I Vescovi tedeschi e la pillola “del giorno dopo” in caso di stupro

di Giuseppe Zeppegno *
pubblicato il 11 giugno 2013
I Vescovi tedeschi e la pillola “del giorno dopo” in caso di stupro

Un ospedale cattolico di Colonia nel dicembre 2012 rifiutò di somministrare a una ragazza che aveva subìto violenza la pillola del giorno dopo. Il fatto fu così aspramente contestato che la Conferenza Episcopale Tedesca ha deciso di mettere la vicenda a tema dell’Assemblea Plenaria dei Vescovi riunitasi nel febbraio scorso. Al termine dei lavori è stato emanato un resoconto dell’assise nel quale tra l’altro si legge:

Il Cardinale K. Lehman di Mainz, nella sua qualità di Presidente della Commissione per la Fede della Conferenza Episcopale Tedesca, ha presentato, sulla base di conoscenze scientifiche, riguardanti la disponibilità di nuovi preparati ad azione modificata, la valutazione teologico-morale dell’uso della cosiddetta “pillola del giorno dopo”.
Il Cardinale di Colonia Joachim Meisner, d’accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede e la Pontificia Accademia per la Vita, ha commentato le ragioni di fondo della sua spiegazione, diramata il 31 gennaio 2013, a proposito del recente caso di non accettazione di una vittima di stupro da parte di due ospedali di Colonia amministrati da ordini religiosi.
L’Assemblea Plenaria ha sottolineato con forza che negli ospedali cattolici le donne vittime di stupro ricevono per certo aiuti medici, psicologici, umani e spirituali. E in questi aiuti può rientrare la somministrazione della “pillola del giorno dopo”, in quanto  questa ha un’azione preventiva e non abortiva. Non possono essere usati in seguito metodi medico-farmaceutici che causino la morte di un embrione. I Vescovi tedeschi confidano che nelle istituzioni di amministrazione cattolica sia presa la decisione pratica di trattamento in conformità a questo motivo teologico-morale. In ogni caso la decisione della donna interessata va rispettata.
Accanto alle iniziali prese di posizione nei confronti della “pillola del giorno dopo”, l’Assemblea Plenaria riconosce la necessità di approfondire, anche in contatto con le autorità competenti di Roma, le ulteriori connessioni del problema che si pone e di fare le necessarie differenziazioni. I Vescovi condurranno adeguati colloqui con i responsabili degli ospedali cattolici, i ginecologi, i medici e i consulenti cattolici.
(traduzione a cura della Prof.ssa Margherita Alessio Penzi)

La determinazione dei Vescovi tedeschi non è stata priva di commenti contrastanti anche in campo cattolico. Ad esempio il «Corriere della Sera» del 22 febbraio 2013 ha riportato un’intervista rilasciata ad Alessandra Arachi da don Vinicio Albanesi, presidente della comunità di Capodarco. Nell’articolo afferma:

Hanno avuto un po’ di coraggio i vescovi tedeschi, ci voleva. Anche le chiese ortodosse si sono spinte verso una religione di stampo umano quando hanno deciso di concedere l’uso del preservativo per difendersi da una malattia aggressiva come l’Aids. Sono atti di umanità, che sarebbero auspicabili anche qui in Italia, sebbene i nostri vescovi siano molto più prudenti del necessario essendo, come sono, tanto vicini al papato.

Le affermazioni di don Albanesi provocano non poche perplessità. Stupisce soprattutto il suo auspicare «una religione di stampo umano».
Dimentica probabilmente quanto sostiene il paragrafo 37 dell’Istruzione Dignitas Personae della Congregazione per la Dottrina della Fede: «Dietro ogni “no” rifulge, nella fatica del discernimento tra il bene e il male, un grande “sì” al riconoscimento della dignità e del valore inalienabili di ogni singolo ed irripetibile essere umano chiamato all’esistenza». In questa linea è possibile affermare che la Chiesa non ha mai idolatrato la norma, ma ha sempre cercato il vero bene materiale e spirituale dell’uomo. Servire il bene integrale dell’uomo, non significa concedere ogni cosa, ma discernere attentamente ciò che aiuta a dare senso e dignità alla natura umana.

