L’Amore che salva. Dal Volto del Sofferente ai volti della sofferenza

Apertura del convegno al Santo Volto, Torino, 22-24 maggio 2015 con mons. Zimowski

di Gabriella Oldano *
pubblicato il 12 luglio 2015
L’Amore che salva. Dal Volto del Sofferente ai volti della sofferenza

In un continuo alternarsi di illustri relatori dinanzi ad una platea di oltre quattrocento partecipanti, fra religiosi, operatori sanitari e pastorali, rappresentanti di ordini ospedalieri e delle articolate realtà volontaristiche e associative sanitarie e socio assistenziali provenienti da città italiane ed estere, nelle tre giornate dal 22 al 24 maggio il Centro Congressi del «Santo Volto» di Torino è stato al centro dell’attenzione per il convegno internazionale dal titolo «L’Amore che salva. Dal Volto del sofferente ai volti della sofferenza».

È stato organizzato e promosso nella cornice dell’Ostensione sindonica straordinaria, aperta presso la Cattedrale torinese, dall’Ufficio diocesano per la Pastorale della Salute in collaborazione con il Centro Camilliano di Pastorale della Salute, la Piccola Casa della «Divina Provvidenza» – Cottolengo e l’Ordine ospedaliero «San Giovanni di Dio» del Fatebenefratelli, al quale hanno partecipato e dato il patrocinio il Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, l’Ufficio nazionale per la Pastorale della Salute della Cei e il Comitato per l’Ostensione.

Sessione inaugurale del Convegno «L’Amore che salva», 22 – 24 maggio 2015, Centro Congressi Santo Volto, Torino – Foto a cura di Gian Luca Ferrise

Un convegno, ha spiegato monsignor Cesare Nosiglia nel dare loro il benvenuto, nella veste di custode pontificio della Santa Sindone, teso ad «approfondirne il tema attraverso diverse sezioni di lavoro sul piano biblico, teologico, pastorale, esperienziale e di testimonianza attingendo dalla Sacra Scrittura, dai padri della Chiesa, dal Magistero e non ultimo dalle tante testimonianze di carità che rendono questo Amore veramente grande e salvifico, che lo rendono, in un certo senso, credibile agli occhi dell’umanità».
Il volto del Sofferente impresso nel telo sindonico, alla luce della narrazione evangelica, interpella l’uomo sul senso dell’esistenza umana, richiama alla speranza e alla responsabilità individuale e collettiva verso i tanti volti sofferenti riflessi in esso verso i quali, come ha detto Nosiglia, «siamo chiamati a incontrare in uscita dalle nostre sicurezze, nelle varie periferie esistenziali, come già più volte Papa Francesco ha esortato, e invita a lasciarci guardare dal volto di Cristo per essere capaci a nostra volta di saper guardare i tanti volti dell’umanità».

Hanno porto i saluti istituzionali Elide Tisi, presidente del Comitato per l’Ostensione nell’esprimere apprezzamenti per il lavoro lodevole del direttore per la pastorale della Salute don Marco Brunetti, soprattutto per la realizzazione dell’accueil per i pellegrini disabili e, in qualità di vice sindaco ha porto i saluti della Città; poi i collaboratori del convegno da padre Livio Piano Superiore generale del Cottolengo a padre Angelo Brusco a nome dei camilliani a fra Angelo Sala del Fatebenefratelli per l’Ordine ospedaliero della provincia religiosa lombardo veneta. Infine Franco Balzaretti, vicepresidente nazionale dell’Amci, vercellese legato alla comunità di Torino, ha letto la lettera scritta dal presidente Filippo Boscia indirizzata a Marco Brunetti nella quale il consiglio nazionale ha voluto sottolineare come tale incontro sia «un’importante azione di sostegno alle fragilità umane nel pieno rispetto della vita umana nei percorsi della sofferenza» e contrasto «alla strategia del silenzio, dell’abbandono e dell’indifferenza che tanto male sta arrecando alla nostra società» e richiamato l’attenzione alla relazione medico – paziente in cui nella domanda di salute si innesta la domanda di salvezza e il medico cattolico deve avere il cuore illuminato da Dio.

