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3 Novembre 2012
Bioetica News Torino novembre 2012

Notizie dall’Italia e dal mondo

1. «Indice Globale della Fame 2012»: l’uso insostenibile delle risorse minaccia la sicurezza alimentare dei più poveri

11 ottobre 2012

Secondo l’Indice globale della fame (Global hunger index – Ghi), presentato a Milano l’11 ottobre scorso da Cesvi in collaborazione con Link 2007, Ispi, Comune di Milano e il patrocinio di Expo 2015, l’uso insostenibile delle terre, dell’acqua e dell’energia sta minacciando la sicurezza alimentare dei più poveri e più vulnerabili.

Il rapporto 2012, realizzato da Ifpri, Welthungerhilfe e Concern e giunto alla quinta edizione italiana, analizza la situazione in oltre 120 Paesi, 20 dei quali hanno un Indice di fame “allarmante” o “estremamente allarmante”; tra essi: Burundi, Eritrea, Haiti, Paesi nei quali il 50% della popolazione è denutrito.

Il Ghi combina tre indicatori: la percentuale di popolazione denutrita, il tasso di mortalità infantile e la percentuale di bambini sottopeso. Sebbene l’Indice globale scenda dai 19,8 punti del 1990 ai 14,7 del 2012, l’Africa Sub Sahariana e l’Asia Meridionale mantengono valori elevati con 22,5 e 20,7 punti.

Il rapporto 2012 si occupa in particolare della scarsità delle risorse destinate alla produzione di cibo: terra, acqua ed energia. Il suolo coltivabile è diventato un bene così prezioso che viene affittato, specie in Africa, per produrre beni destinati all’esportazione. È il cosiddetto land grabbing, l’accaparramento delle terre che negli ultimi dieci anni ha interessato una superficie pari a sette volte quella dell’Italia. La maggior parte delle acquisizioni è avvenuta nei Paesi con alti livelli di denutrizione, dove la popolazione e il reddito nazionale dipendono strettamente dall’agricoltura. Il 55% dei suoli affittati viene destinato a colture per biocarburanti, sottraendo terra alla produzione di cibo. La scarsità di acqua è esacerbata anche dal cambiamento climatico. L’aumento dei prezzi dell’energia, a sua volta, incide su input agricoli come fertilizzanti e sistemi di irrigazione, contribuendo a tenere alti i prezzi dei beni alimentari.

Nonostante tutto, afferma Stefano Piziali (Cesvi) «il rapporto Ghi 2012 ci aiuta a comprendere come la prospettiva di un mondo sempre più affamato non sia affatto ineluttabile». Sono infatti ampiamente disponibili strategie in grado di conciliare produttività e consumo sostenibile delle risorse anche in un contesto di cambiamento climatico. I partecipanti alla tavola rotonda di presentazione del rapporto – Stefano Piziali (Cesvi), Carlo Cafiero (Fao), Paolo Ciocca (Ifad), Luca Virginio (Gruppo Barilla), Riccardo Moro (Gcap), Claudia Sorlini (Univ. Milano), Claudio Ceravolo (Link 2007) e Paolo Magri (Ispi) – hanno convenuto che tali strategie richiedono, però, una migliore governance delle risorse naturali e degli investimenti in agricoltura, una riduzione dell’ineguaglianza tra uomini e donne (che ha effetti positivi sulla pressione demografica), una maggiore inclusione dei gruppi marginalizzati, il sostegno alle nuove Linee guida volontarie per la gestione responsabile dei diritti di proprietà applicabili alla terra, alla pesca e alle foreste del Comitato per la sicurezza alimentare mondiale delle Nazioni Unite e l’abbandono di sussidi alla produzione di biocarburanti e agli idrocarburi.

(Approfondimenti: http://it.wikipedia.org/wiki/Indice_globale_della_famewww.link2007.org; www.cesvi.org)

2. Il filosofo Spaemann all’inaugurazione dell’Anno della Fede: «I cattolici difendono la vera potenza della ragione»

11 ottobre 2012

Giovedì 11 ottobre in piazza San Pietro, a 50 anni esatti dall’inizio del Concilio Vaticano II, papa Benedetto XVI ha aperto ufficialmente «L’Anno della Fede». A conclusione della celebrazione eucaristica il Pontefice ha affidato messaggi ai governanti, agli uomini di scienza e pensiero, di sport e a diversi artisti.

