L’Amore che salva con la testimonianza di Giovanni Paolo II e il Vangelo della carità a Lourdes

Terza e ultima sessione del convegno

di Gabriella Oldano *
pubblicato il 13 luglio 2015
L’Amore che salva con la testimonianza di Giovanni Paolo II e il Vangelo della carità a Lourdes

Dopo aver declinato  il tema del convegno internazionale «L’Amore che salva»  secondo la Scrittura, il  Magistero, si sono andate  sviluppando nelle due precedenti giornate riflessioni sulla sofferenza, su cosa significhi vivere accanto ad una persona malata,  vivere la sofferenza  in senso stretto come malattia e in senso largo come malattia sociale.
Il professore Enrico Larghero, responsabile del Master universitario della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Torino, in veste di moderatore, ha aperto la terza ed ultima giornata del convegno.

Enrico Larghero ©  P. Garelli

Enrico Larghero © P. Garelli

Purtroppo Joaquin Navarro-Valls, già direttore della Sala Stampa Vaticana non è potuto essere presente a causa di un incidente e ha lasciato  un testo  per il professore Enrico Larghero, preparato per essere letto durante il convegno, dal titolo:  «San Giovanni Paolo II: testimone  dell’Amore che salva», messo successivamente a disposizione sul sito della diocesi di Torino/salute.
La relazione è articolata in tre momenti, uno di introduzione al contesto della Sindone, un altro  di riflessione personale con alcuni aneddoti sulla sofferenza e testimonianza del Santo Padre  e infine una riflessione sulla Sindone.
Navarro-Valls apre con due interrogativii: «Perché Dio incarnato, fatto uomo come noi, ha voluto soffrire così?» e «Può l’uomo di fronte all’immensità della sofferenza umana trovare nella Sindone una qualche illuminazione proprio sul senso del soffrire umano?».  E su Karol Wojtila  dice che accompagnava  sempre il nome “sofferenza” alla parola “mistero”. Anzi considerava  che l’essere umano si poneva la domanda sul perché della sofferenza in varie dimensioni: perché il dolore umano; cioè da dove viene. Ed insieme: perché a me. Navarro –Valls aggiunge: «Queste domande sono l’inizio del cammino che può portare alla scoperta del senso del dolore e della malattia».
Il papa,  spiega  Larghero, è un’icona  della sofferenza che più di altri, si potrebbe dire, nella sua teologia della corporeità diventa testimone autorevole e significativo. Ci ha fatto resi partecipi, nel corso degli anni della sua malattia e delle sue sofferenze.
Della sua vita, Navarro – Valls. che è stato il suo addetto stampa,  ed è anche medico, ci riferisce che nei soli nove anni di pontificato la sofferenza è stata frequente e intensa: un attentato brutale, 9 ricoveri in ospedale, 5 interventi chirurgici, una malattia debilitante e progressiva. Riferisce che lui ha accettato tutto questo non soltanto con rassegnazione, ma anche e soprattutto con un senso di ringraziamento.
Quando ha conosciuto il dolore che lo ha accompagnato per anni, scrive Navarro –Valls: «Direi che da allora ha cominciato a scrivere forse “l’enciclica più eloquente di tutto il suo lungo Pontificato. Un’enciclica di straordinaria bellezza perché non la stava scrivendo con parole, ma con la sua stessa vita».
Il Papa considerava la malattia non «un flagello spettacolare» e neppure «una condanna plumbea e tremenda» e  per l’illustre vaticanista «quando l’essere umano trova il senso anche nel soffrire, per lui il soffrire non è soltanto soffrire. Può anche essere, per esempio, amare. Oppure co-redimere».
Come alcuni  malati  anche Giovanni Paolo II aveva  la capacità di sublimare il dolore,  la sofferenza con una nota  d’ironia. Lo stesso vaticanista ne dà conferma richiamando le sue parole «La gioia proviene dalla scoperta del senso della sofferenza». Due virtù, per Navarro-Valls, buon umore e accettazione dell’afflizione, possono essere l’una il supporto e la ragione dell’altra. (Testo Prof. Joaquin Navarro Valls )

