria. E i risultati dell’impresa tecnoscientifica sono proprio lì a confermare questa diagnosi.

Quali vie di uscita si possono prospettare? Credo non si possa fare a meno di ritornare, a questo punto, alla nostra tradizione giudeo-cristiana che ha posta le basi dell’intero sviluppo scientifico moderno. Per armonizzare la prospettiva del progresso intellettuale con quella del progresso morale e politico, dobbiamo ricordare che, tra gli effetti del peccato, c’è un oscuramento dell’intelligenza e un indebolimento delle volontà e che il male prodotto dall’uomo è certamente dovuto a un miscuglio di stupidità e di cattiveria, accanto a un’indubbia prova di abilità e intelligenza. Infatti, la coscienza individuale e quella collettiva possono essere distorte sia da bisogni nervrotici sia da egoismi individuali e di gruppo, fino all’insorgere di una deformazione generale espressa nell’illusoria competenza universale del senso comune: essa può condurre a svariate forme di alienazione sociale e anche politica, perché ha alla sua base non solo la svalutazione dei saperi specializzati, ma anche la completa cecità di fronte alle conseguenze a lungo termine di certe scelte politiche o economiche. L’effetto è sempre un insieme di mali cronici che producono un inesorabile declino di civiltà e cultura.

Un tentativo di soluzione potrebbe essere allora la sinergia tra due diversi vettori di sviluppo: il vettore della creatività e il vettore della guarigione dal male. Il primo vettore opera dal basso verso l’alto attraverso un processo virtuoso di conoscenza e azione; esso richiede la presenza di uomini con menti aperte e creative che favoriscano processi di sviluppo e di crescita culturale e scientifica. Perciò, nelle epoche di declino dovute alle deformazioni di individui e gruppi auto-centrati e di corte vedute è indispensabile favorire processi culturali nuovi e creativi. Di fronte al dominio della tecnica si tratta di trovare delle risposte etiche adeguate che ancora non ci sono. Si tratta di articolare le comprensioni della nostra situazione tecnoscientifica in un sistema auto-correttivo non solo di tipo logico-concettuale ma secondo una comprensione piena della posta in gioco, cioè secondo il bene concreto e storico dell’umanità e del mondo in cui viviamo.

Il secondo vettore, quello della guarigione, opera dall’alto verso il basso e consiste nella trasformazione operata dall’amore verso gli altri e verso la natura.  L’amore rivela dei valori – mentre l’odio vede solo il male – e dissolve le deformazioni, rompendo i vincoli degli apparenti determinismi psicologici e sociali con cui troppo facilmente ci si mette a posto con la coscienza. Intrinseco alla natura della guarigione è il requisito estrinseco di un concomitante processo creativo. Si deve esigere che oggi si incontrino i due requisiti: creatività per le tecnoscienze come per l’economia e guarigione da parte dei teorici della morale. I ricercatori sono chiamati a mostrare come i precetti morali abbiano una base nel processo tecnoscientifico ed economico e un’efficace applicazione a esso.
Dai teorici della morale dobbiamo esigere dei precetti specificamente tecnoscientifici che sorgano dallo stesso processo di ricerca e promuovano il suo corretto funzionamento. In altri termini, si tratta di superare la polarizzazione tra proposte etiche opposte ed entrambe insufficienti: quella minimalista e nominalista di un accordo contrattuale e di una tolleranza reciproca, basata però sulla rinuncia a stabilire il vero; e la proposta monolitica e antidemocratica che si rifà a una visione metafisica fissista, basata su un’ingenua concezione della verità.
Pertanto, alla domanda antropologica su «chi sia l’uomo», dobbiamo rispondere in ogni epoca partendo dall’uomo concreto e storico che è chiamato a coniugare creatività e guarigione per un autentico sviluppo umano. Tuttavia, l’uomo creativo e guarito dal male sarà il frutto di un rinnovato impegno educativo che lo aiuti a conoscere e utilizzare le sue risorse interiori di conoscenza, di responsabilità di desiderio e di esperienza religiosa. Si apre, allora, un nuovo e complesso capitolo, quello dell’educazione che è il primo bene che l’essere umano ha diritto di ricevere per poter vivere e collaborare creativamente e a livello planetario.


Precedente Rubrica Scienze e Filosofia a cura del prof. V. Danna,  Il dominio della tecnica sull’essere umano,  «La Voce e il Tempo», 11 febbraio 2018, p. 16

 

(*) Docente di Filosofia Teoretica
Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale - sezione parallela di Torino
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