Tra questi Fabiola Giannotti, fisico di ricerca del Cern impegnata negli studi sul “bosone di Higgs”, il compositore scozzese James MacMillan, lo scultore Arnaldo Pomodoro, il regista Ermanno Olmi, l’atleta paralimpica Annalisa Minetti, e Jocelyne Khoueiry, fondatrice di un movimento di donne libanesi che hanno a cuore l’educazione dei giovani. A rappresentare intellettuali e scienziati, tra gli altri, c’era anche il filosofo e teologo tedesco Robert Spaemann, professore emerito di Filosofia presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera e molto vicino a Benedetto XVI.

Intervistato da Radio Vaticana, il filosofo ha sottolineato che l’Anno della Fede è anche anno della Ragione: «Una persona deve essere, in ultima analisi, coerente con la sua ragione, e se la sua ragione e la sua fede le dicono qualcosa di opposto, questo significa che c’è qualcosa che non va. Non può costringersi a un’alternativa al ribasso – o la fede o la ragione – ma deve cercare un’unità. L’apostolo Paolo definisce la fede rationabile obsequium, ovvero un’obbedienza ragionevole».

Oggi, ha continuato Spaemann, lo scientismo «indebolisce la ragione fino a dire che non è capace di raggiungere la verità. Così l’ultima parola dovrebbe essere quella del relativismo che, in realtà, è incapace di vedere la verità. Ora, paradossalmente, è chi ha fede che difende le capacità della ragione. Se oggi trovate qualcuno che afferma con forza la capacità della ragione di raggiungere la verità, allora si può quasi essere certi che si tratta di un cattolico». E, in conclusione, il filosofo ha affermato che la fede è amica della ragione «perché dove Dio è negato, alla fine anche la ragione è negata».

(Fonte: Radio Vaticana)

3. XI «Rapporto sulle cronicità» di Cittadinanzattiva: per anziani e malati cronici c’è solo la famiglia

16 ottobre 2012

È una strada in salita e piena di spine e ostacoli quella che affronta una famiglia quando deve prendersi cura di un malato cronico o raro, soprattutto se anziano. Il Welfare italiano, infatti, è pieno di carenze, ad alcune delle quali è possibile far fronte per proprio conto, ma a patto di sostenere costi assistenziali altissimi. Oppure al prezzo di enormi sacrifici personali, fino anche al licenziamento ,per rispondere alla necessità di prendersi cura notte e giorno del proprio caro. Altre volte, purtroppo, la famiglia non può fare nulla per supplire alle carenze del sistema. Per non parlare di quando il paziente non ha nessun familiare su cui contare. Eppure è proprio sull’assistenza agli anziani e ai malati cronici che il nostro Paese dovrebbe rivolgere la più alta attenzione, perché questa condizione coinvolge una quota enorme di cittadini ed è in costante aumento.

È quanto emerge dall’XI Rapporto nazionale sulle politiche della cronicità intitolato «Emergenza famiglie: l’insostenibile leggerezza del Welfare» e presentato a Roma il 16 ottobre scorso dal Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici (CnAMC) di Cittadinanzattiva.

In Italia, nel 2011, la popolazione che ha dichiarato di essere affetta da una patologia cronica è stata pari al 38,4% (nel 2010 era il 38,6%). La fascia di popolazione che presenta una maggiore incidenza di patologie croniche è quella dai 65 anni e più. Le malattie o condizioni croniche più diffuse sono: l’artrosi/artrite (17,1%), l’ipertensione (15,9%), le malattie allergiche (10,3%), l’osteoporosi (7,2%), la bronchite cronica e asma bronchiale (6,1%), il diabete (4,9%). Lo stato di buona salute dei malati cronici diminuisce vistosamente all’aumentare dell’età: si passa dall’82,8% della fascia 18-19 anni al 30,7% della fascia 65-74 anni.

Se si considera che la fascia di popolazione anziana rappresenta il 20,3% del totale della popolazione ed è destinata a crescere, è facile comprendere come le criticità legate alla sua assistenza non possono essere trascurate. Una problematica a cui lo Stato è chiamato a rispondere, anche in considerazione del fatto che la fascia di popolazione anziana è quella caratterizzata da una maggiore incidenza di fenomeni di povertà relativa e assoluta, con valori pari rispettivamente al 12,2% e al 5,4% nel 2010.