Con padre Augusto Chendi, M.I., Sotto Segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari per la Pastorale della Salute, nel ruolo di moderatore, si entra nel vivo della prima sessione inaugurale del convegno che elabora molteplici e complementari risvolti della relazione tra il volto del Sofferente e i volti della sofferenza. Relazione che assume senso in quanto il volto di Cristo diventa il luogo di incontro tra Dio e l’umanità, «attraverso il quale Dio viene incontro a noi, ci guarda con gli occhi stessi di Cristo ma è anche dove noi andiamo incontro a Dio che possiamo vederlo attraverso gli occhi di Cristo». È una osservazione con cui padre Chendi introduce il convegno attingendo dalle parole di Gesù in risposta a Filippo, nel Vangelo di Giovanni, Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? (14).

Il presidente del Pontifico Consiglio per gli Operatori Sanitari monsignor  Zygmunt Zimowski tiene nella sua lectio magistralis, una riflessione sul senso del soffrire alla luce della Lettera Apostolica Salvifici doloris  offerta da Giovanni Paolo II, a trent’anni dalla promulgazione, delineandone alcuni aspetti. Il tema della sofferenza «è difficile ed arduo, sia da vivere e anche da spiegare», commenta lo stesso Zimowski, che negli ultimi mesi è stato provato personalmente dalla sofferenza e tra l’altro  chiamato  due volte dal Santo Padre a far del bene per la Chiesa e l’umanità.
Il mistero della sofferenza alla luce della fede. La risposta definitiva riguardo sia all’origine sia alla finalità del soffrire ci è offerta alla luce della fede che attraverso «Cristo, si trasforma, da un effetto di un male, in causa di salvezza per l’umanità». Il cristiano sa che la sofferenza non può essere eliminata, ma può ricevere un senso, come scrive papa Francesco: «Contemplando l’unione di Cristo con il Padre, anche nel momento della sofferenza più grande sulla croce, il cristiano impara a partecipare allo sguardo stesso di Gesù» (Lumen Fidei, 56). Come un’eco della dottrina del papa polacco nella Lettera Apostolica quando riporta l’esempio di San Paolo che la fede l’aveva aiutato «perfino a trovare [nella sofferenza] la gioia » (SD, 1). Per Zimowski questa «deriva da due ragioni: in primo luogo, quando soffro, posso contare sulla vicinanza speciale di Cristo, che si immedesima con coloro che portano la croce della malattia e, in secondo luogo, la mia sofferenza diventa occasione per una sorta di missione, di evangelizzazione».
La verità dell’amore nel mistero della sofferenza. La sofferenza pur rimanendo sempre un mistero, un’esperienza profondamente umana (SD, 9) alla domanda sul perché «Giovanni Paolo II propone di vedere le cose dalla prospettiva dell’amore di Dio rivelato agli uomini in Gesù Cristo (cfr. SD, 13-14)», dando un nuovo senso alla sofferenza.
Soffrire con Cristo e in Cristo. Il mistero della Passione è racchiuso nel mistero pasquale e dunque, la «sofferenza non è allora fine a se stessa, non è neppure la fine totale. La passione è come la porta, afferma Zimowki nel parafrasare il discorso di Giovanni Paolo II nella nota 21, che – anche se fastidiosa – va superata per raggiungere la felicità eterna.
Conclude dedicando l’ultima parte al Buon Samaritano: far del bene a chi soffre. Nella parabola evangelica si coglie un punto chiave dell’antropologia cristiana, quello della sensibilità del prossimo per un sofferente, il dono di sé (SD, 28). La sofferenza di un uomo diventa quindi una sfida – dice Zimowski – un richiamo alla coscienza, una prova d’amore per un altro e fa notare come anche Benedetto XVI nell’enciclica Spe Salvi, «adotta espressioni eloquenti in merito alla dimensione orizzontale della solidarietà al sofferente: “la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società”».