Di là da ogni scadimento polemico, è utile ricordare che la sessualità matura è anzitutto relazione. Il Catechismo della Chiesa Cattolica  spiega che l’uomo e la donna sono chiamati a vivere «una totalità in cui entrano tutte le componenti della persona – richiamo del corpo e dell’istinto, forza del sentimento e dell’affettività, aspirazione dello spirito e della volontà».  L’amore coniugale, infatti, «mira a un’unità profondamente personale, quella che, di là dall’unione in una sola carne, conduce a non fare che un cuore solo e un’anima sola; esso esige l’indissolubilità e la fedeltà della donazione reciproca definitiva e si apre sulla fecondità» (CCC, 1643). Tale necessaria relazionalità impone di superare l’infantilismo sessuale che vede l’uso della genitalità come occasione per soddisfare un piacere finalizzato unicamente al godimento personale. Apre poi al dono che è capacità di offrirsi all’altro gioiosamente e senza riserve.
L’Enciclica Humanae vitae di Paolo VI osserva al riguardo che l’amore tra un uomo e una donna deve essere

prima di tutto amore pienamente umano, vale a dire sensibile e spirituale. Non è quindi semplice trasporto d’istinto e di sentimento, ma anche e principalmente è atto della volontà libera, destinato non solo a mantenersi, ma anche ad accrescersi mediante le gioie e i dolori della vita quotidiana […].
È poi amore totale, vale a dire una forma tutta speciale di amicizia personale, in cui gli sposi generosamente condividono ogni cosa, senza indebite riserve o calcoli egoistici. Chi ama davvero il proprio consorte, non lo ama soltanto per quanto riceve da lui, ma per se stesso, lieto di poterlo arricchire del dono di sé.
È ancora amore fedele ed esclusivo fino alla morte […].
È infine amore fecondo, che non si esaurisce tutto nella comunione dei coniugi, ma è destinato a continuarsi, suscitando nuove vite.
“Il matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole. I figli infatti sono il preziosissimo dono del matrimonio e contribuiscono moltissimo al bene degli stessi genitori” (Gaudium et spes, 50).

Questa ricchezza d’amore non si realizza certo nello stupro che è per definizione un accoppiamento sessuale imposto con la violenza. Chi violenta provoca una profonda dissociazione tra l’affettività e la genitalità usando in modo «assolutamente strumentale e “cosificato” (res=cosa) il corpo dell’altro per trarne, a vario titolo e in vario modo, piacere sessuale» (LEONE S., Sessualità e persona, 2012: 193).

L’unione estorta stravolge il significato dell’amore umano. Un’eventuale derivata procreazione non sarebbe segno e frutto di autentico amore perché non è risultato di una reciproca donazione. La tradizione morale ha sempre ritenuto pertanto lecito espellere il liquido seminale per impedire una procreazione conseguente a una violenza. In tempi più recenti, con l’avvento della pillola anticoncezionale, si è giustificata la possibilità di assumere in forma preventiva un mezzo contraccettivo quando la donna ha buoni motivi per temere un atto di violenza compiuto su di lei. È il caso ad esempio verificatosi nella ex-Jugoslavia e in altre parti del mondo, piagate da guerre civili dove gli stupri etnici erano e/o sono perpetuati con inarrestabile determinazione.

I Vescovi tedeschi affermando la possibilità di ricorrere alla contraccezione dopo stupro non hanno quindi proposto nulla di nuovo ma si sono posti in linea con la tradizione morale che prevede da congruo tempo questa possibilità. La Conferenza Episcopale Americana si era espressa nello stesso senso già nel 2001 nel documento in cui enunciò le direttive etiche che dovevano assumere le strutture sanitarie cattoliche. Al paragrafo 36 si affermò infatti:

Una donna che è stata violentata dovrebbe potersi difendere da un potenziale concepimento derivante da una violenza sessuale.
Se dopo esami appropriati non c’è evidenza che il concepimento sia già avvenuto, può essere trattata con farmaci che prevengono l’ovulazione, la capacitazione degli spermatozoi o la fecondazione.
Non è permesso intraprendere o raccomandare trattamenti che hanno lo scopo o l’effetto diretto della rimozione, distruzione o interferenza con l’impianto di un ovocita fecondato.