Per le associazioni aderenti al Coordinamento «particolarmente preoccupanti» sono i dati che emergono dall’analisi delle politiche pubbliche sanitarie e sociali. «Queste ultime, oltre a non fornire risposte adeguate alle difficoltà denunciate dalle Associazioni dei Malati Cronici, aggravano di molto la situazione. Siamo in presenza di politiche economiche che guardano all’economicità dell’azione statale e al contenimento della spesa nel breve periodo, piuttosto che al raggiungimento dell’obiettivo di salute della popolazione e al contenimento dei costi nel lungo periodo».

«Se si considera che la famiglia, vero pilastro del Welfare, per fare fronte a questa necessità si trova a dover rinunciare in molti casi al proprio lavoro con un impatto negativo sull’economia generale del Paese, è evidente che un sistema di Welfare virtuoso e adeguatamente finanziato non rappresenta certamente un costo per il Paese ma, al contrario, un fattore di sviluppo e un volano per l’economia».

Per realizzarlo, il CnAMC suggerisce quindi di:

• definire e approvare i Livelli essenziali di assistenza sociale (Liveas);

• rifinanziare i Fondi nazionali a carattere sociale, con particolare riguardo al Fondo nazionale per le Politiche sociali;

• prevedere l’obbligatorietà di un unico momento per l’accertamento dei requisiti sanitari per il riconoscimento dell’invalidità civile e delle relative indennità economiche, evitando così al cittadino l’attuale doppia visita;

• riorganizzare e potenziare un’attività di valutazione dell’assistenza sanitaria territoriale. In particolare si auspica la diffusione della medicina associativa tra i medici di medicina generale e la loro completa informatizzazione. Per l’assistenza domiciliare integrata, per l’assistenza residenziale e semiresidenziale, nonché per la riabilitazione si auspicano livelli uniformi di offerta assistenziale su tutto il territorio nazionale;

• eliminare i Prontuari terapeutici ospedalieri regionali vincolanti, al fine di garantire uniformemente i Lea (Livelli essenziali di assistenza) definiti dall’Aifa in ambito farmaceutico;

• prevedere forme permanenti di coinvolgimento delle organizzazioni civiche di tutela del diritto alla salute nelle politiche farmaceutiche;

• aggiornare l’elenco ministeriale delle patologie croniche e invalidanti, l’elenco delle patologie rare, nonché il nomenclatore tariffario dei presidi, delle protesi e degli ausili.

(Fonte e approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/)

4. Indagati 67 medici per prescrizioni inutili di ormoni ai bambini

17 ottobre 2012

Il 17 ottobre un’operazione dei Nas in varie Regioni italiane ha permesso di smascherare decine di medici, che operavano in diverse strutture pubbliche e private, somministrando farmaci ormonali e per la crescita a pazienti pediatrici solo per far incrementare le vendite di un prodotto e ricevendo, in cambio, dalla casa farmaceutica sponsorizzata oggetti di valore, somme di denaro o viaggi premio.

I medici indagati sarebbero soprattutto pediatri ed endocrinologi operanti a Torino, Napoli, Milano, Genova, Roma e altre città d’Italia. Nell’inchiesta risultano indagati anche dodici dirigenti e informatori della casa farmaceutica.
La vicenda ha subito sollevato aspre polemiche. Il Codacons, in particolare, ha chiesto provvedimenti durissimi nei confronti dei medici colpevoli, i quali devono essere radiati a vita dall’Albo, ma anche nei confronti dell’azienda farmaceutica Sandoz, i cui farmaci, qualora sia accertata l’avvenuta corruzione dei medici, devono essere cancellati dalla fascia A.

Nell’inchiesta portata avanti dai militari del Nas risultano ottanta indagati (tra cui 67 medici); le accuse, a vario titolo, sono di: associazione a delinquere, corruzione, istigazione alla corruzione, truffa ai danni del Servizio sanitario nazionale, falso. Complessivamente i medici coinvolti avrebbero ricevuto oltre 500 mila euro tra regali e denaro, ma alcuni non esitavano ad aumentare le somme pretese al punto che, si è appreso, alti dirigenti della Sandoz avrebbero dovuto incontrarli personalmente.