 

Alessandro de Franciscis, Ufficio delle Constatazioni Mediche di  Lourdes © G. Ferrise

Alessandro de Franciscis, Ufficio delle Constatazioni Mediche di Lourdes © G. Ferrise

Il Santuario di Lourdes è il luogo dove i  malati sono i protagonisti, vivono un’esperienza di  condivisione e fraternità,  di fede e  si sentono ben accolti dal personale che li assiste ma soprattutto amati da Dio. Ne parla il dottore Alessandro de Franciscis, direttore dell’Ufficio delle Constatazioni Mediche di  Lourdes, incarico che riveste da più di sei anni. Nel suo intervento  «Storie di guarigioni e storia di guarigione» ripercorre brevemente le tappe della storia delle 18 apparizioni alla piccola Bernardette svoltesi fra l’11 febbraio e il 16 luglio 1858,  mettendo in luce le diverse guarigioni che si manifestarono già nel corso delle apparizioni. Sette guarigioni  furono accertate prima del 1862  e riconosciuti successivamente miracoli nel decreto  promulgato dal vescovo Laurence. Per il crescente numero delle dichiarazioni viene fondato nel 1883 il Bureau Medical des Constatations e nel 1905 papa Pio X chiede le guarigioni siano sottoposte ad un processo ecclesiastico di riconoscimento. La guarigione deve essere istantanea, completa, inattesa e durevole.
Lourdes può fare molto per la Chiesa attraverso l’esperienza dei  volontari delle associazioni che vengono ogni anno nel Santuario, esperienza  che viene trasmessa, al loro ritorno, nelle nostre comunità.
Cosa sia Lourdes è ben racchiuso nelle parole di Papa Francesco ai partecipanti al pellegrinaggio dell’Unitalsi, la storica associazione italiana, durante l’udienza del 2013:  «La vostra opera non è assistenzialismo o filantropia,  ma genuino annuncio del Vangelo della carità, è ministero della consolazione […] Cercate sempre di essere sguardo che accoglie, mano che solleva e accompagna, parola di conforto, abbraccio di tenerezza». In particolare quando afferma che «essa  è chiamata ad essere segno profetico […]  Per favorire il reale inserimento dei malati nella comunità cristiana e suscitare in loro un forte senso di appartenenza, è necessaria una pastorale inclusiva nelle parrocchie e nelle associazioni. Si tratta di valorizzare realmente la presenza e la testimonianza delle persone fragili e sofferenti, non solo come destinatari dell’opera evangelizzatrice, ma come soggetti attivi di questa stessa azione apostolica».

Don Roberto Gottardo, presidente Commissione diocesana per la Sindone © P. Garelli

Don Roberto Gottardo, presidente Commissione diocesana per la Sindone © P. Garelli

Con  il presidente della Commissione diocesana per la Sindone don Roberto Gottardo si scopre il significato di essere «pellegrini verso la Santa Sindone». La  Sindone parla di Gesù prima della mia fede. È sufficiente vederla, riflettere su poche domande come ad esempio, potrebbe essere quello lì Gesù? C’è solo una piccola conoscenza storico-culturale che possiamo portare con noi.   La Sindone va incontro al desiderio di vedere e non quello di toccare. L’Ostensione pur essendo un pellegrinaggio ha qualcosa di particolare, e  forse lo accomuna di più con quello in Terra Santa, dove il sacerdote don Gottardo si è recato.  C’è il desiderio di vedere, conoscere qualcosa di Gesù,  di immergersi nella sua esperienza fisica, storica e corporale.  «Non si va lì a chiedere un qualcosa».  Nel libro delle dediche nell’Ostensione del 2010 ricorrono infatti parole come meraviglia, stupore, gratitudine, perdono.
All’esperienza di immedesimazione, il telo sindonico parla di un corpo che ci ricorda non solo di  un amore universale ma anche di uno a me.  Un  sofferente cerca  un senso al suo dolore e un’avvicinanza, elementi che davanti a quel Lenzuolo si  possono intravedere entrambi.

(*) Redazione Bioetica News Torino
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