Se in teoria è giustificato evitare il concepimento dopo stupro, di fatto la realizzazione di quest’obiettivo non è di facile attuazione con i mezzi attuali. La lavanda vaginale si è dimostrata inefficace.
I Vescovi tedeschi parlano espressamente di “pille danach” (pillola del giorno dopo). L’eventuale utilizzo di tale pillola però non è privo di remore e ha sollevato da più parti una ridda di polemiche. Forse ancora una volta i Vescovi tedeschi hanno manifestato una scarsa appropriatezza terminologica come avvenuto con il documento Christliche Patientenverfügung (Disposizioni sanitarie del paziente cristiano), firmato congiuntamente dall’allora Cardinale Karl Lehmann, presidente della Conferenza Episcopale Tedesca e dal Presidente Ecclesiastico Manfred Kock del Consiglio della Chiesa Evangelica in Germania, edito nel 1999 e aggiornato nel 2003.
Il testo contiene affermazioni

che possono essere interpretate in modo equivoco. Il primo problema è dato dall’uso del termine Sterbehilfe, tradotto in italiano con “eutanasia”. In Germania è utilizzato con una polivalenza di significati che lo rendono ambiguo. Gli stessi estensori del documento riscontrarono che può indicare strategie d’intervento molto diverse e tentarono inutilmente di specificarlo distinguendo l’Aktive Sterbehilfe dal Passive Sterbehilfe.
Aktive Sterbehilfe (eutanasia attiva) può essere usato per qualificare l’atto diretto a provocare la morte. È azione incompatibile con l’etica cristiana e perseguita dalla legge tedesca al pari del suicidio assistito. Può segnalare anche l’erroneamente detta “eutanasia indiretta”, cioè la possibilità di prescrivere farmaci sedativi utili per alleviare il dolore che potrebbero avere come effetto collaterale l’abbreviamento della vita. Tale determinazione è ammissibile sia giuridicamente sia eticamente in virtù del principio del duplice effetto.
L’uso più frequente del termine Sterbehilfe è però legato alla possibilità di aiutare a morire attraverso l’omissione delle terapie (Passive Sterbehilfe, eutanasia passiva).

Un’altra espressione usata creò confusione. Si parlò di

Unheilbar Kranken usata nel testo come equivalente di Todkranken. Quest’ultimo termine indica i malati terminali.
Unheilbar Kranken, invece, può designare sia i malati inguaribili, sia gli incurabili. I primi, pur non potendo giungere a guarigione, possono avere ancora una discreta aspettativa di vita se assistiti con la palliazione, atta a lenire il più possibile le loro sofferenze. I secondi, invece, non trovano più giovamento neppure nelle cure minimali.

Dopo le inevitabili critiche, Matthias Kopp, portavoce della Conferenza Episcopale (Dbk),

dichiarò che la Dbk si oppone ai progetti che intendono rifiutare i trattamenti necessari per la vita di pazienti in “coma vigile” o affetti da demenza grave. La loro situazione clinica non deve essere confusa con la terminalità e deve essere accompagnata da tutta la dedizione e l’assistenza necessarie. Solo a persone in punto di morte, si possono applicare i suggerimenti offerti dal documento Christliche Patientenverfügung.
Alla luce di queste precisazioni è ovvio costatare che gli estensori del testo avrebbero evitato critiche e ingiustificati clamori se avessero meglio calibrato i termini usati. Sarebbe bastato esplicitamente asserire che era loro intenzione occuparsi dei malati terminali (Todkranken, anziché Unheilbar Kranken) per offrire loro il necessario accompagnamento alla morte (Sterbebegleitung, anziché Passive Sterbehilfe)» (ZEPPEGNO G., La vita e i suoi limiti, 2011: 219-221).