La Sandoz era già stata coinvolta nelle indagini per l’operazione «Anabolandia» del giugno 2011, nell’ambito della quale si scoprì che alcuni genitori si davano da fare per reperire farmaci dopanti per i figli; all’epoca furono arrestate quattro persone e 54 indagate, tra cui vari atleti.

5. Risorse per i disabili: dal Censis “maglia nera” all’Italia

18 ottobre 2012

Con 438 euro pro-capite annui l’Italia si colloca molto al di sotto della media dei Paesi dell’Unione europea (531 euro) nella graduatoria delle risorse destinate alla protezione sociale delle persone con disabilità. In Francia si arriva a 547 euro per abitante all’anno, in Germania a 703 euro, nel Regno Unito a 754 euro; solo la Spagna (395 euro) si colloca più in basso del nostro Paese. Ancora più grande è la sproporzione tra le misure erogate sotto forma di benefici cash, ossia di prestazioni economiche, e quelle in natura, ossia sotto forma di beni e servizi. In quest’ultimo caso il valore pro-capite annuo in Italia non raggiunge i 23 euro, cioè meno di un quinto della spesa media europea (125 euro), un importo lontanissimo dai 251 euro della Germania e pari a meno della metà perfino della spesa in Spagna (55 euro).

È quanto emerge da una ricerca promossa dalla Fondazione Cesare Serono e realizzata dal Censis sui bisogni ignorati delle persone con disabilità, basata sul confronto con gli altri Paesi europei. La ricerca, presentata a Roma il 18 ottobre, è stata realizzata nell’ambito del progetto pluriennale «Centralità della persona e della famiglia: realtà o obiettivo da raggiungere?».

Secondo gli ultimi dati disponibili, in Italia le misure economiche erogate dall’Inps a favore di persone che hanno una limitata o nessuna capacità lavorativa sono pari a circa 4,6 milioni di prestazioni pensionistiche, di cui 1,5 milioni tra assegni ordinari di invalidità e pensioni di inabilità e 3,1 milioni per pensioni di invalidità civile, incluse le indennità di accompagnamento, per una spesa complessiva di circa 26 miliardi di euro all’anno.

Nel complesso il modello italiano rimane fondamentalmente assistenzialistico e incentrato sulla delega alle famiglie, che ricevono il mandato implicito di provvedere autonomamente ai bisogni delle persone con disabilità, di fatto senza avere l’opportunità di rivolgersi a strutture e servizi che, sulla base di competenze professionali e risorse adeguate, potrebbero garantire non solo livelli di assistenza migliori, ma anche la valorizzazione delle capacità e la promozione dell’autonomia delle persone con disabilità.

Purtroppo l’Italia è ancora molto indietro sul fronte dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. I dati prodotti dalle ricerche della Fondazione Cesare Serono e del Censis evidenziano le enormi difficoltà che queste persone incontrano sia a trovare un lavoro, una volta completato il percorso formativo (è il caso delle persone con sindrome di Down e degli autistici), sia a mantenere l’impiego a fronte di una malattia cronica che causa una progressiva disabilità (è il caso delle persone con sclerosi multipla). Meno di una persona Down su 3 lavora dopo i 24 anni, e il dato scende al 10% tra gli autistici con più di 20 anni. Meno della metà delle persone con sclerosi multipla tra i 45 e i 54 anni è occupata, a fronte del 12,9% di disoccupati e del 23,5% di pensionati.

Anche l’inclusione scolastica occupa un posto centrale nel panorama delle politiche di inserimento sociale delle persone con disabilità. In Italia però sono poche le scuole speciali dedicate ad alunni con problematiche sanitarie complesse. La legge comunque obbliga tutte le scuole pubbliche e private ad accettare l’iscrizione degli alunni con disabilità.
Purtroppo le risorse dedicate alle attività di sostegno e integrazione degli alunni con disabilità nella scuola appaiono spesso inadeguate. Nell’anno scolastico 2010-2011 circa il 10% delle famiglie degli alunni con disabilità ha presentato un ricorso al Tribunale civile o al Tribunale amministrativo regionale per ottenere un aumento delle ore di sostegno.

