Migrazioni e clandestini nell’arte. Radici ed approdi oltre le barriere.

di Laura Mazzoli *
pubblicato il 16 febbraio 2014
Migrazioni e clandestini nell’arte. Radici ed approdi oltre le barriere.

At procul in sola secretae Troades acta
amissum Anchisen flebant cunctaeque profundum
pontum aspetctabant flentes
VIRGILIO, Eneide, V, 613-615

Il pianto delle donne − ispirato dalla perdita di Anchise ed esteso alla loro condizione di migranti − la solitudine delle spiagge siciliane e la profondità degli abissi evocati nel V libro dell’Eneide paiono affiorare nelle immagini che affollano le cronache drammatiche degli sbarchi siciliani di questi ultimi tempi. Il viaggio di Enea, straniero, racchiude il senso profondo e inarrestabile di quel remoto e arcano andare e cercare nuovi approdi. Il tema della barriera, del confine e delle migrazioni, in quel moto antico e alternato dello stare e dell’andare, segue la storia del Mediterraneo.

Il Mediterraneo con la sua secolare tradizione di incrocio di culture, di genti e di sapori, di viaggiatori e di merci, di alchimie e sapienze cosmopolite. Il Mediterraneo capace di fondere e di contenere lingue (latina, greca, araba), saperi e visioni, mantenendone viva l’impronta. Se le paure delle conquiste, delle rapine armate e straniere emergono nei tratti medievali dei borghi murati e incastellati della Sicilia e dell’Italia meridionale, i diari dei viaggiatori arabi e dei poeti di lingua araba dei secoli centrali del medioevo restituiscono altre immagini, raccontano di luoghi familiari e amati.
Idrisi, geografo e naturalista arabo, descrive nel XII secolo Palermo e la Sicilia come grande giardino, che sorprende per la meraviglia della molteplicità dei caratteri, come luogo seducente di incontro di culture diverse che si potenziano e si completano vicendevolmente.
È il Viridarium dello scrittore e poeta Pietro da Eboli, il giardino reale raffigurato pochi decenni dopo nella tavola iconografica rappresentativa del pianto multietnico della città per la morte del re normanno Guglielmo II.

«Viridarium Genoard» in Pietro da Eboli,
Liber ad honorem Augusti, 1195-11971

L’incontro e la trasfigurazione di culture diverse sono esteticamente rappresentate nelle figure e nelle parole dell’arte normanna, nella somma delle geometrie arabe intrecciate alla tradizione bizantina e latina. La rappresentazione della bellezza dei luoghi dalle mille varietà esotiche di piante costituisce un paradiso di diversità, nel quale la fons Aretusa è simbolo mitico di pacifica convivenza e generatrice di fecondità, alimento di quella sapienza politica idonea ad amministrare e governare pacificando.

Quale paradiso nelle immagini violente e drammatiche dei naufragi contemporanei? Quale bellezza nelle spiagge siciliane di approdo e negli spazi di contenimento temporaneo dei sopravvissuti? Quale progetto è scritto nelle spiagge deserte delle donne troiane dell’Eneide e in quelle delle migranti in fuga di oggi?
Dal giardino e dal paradiso culturale multietnico, che arte, poesia e letteratura hanno saputo immaginare e creare, e dalla nostra mitica discendenza cantata nella poesia epica di Virgilio quale rotta possiamo rintracciare per affrontare la deriva del nostro attuale smarrimento ? E nell’eroe Enea quale eroe contemporaneo, quale pietas? È forse solo lirica antica, che amplifica la distanza, incapace di dialogare con il nostro reale contemporaneo. Oppure, arte e letteratura esprimono un reale che rivela una dimensione ideale più vasta e che sa parlare al nostro spirito oltre le barriere di lingua, tempo, cultura.

Dalle immagini dei corpi inanimati, affioranti nella risacca delle onde e sul litorale delle coste siciliane del nostro oggi, da quella processione di figure che prendono forma sulla sabbia delle spiagge di approdo, tappa tra le tappe di un cammino, le logiche e le tattiche si infrangono, la razionalità delle soluzioni che credono di proteggere paure e economie si ingarbuglia.  La commozione che dura spesso quanto una sequenza televisiva, per un mondo che non ci appartiene ma che entra, si insinua e ci turba, intreccia lo smarrimento con l’incapacità di comporre il senso di quel che accade con il nostro senso quotidiano. Le barriere di protezione individuale e collettive manifestano la loro precarietà. I provvedimenti di gestione delle emergenze, le leggi, le conferenze internazionali, le soluzioni alle questioni di ordine pubblico paiono incerti nel trovare e dare senso.