Tornando alla pille danach, tema della nostra riflessione, è possibile notare che è un composto che ha lo scopo di evitare una gravidanza indesiderata dopo un rapporto sessuale cosiddetto “a rischio”. In questo momento in Germania sono in commercio due prodotti con tali potenzialità: l’Ellaone e il Pidana. Il ginecologo Bruno Mozzanega, autore di 170 pubblicazioni scientifiche e di una monografia (Da Vita a Vita), ha condotto attente sperimentazioni in materia. Egli ricorda che immediatamente dopo l’eiaculazione, gli spermatozoi attraversano il collo dell’utero e raggiungono la tuba, dove possono sopravvivere per qualche tempo in attesa dell’ovulazione. In questa fase si invita a sottoporsi  alla somministrazione di uno dei due preparati.

Il primo, l’Ellaone, in commercio sul mercato tedesco dal 2009, è comunemente detto “pillola dei cinque giorni dopo”. Ha come principio attivo l’Ulipristal acetato (C30H37N1O4). Secondo la società produttrice ha lo scopo di posticipare l’ovulazione. Di fatto lo studio di Vivian Brache, citato da B. Mozzanega, dimostra che solo il trattamento all’inizio del periodo fertile sembra realmente capace di ritardare l’ovulazione. Ciò nonostante si regista un’efficacia contraccettiva superiore all’80%. Questo dato evidenzia che l’Ellaone ha anche un altro sistema d’azione. Il motivo di questa “riuscita” sta nel fatto che il più importante sistema d’azione del prodotto è dato dal suo effetto sull’endometrio. Ne ritarda, infatti, la maturazione impedendo l’impianto e il conseguente aborto di eventuali embrioni già formati.

Il Pidana ha come principio attivo il Levonorgestrel (C21H28O2). L’Organizzazione Mondiale della Sanità, la Federazione Internazionale dei Ginecologi e Ostetrici (FIGO) ed altre prestigiose agenzie scientifiche e società ginecologiche, sostengono che la contraccezione d’emergenza ha unicamente lo scopo di prevenire l’ovulazione senza interferire con l’annidamento di un eventuale embrione già formato. Il Levonorgestrel è pertanto presentato come un contraccettivo da utilizzare entro 72 ore dall’avvenuto rapporto.

La sperimentazione clinica, osserva ancora B. Mozzanega, ha però evidenziato che la maggior parte delle donne ovula anche dopo aver assunto il farmaco se sono in fase pre-ovulatoria avanzata. Si possono riscontrare ritardi solo se il composto è assunto nel primo dei giorni fertili. Al contrario la somministrazione blocca in gran parte la produzione degli ormoni deputati alla preparazione dell’endometrio all’impianto. Un eventuale ovulo già fecondato pertanto non può annidarsi ed è abortito (MOZZANEGA  B. «How do levonorgestrel-only emergency contraceptive pills prevent pregnancy? Some considerations», in Gynecological Endocrinology, 27/2011, n. 6, 439-442).

Di fronte a queste evidenze scientifiche è doveroso asserire che, anche se la nota dei Vescovi tedeschi s’inserisce nella tradizione ecclesiale che riconosce la possibilità di evitare il concepimento quando il rapporto sessuale è estorto con la violenza, quindi non è segno di reciproco amore unitivo e/o di disponibilità coniugale alla procreazione, per il momento non esistono preparati atti a mettere in pratica tale teoria evitando unicamente la fecondazione. L’indicazione del documento tedesco pertanto rimane una utile ma per il momento inattuabile proposta.
Per nessun motivo si può ricorrere alla pille danach. Chi lo facesse rischierebbe di macchiarsi di aborto. La Chiesa ricorda che

La scelta deliberata di privare un essere umano innocente della sua vita è sempre cattiva dal punto di vista morale e non può mai essere lecita né come fine, né come mezzo per un fine buono
(GIOVANNI PAOLO II,  Lett. Enc. Evangelium vitae (25 marzo 1995): AAS 87(1995), 401-522, 57)

(*) Prof. Giuseppe Zeppegno
Dottore di ricerca in Morale e Bioetica,
Docente presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale - Sezione di Torino
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