(Approfondimenti: http://www.comunicareilsociale.com/)

6. Malattie rare: fino a 7.000 euro l’anno la spesa aggiuntiva per le famiglie

21 ottobre 2012

Tempi troppo lunghi per la diagnosi, mancanza di centri di riferimento, ma soprattutto troppe spese a carico delle famiglie, che si impoveriscono. I costi per chi ha in casa un malato raro si aggirano attorno ai 3.350 euro annui per arrivare ai 6.850 euro annui nei casi più gravi. E le cose vanno peggio nelle Regioni del Sud Italia. A scattare la fotografia l’indagine «Diaspro Rosso», della Federazione italiana malattie rare «Uniamo», che conta 24 partner istituzionali e che è stata co-finanziata dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali e da Pfizer. I risultati sono stati presentati il 21 ottobre a Roma.

Obiettivo dell’indagine è verificare i costi per le famiglie con malati rari, ma anche capire su quali carenze è possibile intervenire e individuare, così, vie d’uscita. La ricerca, in cui sono stati coinvolti i famigliari di riferimento di persone affette da Sindrome da delezione del cromosoma 22Q11.2, Distrofia muscolare di Duchenne, Corea di Huntington, Sclerosi tuberosa e Sindrome di Williams, ha interessato 9 Regioni: Veneto, Liguria, Toscana, Puglia, Lazio, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. Nell’indagine sul campo, svolta da luglio a ottobre 2012, sono state intervistate oltre 200 famiglie di malati rari attraverso questionari compilati online, interviste telefoniche e colloqui faccia a faccia.

I risultati ottenuti mettono in evidenza diversi aspetti. Si parte dalla diagnosi, dove i tempi lunghi e le incertezze costringono 3 persone su 10 a spostarsi dalla propria Regione – soprattutto dal Sud – per ottenere un responso certo. Prima di quella definitiva, in 4 casi su 10 sono state fatte altre diagnosi. Il 14% degli intervistati, poi, non ha un centro di competenza a cui fare riferimento e la maggioranza di chi ce l’ha è costretto a spostarsi in media di 200 km per raggiungerlo. Per molti, dunque, calcolando anche i giorni di ferie necessari, alla distanza si aggiungono le spese per la trasferta, che arrivano a 1.000 euro all’anno per le patologie più gravi. Le persone con malattia rara, infine, ricorrono in misura molto maggiore ai servizi sanitari rispetto alla popolazione generale: ad esempio il dato medio nazionale di accessi al pronto soccorso è del 7,10% contro la media del campione di indagine sui malati rari che è del 10,50%.

(Fonte: http://www.repubblica.it/)

7. Aborto: in Italia obiettori di coscienza sempre più numerosi

21 ottobre 2012

Gli obiettori di coscienza in tema di aborto sono sempre più numerosi. Cresce, infatti, il numero dei medici che scelgono di non praticare interruzioni di gravidanza perché convinti che la vita sia tale fin dal concepimento. Il quotidiano nazionale « Corriere della Sera» del 21 ottobre riportava alcune statistiche che attestano l’aumento dei medici obiettori: per i ginecologi si è passati dal 58,7% del 2005 al 69,3% nel 2010, mentre per gli anestesisti la percentuale si è spostata dal 45,7% al 50,8%. Interessante rilevare l’aumento degli obiettori anche tra il personale non medico, dove si è passati dal 38,6% del 2005 al 44,7% del 2010. In generale, i valori più alti sono stati registrati nel Sud Italia, con punte dell’85% tra i ginecologi in Basilicata, del 78,1% tra gli anestesisti in Sicilia e del 79,4% tra il personale non medico in Calabria.

Un altro dato interessante è la diminuzione del numero di aborti. Tra il 2010 e il 2011 le interruzioni di gravidanza sono scese del 5,6%. A questo riguardo non si può certo ignorare l’incidenza della pillola RU486, oggetto di una feroce battaglia ideologica che l’ha introdotta anche nel nostro Paese. Secondo il quotidiano «Avvenire» il ricorso all’aborto chimico, comunque, non è stato così frequente come inizialmente ipotizzato; in Lombardia, ovvero in una delle Regioni più popolose, le interruzioni di gravidanza tramite aborto chimico sono state “appena” 444, in Toscana i casi sono stati 760, in Piemonte 1.356 e in Emilia Romagna 2.271. Secondo i dati raccolti, è ipotizzabile che, a fine anno, gli aborti chimici saranno meno di 7.000, ovvero, indicativamente, il 6% del totale.