Dal discorso teologico ad un esempio concreto è quanto monsignor Chendi illustra col ricordare la presenza di monsignor Zimowski all’inaugurazione della Casa del Bene nella diocesi di Acqui; un progetto di social housing che si sta attivando nelle diocesi italiane per far fronte all’emergenza abitativa. (Intervento Mons. Zygmunt Zimowski )

Con due domande provocatorie e incalzanti, «Abbiamo anche noi lo stesso sguardo di Cristo sull’uomo sofferente?», «Compassione, consolazione e misericordia ci appartengono davvero o evitiamo di incontrare e lasciarci provocare fino in fondo dal patire dell’altro, come racconta la nota parabola del buon samaritano?», il segretario generale della Cei monsignor Nunzio Galantino inizia così il suo intervento invitando «a passare dall’analisi e dalla denuncia a risposte concrete, che si fanno solidarietà, vicinanza, attenzione» verso i bisogni e le necessità dei tanti volti della sofferenza, dietro ai quali vi sono persone e non entità astratte.
Ricorda alcuni volti della sofferenza, lasciati in solitudine, esclusi dalla solidarietà del prossimo, eppure l’elenco che ne fa è alquanto lungo e la situazione drammatica che presenta è ben conosciuta nel nostro Paese,  ma il “peso” purtroppo grava su coloro che sono malati, anziani non autosufficienti, affetti da disabilità gravi assieme ai loro familiari che li assistono, su coloro che «alla fatica della malattia si aggiunge la difficoltà di farsi curare [ e] al disagio di avere poche risorse economiche si aggiunge la fatica di sopravvivere». Lamenta il decollo stentato dell’assistenza domiciliare, le difficoltà per le istituzioni che ospitano persone con disabilità gravi, per gli indigenti ad accedere alle cure sanitarie, come pure la disparità nell’offerta delle cure: «Curarsi in Sud Italia è molto più difficile, le strutture sanitarie e assistenziali sono insufficienti e in numero notevolmente inferiore a quelle del Nord. E questo sta provocando un peggioramento della salute, soprattutto quella dei poveri». È nel momento della sofferenza, quando si deve recuperare la salute, che si percepisce lo scarto fra ricchi e poveri.

È il frutto amaro di una cultura efficientista dell’esistenza a tutti costi, riprendendo la denuncia del Santo Padre nella Lettera Apostolica EG, che non accetta il limite, la fragilità e la malattia facciano parte della storia umana; dell’ «egoismo umano, come chiarisce monsignor Galantino, – elevato a pensiero, a cultura, a mentalità – e, detto in un linguaggio teologico, il peccato, che causa sofferenza sociale, genera poveri e aumenta l’ingiustizia. San Giovanni Paolo II al n. 36 della Sollecitudo rei sociali (1987) parla di “strutture di peccato” costruite dal cumulo di egoismo personali e dunque responsabili».
Vi sono anche le sfide nuove come la sofferenza psichica che a detta dell’Oms sta salendo ai primi posti tra le cause di morte, le ludopatie, le dipendenze del gioco d’azzardo patologico e i traumi psichici dell’esperienze drammatiche vissute dai migranti.
«Poiché la sofferenza è la questione seria dell’esistenza umana non bisogna disertare i luoghi abitati dal dolore», chiosa il Segretario generale mettendo in luce gli Orientamenti della Cei sul tema della fragilità che prevede tra le proposte formative «la contemplazione della Croce di Gesù, il confronto con le domande suscitate dalla sofferenza e dal dolore, l’esperienza dell’accompagnamento delle persone nei passaggi più difficili, la testimonianza della prossimità, così da costruire un vero e proprio cammino di educazione alla speranza” (n. 54).

