Notizie dal mondo

di Lara Reale *
pubblicato il 9 aprile 2014
Notizie dal mondo

Cuore, studio Uk accusa: migliaia di morti in Ue per linee guida basate su dati falsi

1 marzo 2014

I numeri sono quelli di un conflitto armato. “Almeno 10 mila probabili morti l’anno nel solo Regno Unito”. Sono le conclusioni di una meta-analisi condotta su migliaia di pazienti da un team di ricercatori britannici guidati da Darrel Francis, dell’Imperial College di Londra, e pubblicata a luglio sulla rivista specializzata “Heart”. Cifre che, guardando all’intero Continente europeo, lieviterebbero. Fino a raggiungere le 800 mila morti negli ultimi cinque anni, in base a una più ampia indagine condotta dallo stesso gruppo di ricerca, pubblicata nelle scorse settimane sullo “European Heart Journal”. “La sicurezza dei pazienti è di primaria importanza – sostiene Francis nella sua analisi -. La medicina clinica dovrebbe imparare dai propri fallimenti”.

Ma su cosa si basa questo studio britannico e quali sono i fallimenti cui fa riferimento? Tutto ruota intorno alle linee guida della Società europea di cardiologia pubblicate nel 2009: raccomandano per i pazienti cardiopatici che devono sottoporsi a un intervento chirurgico non legato al cuore l’impiego di farmaci beta bloccanti, per proteggere il cuore stesso sia durante che dopo l’operazione. Queste linee guida sono, però, basate su ricerche rivelatesi nel tempo in contrasto con gli standard scientifici correnti, tanto da provocare nel novembre del 2011 il licenziamento dell’autore, Don Poldermans, da parte dell’Erasmus Medical Center di Rotterdam presso il quale lavorava come esperto in chirurgia cardiovascolare, a seguito di una “Inchiesta per possibile violazione dell’integrità scientifica”.

A nulla sono valse, infatti, le ammissioni di colpa e le scuse dello studioso, che ha tuttavia negato l’intenzionalità del suo operato. Numerosi gli appunti mossi contro di lui, tra gli altri “cattiva condotta scientifica, omissione di consenso informato scritto, fabbricazione di dati e manipolazione dei risultati della ricerca”. Non sarebbe, invece, emersa “alcuna prova di manipolazioni indirizzate deliberatamente in una specifica direzione”, secondo l’indagine interna dell’istituto. I fatti sono ancora più gravi se si considera che il medico olandese caduto in disgrazia, oltre a essere stato il principale responsabile del progetto di ricerca, ha anche guidato, in palese conflitto d’interessi, la commissione che ha stilato le linee guida europee.

“La meta-analisi di Francis è solo l’ultimo di una serie di studi che mettono in dubbio l’uso dei beta-bloccanti per la prevenzione degli eventi cardiovascolari nella chirurgia non cardiaca – sostiene Rosa Sicari, dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Pisa, tra i membri della task force che ha stilato le linee guida europee -. Le varie generazioni di studi nel tempo sono state, infatti, messe in discussione per il sospetto di frode scientifica. Tuttavia – precisa la studiosa – nonostante ci siano state indagini sulla condotta di Don Poldermans, autore principale di queste ricerche, gli studi non sono stati cancellati e/o ritirati dagli editori delle prestigiose riviste che li avevano pubblicati”.

Ma quanto sono efficaci questi medicinali e quali sono i rischi connessi al loro impiego? “I beta-bloccanti sono farmaci largamente usati nei pazienti con cardiopatia ischemica e nella disfunzione ventricolare sinistra non ischemica – spiega Sicari -. Il loro utilizzo aumenta il rischio di morte per ipotensione e ictus. Tuttavia, gli studi clinici randomizzati sono ancora pochi e probabilmente insufficienti a chiudere questa controversia scientifica che dura da moltissimi anni”.

Secondo quanto emerge dalla meta-analisi, l’aumento del rischio di decessi nel solo Regno Unito sarebbe del 27 per cento. Francis e colleghi denunciano che le linee guida europee sono ancora basate su analisi che comprendono i dati degli studi di Poldermans, ormai screditati. E denunciano come l’aver inserito questi dati manipolati nelle meta-analisi fatte in precedenza abbia determinato una sottostima del rischio di mortalità associato all’uso dei beta-bloccanti. Secondo gli autori, però, “non è facile accertare in modo affidabile la reale estensione del possibile danno” di questa sottovalutazione dei rischi per la salute. Ma, in basse alle loro stime, “più della metà dei decessi si sarebbe verificata quando la ricerca di Poldermans era già stata screditata. Le linee guida – concludono Francis e colleghi – dovrebbero, pertanto, essere ritirate senza ulteriori ritardi”.

L’invito degli studiosi inglesi sembra essere stato recepito. “Si stanno preparando le nuove linee guida – comunica Sicari -, nelle quali l’indicazione dei beta-bloccanti dovrebbe rimanere limitata a chi già li utilizza cronicamente”. Secondo un comunicato congiunto emesso, all’indomani della pubblicazione dello studio britannico, dall’American Heart Association, l’American College of Cardiology Foundation e l’European Society of Cardiology, “è in corso un’attenta indagine di tutti gli studi già validati, con l’incorporazione di nuovi trial e meta-analisi. Nel contempo, la nostra posizione comune è che l’utilizzo dei beta-bloccanti in pazienti che si sottoporranno a interventi non cardiaci non dovrebbe essere considerato di routine, ma valutato attentamente dai medici caso per caso”. Le nuove linee guida, depurate da dati erronei e manipolati, secondo le indicazioni delle tre società scientifiche internazionali, dovrebbero vedere la luce quest’estate.