(Fonti: «Corriere della Sera» e «Avvenire»)

8. Nuovo studio: il suicidio assistito genera gravi traumi nei parenti

29 ottobre 2012

Recentemente Il governo federale canadese si è pronunciato sul suicidio assistito affermando che la sua legalizzazione sminuisce il valore della vita e potrebbe portare le persone più vulnerabili a prendere provvedimenti drastici nei «momenti di debolezza».

Quella del governo canadese è una presa di posizione che tiene conto delle conseguenze negative anche su familiari e amici del suicida. Uno studio dell’Università di Zurigo, pubblicato sull’ultimo numero della rivista scientifica «European Psychiatry», ha dimostrato infatti che il “suicidio assistito” è un’esperienza traumatica che può lasciare profondi segni nella psiche di chi rimane.

Stando alla ricerca, un familiare su quattro, dopo una simile esperienza, è caduto in depressione o ha sviluppato un disturbo post-traumatico da stress, per cui si è resa necessaria una terapia medica. Questi problemi, ha spiegato la psicologa Birgit Wagner responsabile dello studio, appaiono con maggior frequenza in relazione ai suicidi assistiti rispetto ai casi di morte naturale, nei quali soltanto il 5% dei familiari sviluppa un disturbo post-traumatico e soltanto lo 0,7% una depressione.

Secondo un’altra indagine, pubblicata qualche anno fa sul «Journal of the Royal Society of Medicine», la depressione gioca un ruolo rilevante nella decisione stessa di intraprendere la strada del suicidio assistito. Il desiderio di morte precoce, secondo lo studio, si correla spesso con disturbi depressivi. Riconoscere e trattare la depressione, aveva concluso la ricerca, potrebbe migliorare la vita delle persone affette da malattia terminale e ridurre così il desiderio di morte precoce, per via naturale o per suicidio.

(Approfondimenti: http://www.uccronline.it)

9. Aumenta l’inserimento sotto pelle di contraccettivi alle 13enni inglesi

30 ottobre 2012

Negli ultimi tre anni le scuole del Regno Unito hanno applicato sotto pelle a ragazzine tra i 13 e i 16 anni impianti contraccettivi come rimedio per non farle rimanere incinte. Per inserire l’impianto le infermerie scolastiche non sono tenute a informare i genitori delle ragazzine. La pratica è stata introdotta nelle scuole di Bristol, Northumbria, Peterborough, County Durham, West Midlands e Berkshire.

Il metodo contraccettivo utilizzato si chiama Implanon ed è un sottile bastoncino di 4 centimetri che si inserisce sotto pelle nei primi cinque giorni del ciclo e libera gradualmente un ormone che blocca l’ovulazione e riesce a fermare l’ascesa degli spermatozoi. La sua efficacia comincia dopo 24 ore dall’innesto e dura circa tre anni. I ricercatori affermano che gli effetti secondari come acne, cefalea e tensione mammaria scompaiono dopo appena sei mesi. Secondo dati raccolti dal «Daily Telegraph» la tecnica, praticata nelle scuole fin dal 2009, si è diffusa a partire dal 2011. A Bristol, a fronte di 102 impianti inseriti nel 2010, nel 2011 ce ne sono stati 330. A County Durham e Darlington nel 2010 solo cinque ragazze erano state sottoposte all’intervento, nel 2011 sono salite a 82. A Dorset si è passati da 49 a 62.

La pratica nel Regno Unito è sotto accusa perché banalizzerebbe l’atto sessuale, incoraggiando la promiscuità nei rapporti tra ragazzini. Norman Wells, direttore del Family Education Trust sostiene che «questo tipo di iniziative dà a ragazzine di 13 anni la licenza di avere rapporti sessuali illegali e nega loro la protezione della legge. Inoltre fornire alle ragazzine la contraccezione senza informare i genitori significa minare gravemente il loro ruolo. Senza contare che così la promiscuità aumenta».

Per Anthony Seldon, a capo del Wellington College, «il rapporto sessuale è la più alta e matura forma di relazione che ci possa essere tra due persone. Ogni cosa che la banalizzi o la tratti come qualcosa di semplice, specie per le persone giovani, danneggia la loro capacità di crescere e formare, in un futuro, un rapporto d’amore duraturo. Così si svaluta il sesso, lo si rende una cosa ordinaria, come andare da McDonald’s».