Su un piano diverso, nella leggerezza e nella forza dell’arte, nelle intuizioni che sul piano ideale ci parlano, possiamo tentare di ricomporre ragioni, percorrere altre strade e liberarci. Il pensiero va dalle parole e dalle forme iconografiche antiche ad altre immagini, contemporanee, di artisti che hanno vissuto il percorso delle migrazione, del distacco e della ricerca di nuovi approdi. Ed emerge il topos di sempre: la barca per il viaggio, il tetto per l’identità e le radici. In queste opere si colmano le distanze con il senso antico dell’andare, dell’esodo storico che si rinnova e della ricchezza della molteplicità.

I linguaggi dell’espressione artistica e letteraria, liberati dai confini della finzione e del tempo, rivelano una universalità del sentire, una costanza e comunanza di pensiero e di spirito e possono contribuire a superare l’apparente inconciliabilità dei miti delle storie antiche e della cronaca contemporanea. Nel viaggio, nelle avversità delle migrazioni e dei cambiamenti, nelle tappe e negli approdi della vita, nella condizione di straniero, nel significato di identità e relazione è scritta la nostra esperienza biografica individuale e collettiva e che è sempre meticcia.

L’arte ricostruisce approdi e svela identità e assonanze, ritrae gli invisibili e le barriere che inutilmente estraniano. Un’umanità invisibile perché le identità si perdono, si confondono nell’emergenza dei flutti e degli sbarchi, perché umanità apparentemente altra da noi.  E a questi invisibili Barka di Sislej Xhafa ridà nel 2011 forma e presenza, plasmandone l’assenza2. Barka rappresenta, ed è, uno di quei natanti che trasportano gli invisibili, persone di corpo e spirito, persone che sono storie di passato e futuro.

Sisley XHAFA, Barka, 2011 (shoes, glue,  700 x 230 x 80 cm) Nomas Foundation, Roma
Per gentile cortesia GALLERIA CONTINUA, San Gimignano / Bejing / Les Moulins
Foto © Amedeo Benestante

L’anonimato del viaggio clandestino non ha volto, né corpo. Un barcone di scarpe di varie tipologie e misure, per identità di genere ed età diverse. Scarpe incollate, quasi impastate. Un barcone che non è contenitore, ma impasto di quelle scarpe. Evoca prepotentemente la drammaticità delle fotografie dell’Olocausto: la silenziosa presenza di mucchi di scarpe dei deportati che urla al nostro non vedere, che interroga le memorie. La scarpa, oggetto che evoca una presenza nell’assenza. Materializzazione della corporeità assente delle donne e degli uomini e del loro dramma. Il viaggio è Barka, fatta nei volumi e nelle forme dai corpi dei viaggiatori stipati, che qui sono scarpe, non volti, abiti, corpi, pensieri, è l’anonimato senza tempo dei viaggiatori clandestini ed è presenza viva, più forte di migliaia di presenze.

Erranti di un esodo che sradica radici e le trasporta verso nuovi approdi. E dall’esperienza personale di emigrante di Adrian Paci3, che si fa moto ispiratore e creativo, nasce Home to go4. Un manichino bianco, modellato in gesso e polvere di marmo, ritrae il cammino dell’artista migrante e di ciascuno di noi. Il corpo è piegato sotto il peso di un tetto. Nel tetto, in quel carattere che l’infanzia identifica come la casa e l’essenza dell’esistenza, c’è tutta l’oggettivazione dell’appartenenza e forse in senso più ampio dell’identità, che non è solo impastata dalle radici che costituiscono quel perenne “da dove” arriviamo, ma anche dalle trasformazioni e contaminazioni “di come” cambiamo.

Adrian PACI Home to go (2001) (plaster, marble, dust, tiles, rope, 165 x 90 x 120 cm)
Per gentile cortesia Artista e kaufmann repetto, Milano
Foto © Roberto Marossi

Un tetto realizzato secondo i canoni consueti della convenzione: fila simmetriche di tegole dai rossi più chiari ai più scuri, ma rovesciato, ribaltato. Più che suggerire l’avere rifugio, è il cercare rifugio, un percorso nomade con le radici con sé verso luoghi in cui fermarsi. Non rimanda alla protezione, al nido che avvolge e rassicura, ma può costituire il senso del  ricordo, e nel peso lo sforzo di portare con sé identità e storia, quella memoria dei Penati protettori che l’errante esule Enea reca con sé. Ed è ancor più un percorso dell’anima e dell’identità, di precarie appartenenze, oltre che geografico e sociale. Viaggio verso l’ignoto che annoda il dramma della perdita, della diaspora etnica, dell’abbandono della propria terra alla condizione di migranti, ma anche quello della ricerca. Il tetto, pesante croce legata sulle spalle, è il peso e la forza del movimento-migrazione di popoli, di memoria e di identità che mutano.