Il padre camilliano Angelo Brusco, M.I., Direttore del Centro camilliano di Formazione di Verona e già Superiore generale dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi, in rappresentanza della nota scuola di carità istituita da San Camillo de Lellis e di quelle altrettanto conosciute come quella del San Giuseppe Benedetto Cottolengo e del San Giovanni di Dio, si sofferma sui differenti carismi messi a servizio dei sofferenti ispirati dall’amore misericordioso di Dio Padre, espresso nell’’icona del Christus medico  e nei diversi volti assunti nel Nuovo Testamento da Gesù Servo sofferente a Gesù divino Samaritano a Gesù promotore di salute.
Come nel banchetto di Betania dove c’era Lazzaro che Gesù aveva risuscitato dai morti, e Marta unse i piedi di Gesù (Gv 12, 3), così, conclude padre Brusco: «gli uomini e le donne che hanno ricevuto e praticano il carisma a favore dei sofferenti, hanno cosparso e continuano a cospargere sui piedi di Gesù, presente nei malati, una libbra di unguento prezioso, simbolo della misericordia, e tutta la casa, cioè la Chiesa e la società si riempiono di profumo». (Intervento P. Angelo Brusco)

Mons. Bruno Forte -Arcivescovo di Chieti - Vasto  - foto di P. Garelli

Mons. Bruno Forte -Arcivescovo di Chieti – Vasto – foto di P. Garelli

Conclude i lavori della prima sessione riflettendo su «Il Volto del Sofferente» attraverso la costruzione della cattedrale dello Spirito, il grande teologo Bruno Forte, arcivescovo di Chieti – Vasto, nominato Segretario speciale della III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi, sul tema della famiglia, nel 2014 e della prossima XIV Assemblea ordinaria che si terrà ad ottobre, sempre sul medesimo tema, nonché custode del «Volto Santo» presso il Santuario di Manoppello, in Pescara.
Inizia con la ricerca del Volto di Dio che non è solo giustificata ma persino necessaria e feconda per la fede. «Se come attesta la Scrittura – Dio ama manifestarsi “in figuris”, sia verbalmente che in visione, non possiamo escludere che Egli ci abbia lasciato delle impronte della Sua manifestazione visibile, che derivano dal Suo rendersi presente nella storia». Per Bruno Forte il desiderio di immagini “non dipinte da mano d’uomo” (“acherotipe” e dunque di origine divina) presente nella tradizione cristiana trova la sua legittimità nel semplice fatto che Dio stesso l’ha reso fondato con il fatto che la vita eterna si è fatta visibile e il Figlio unigenito si è fatto uomo. L’attenzione credente alla Sindone di Torino o al Volto Santo di Manoppello, fra di loro perfettamente sovrapponibili, né è un’espressione significativa.
Procede con Gesù che è il Volto del Sofferente, mostrato in pienezza negli eventi che narrano la storia della passione fino a quell’«incondizionata dedizione al Padre, che ne è stata sigillata, fino al “sì” supremo che l’ha portato alla morte» e alla redenzione. Ne analizza i tratti del Volto da «Passus et Glorificatus» a «Patiens et Glorificans» fino al «Dominus patiens» nel quale Gesù si identifica con il Dio sofferente.
Descrive il triplice esodo del Volto del Sofferente partendo da quello dal Padre per amore nostro; poi quello da sé che ha fatto «l’opzione radicale per Dio, libero da sé, libero per esistere per gli altri; per arrivare fino al “reditus”, alla gloria da cui è venuto. Questo terzo esodo, che è quello della speranza – sostiene il teologo – ci ricorda che il cristianesimo non è la religione del trionfo del negativo, ma è e resta, nonostante tutto e contro tutto, la religione della speranza e che dunque i cristiani, anche in un mondo che ha perso il gusto a porsi la domanda di senso, sono coloro che hanno a cuore l’Eterno. Il Volto sofferente, guarda, insomma, lontano, dove nessuna visione mondana da sola può giungere.
Nella resurrezione Il volto sofferente si trasfigura in luce e speranza per tutti i sofferenti della terra e per i credenti che mettono con il Figlio di Dio la propria vita al servizio del Padre, chiamati ad essere testimoni del senso che ci ha aperto le porte del Regno. Senza quest’orizzonte di speranza, conclude l’arcivescovo Forte, fondato sulla fede nell’impossibile possibilità di Dio, nessun annuncio e impegno di carità e di giustizia potrà essere portato avanti fino in fondo: la pace è opera di giustizia che giunge sempre e solo sulle ali della speranza più forte di ogni calcolo umano. (Intervento Mons. Bruno Forte)

(*) Redazione Bioetica News Torino
© Riproduzione Riservata