(Fonte: http://www.tempi.it)

10. Per la prima volta l’Università di Torino istituisce un Corso di comunicazione in ambito sanitario per gli studenti della Facoltà di Medicina

31 ottobre 2012

Nel prossimo Anno accademico 2012-2013 l’Università di Torino attiverà per la prima volta, in via sperimentale, un «Corso – tirocinio alla comunicazione in ambito sanitario» per un gruppo di 60 studenti del sesto anno di Medicina. L’idea è nata da una riflessione comune della Presidenza della prima Facoltà di Medicina e della Scuola di Umanizzazione della Medicina sul ruolo della comunicazione nella professione medica. È opinione comune che le nostre Facoltà mediche assicurino in generale allo studente un qualificato bagaglio di nozioni e di esperienza pratica, ma non forniscano sempre e in modo organico una metodologia di lavoro atta a facilitare il rapporto umano e relazionale con i pazienti, che spesso stentano a stabilire con il curante un rapporto empatico e fiduciario, condizione fondamentale per il raggiungimento di importanti obiettivi clinici.

Finalità generale del progetto è individuare, nel medico in formazione, un itinerario di ricerca e comprensione che lo conduca dal momento meramente tecnico dell’anamnesi e dell’esame obiettivo a una considerazione più allargata relativa alla biografia del paziente, inteso come orizzonte in cui si sviluppa il vissuto di malattia nel suo complesso. Comprendere il vissuto di malattia è di fondamentale importanza per la relazione terapeutica tout court, con ricadute evidenti sulla qualità della comunicazione e, soprattutto, sull’aderenza del paziente al percorso diagnostico – terapeutico.

Grazie alla collaborazione e al supporto dell’Aress Piemonte, dove è attivato da tempo il tavolo di lavoro «Umanizzazione e Usabilità» coordinato dalla dottoressa Laura Arpino, è stato sviluppato un progetto che prende in considerazione la pedagogia e la comunicazione in ambito sanitario e la loro percezione, comprensione e fruibilità da parte dei professionisti della salute nei luoghi di assistenza e cura. L’idea ha trovato immediata disponibilità da parte dei medici del reparto di Geriatria e Malattie metaboliche dell’osso dell’ospedale Molinette – Città della Salute e della Scienza di Torino (diretto dal professor Giancarlo Isaia) e, di conseguenza, è stato programmato un percorso formativo sperimentale per 60 studenti, strutturato in due momenti distinti, ma strettamente correlati:

1) Attività didattica elettiva (Ade), articolata in 4 lezioni programmate tra gennaio e febbraio 2013, nel corso delle quali esperti di comunicazione e pubblicità, antropologi e, naturalmente, clinici di lunga esperienza illustreranno le basi teoriche per stabilire con il paziente un adeguato rapporto relazionale, sviluppando (anche sulla scorta di numerose esperienze internazionali) alcune metodiche tratte dalle scienze umane;

2) Tirocinio clinico formativo, della durata di due settimane, che costituisce il banco di prova dell’intera iniziativa e consiste nell’«adozione del paziente» da parte degli studenti, ai quali verrà affidato un paziente reale, per lo più anziano, ricoverato nei diversi setting assistenziali su cui si articola il Dipartimento geriatrico delle Molinette (reparto di degenza, ospedalizzazione a domicilio, reparto di post-acuzie), con il quale cercheranno di stabilire un adeguato rapporto empatico, registrandone in una sorta di diario le ansie, i dubbi, il vissuto (non solo relativamente alla malattia) e sforzandosi di correlarlo alla situazione patologica che ha condotto al ricovero. In una fase successiva, e al termine del tirocinio, le considerazioni formulate dagli studenti verranno sottoposte ai docenti nell’ambito di una discussione collegiale.

Secondo Ezio Ghigo, preside della Facoltà, Rossana Cavallo, presidente del Corso di Laurea, e Giancarlo Isaia, primario alle Molinette, con questo tipo di approccio – altamente innovativo nell’ambito del corso di studi di Medicina – verrà fornita agli studenti la possibilità di completare il percorso formativo, traendone importanti benefici culturali e professionali: ciò permetterà di implementare le loro capacità relazionali e comunicative, condizione necessaria, anche se non sufficiente, per la formazione di medici che sappiano valutare con competenza ed equilibrio il paziente nella sua complessità e non soltanto le sue caratteristiche cliniche contingenti.

(Fonte: Città della Scienza e della Salute – Torino)

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