Il tetto è azione. Allude, come lo stesso autore ha affermato, ad un paio d’ali o allo scafo di una barca, mezzo ed essenza  che accompagna, conduce, segna il percorso e ci rammenta chi siamo. L’atto del volo in tutto lo sforzo e il peso del sollevarsi da terra, o la grevità della sagoma del barcone che avanza e procede su rotta ignota. Il tetto è lo sforzo, il peso dell’andare. L’andare che plasma la condizione di migrante, ma che travalica una condizione e diventa la condizione, consentendo di riconoscerci nella fatica della ricerca e del cammino dell’esistere.

Le immagini e le parole che dai media scorrono in questi giorni, così come nei mesi e negli anni passati, raccontano l’emergenza di oggi come raccontavano quella di ieri, dipingono identità irregolari e straniere, sollecitano compassioni ed emozioni, amplificano e gridano le paure, invocando muri e soluzioni.  Proviamo imbarazzo nel fronteggiare emozione ed impotenza, incerti tra sicurezza e libertà, economia e condivisione e cerchiamo un senso.

Cerchiamo senso, e questo può essere rintracciato nel peso della casa di Adrian Paci e nell’ammasso anonimo di scarpe, che personificano il viaggio e l’anima del migrante, nel mitico viaggio dello straniero progenitore Enea giunto dal mare sulle coste italiane, nella ricchezza del giardino siciliano normanno, paradiso dalle mille varietà vegetali e della multiculturalità e reso vivo dalla fons Aretusa in grado di alimentare coesistenza e fecondità.

Rappresentano la sintesi antica e contemporanea che l’arte offre del senso della migrazione, dell’andare, della non contraddittorietà tra identità e luogo, e dello spirito che accoglie chi cerca nuovi approdi.
Un senso confinato nella poesia, nelle pieghe della letteratura, nella libertà dell’arte ? O il lirismo di queste forme può aiutare a suggerire una strada e testimoniare un linguaggio universale per la rilettura del presente.
Non una risposta, né una soluzione, ma la scelta di un percorso di comprensione. Un presente la cui ricchezza deriva dal nostro essere plasmato nel tempo e nei luoghi di tutte quelle storie migranti, e che ha radici meticce.


Bibliografia

1 Viridarium Genoard  in Pietro da EBOLI, Liber ad honorem Augusti, 1195-1197, Burgerbibliothek, Berna, ms. 120 II, f.98r, immagine  tratta da  wikimedia <http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Il_Genoardo.JPG>

2 L’artista albanese Sislej XHAFA evidenzia nelle sue opere il dramma dell’emigrazione, della memoria e delle radici. Ha partecipato alla 55ma Esposizione Internazionale d’Arte, La Biennale di Venezia 2013. Barka è tra le opere esposte nel 2011 alla Mostra «Still Untitled» dell’Artista, allestita presso il Museo Madre Napoli di Napoli.

3 Nella mostra itinerante di Adrian PACI, Vite in transito l’intreccio dei temi dell’esilio, delle migrazioni, delle identità culturali, della nostalgia e della memoria si esprime in una varietà di linguaggi e forme espressive, dalla fotografia al video, dalla pittura alla scultura. La mostra presenta una selezione di opere dell’autore realizzate dalla metà degli anni Novanta ad oggi. È stata esposta al Museo Jeu de Paume di Parigi nel 2013 (a cura di Marta Gili e Marie Fraser), al PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) di Milano dal 05 ottobre 2013 al 6 gennaio 2014 (a cura di Paola Nicolin e Alessandro Rabottini). Attualmente, dal 6 febbraio al 27 aprile 2014 è ospite al Musée d’art contemporain di Montréal (MAC), curata da Adrian Paci, Marta Gili e Marie Fraser, una coproduzione di Jeu de Paume di Paris, Musée d’art contemporain di Montréal and PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milan.

4 Il tema è riproposto con varie forme espressive dall’Autore: nella performance riprodotta in una serie di fotografie e nella scultura.

(*) Prof.ssa Laura Mazzoli
Storica e Docente di Storia dell'Arte
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