Davide Patitucci
(Fonte: «Il Fatto Quotidiano»)
(Approfondimenti: http://heart.bmj.com/content/early/2013/07/30/heartjnl-2013-304262.full.pdf+html)

Alzheimer e diabete, cibo spazzatura tra le cause del declino cognitivo

1 marzo 2014

La dieta occidentale, specie se ricca di ‘cibo spazzatura’, potrebbe avere un ruolo importante nell’Alzheimer, la forma più diffusa di demenza senile, a causa delle ‘glicotossine’, sostanze tossiche prodotte dal metabolismo dei carboidrati presenti in cibi poco genuini come prodotti confezionati, snack, carni molto lavorate.

È quanto emerge da uno studio sulla rivista «Pnas» diretto da Helen Vlassara del Mount Sinai School of Medicine di New York. La dieta occidentale e il ‘cibo spazzatura’ sono noti aumentare i livelli plasmatici di glicotossine, in particolare i cosiddetti prodotti finali della glicazione avanzata (AGE). La glicazione è una reazione chimica tutt’altro che salutare che subiscono zuccheri e proteine. Gli esperti hanno condotto una doppia indagine: una su animali e una su un campione di soggetti sani ultrasessantenni.

Topolini alimentati con dosi di cibo spazzatura comparabili a quelle di un individuo con un’alimentazione scorretta nel giro di poco sono andati incontro a declino cognitivo e motorio. Inoltre nel loro organismo è risultata ridotta l’attività di un enzima protettivo molto importante per il cervello, SIRT1, e infine i topi hanno sviluppato una condizione simile al diabete. Nel loro cervello erano presenti depositi di proteina beta-amiloide, l’agente causale dell’Alzheimer.

Negli ultrasessantenni che seguivano una dieta sbagliata, tipicamente occidentale e ricca di cibi con grassi saturi, in meno di un anno si sono resi visibili i segni del declino cognitivo e di pre-diabete. Nel loro sangue – come nei topi – vi erano elevati livelli di AGE, mentre risultava ridotta l’attività di Sirt1.

(Fonte: «Il Fatto Quotidiano»)

Utero in affitto, in Russia bimbi nati da padri defunti

3 marzo 2014

«Se la scienza può farlo accadere, allora anche Dio è d’accordo». Il suo mantra sull’utero in affitto, Maxim Kiyayev, l’ha sentito una volta da un prete di Salonicco. Lui di mestiere fa l’avvocato, a San Pietroburgo. Lavora per la Rosyurconsulting, uno studio legale russo specializzato in maternità surrogata. L’idea di offrire quel tipo di consulenza, 15 anni fa, poteva sembrare una po’ balzana. Ma oggi, alla porta lussuosa degli uffici (che hanno sedi e rappresentanti sparsi in tutte le capitali d’Europa, Roma compresa), bussano l’80% e forse più delle coppie che scelgono Mosca come meta della ricerca di un figlio.

La Rosyurconsulting offre loro una certezza: qualunque problema possa insorgere, nel “programma”, con noi sarete in una botte di ferro. Che non è poco, visto che la pratica dell’utero in affittooltre che in Italia – è vietata in Austria, Francia, Germania, Svezia e Norvegia, mentre in Danimarca, Spagna e Olanda è permessa, sì, ma soltanto a titolo gratuito (e quindi, come ovvio, assai poco diffusa). Lo studio d’altronde si occupa di tutto: dalla scelta della madre surrogata al certificato di nascita del bambino.

Kiyayev e gli altri avvocati sono vocabolari viventi dell’utero in affitto. Conoscono le problematiche, masticano identikit e regole. Sanno che le aspiranti surrogate tendenzialmente sono povere, non hanno istruzione, vengono da paesini della provincia. «Spesso non considerano un lavoro quello che invece dovrebbe essere», spiega Kiyayev. Un atteggiamento che può creare dei problemi (per la Rosyurconsulting, s’intende). Le grane vere, però, lo studio le ha coi clienti. «Che hanno soldi da spendere – spiega un’altra dipendente, Natalia – e tendenzialmente pensano di poter comprare tutto quello che non hanno o non possono avere». Persino il segno zodiacale di una madre surrogata, tra le richieste più frequenti.

Ma un buon oroscopo è niente in confronto a quello che si può pretendere (e ottenere) in Russia. Dove una legge sulle pratiche di fecondazione assistita non esiste e può tranquillamente succedere (anche se, pare, ancora per poco) che un padre single – un modo diplomatico per dire omosessuale – affitti un utero, in barba alla tanto odiosa e ostentata omofobia del Paese.

Sono poi già tre i casi di surrogazione post mortem. In cui, cioè, è stato utilizzato lo sperma di un padre ormai defunto per far nascere un figlio. L’idea è venuta per la prima volta alla famiglia Zacharov, nel 2005: Georgy è nato orfano, di padre morto per malattia e di madre affittata. Ma il caso più recente, quello della signora Lamara Kelesheva, è senz’altro il più incredibile. La donna, 57 anni, nel 2005 ha visto il suo adorato primogenito Misha ammalarsi di leucemia. E prima della sua morte, nel 2008, ha pensato bene (tra una chemioterapia e un’altra) di convincerlo a lasciarle un’eredità genetica. Detto fatto, a Lamara restava soltanto l’incombenza di trovare tre donne: una che donasse gli ovuli, le altre due che affittassero l’utero (già, due, nel caso una delle gravidanze non fosse andata a buon fine). Nel 2011 dalle due mamme sono nati 4 gemelli: Ioannis, Feokharis, Misha e Maria. Per cui ora Lamara non reclama solo la nonnitudine, ma la maternità a tutti gli effetti. A dire il vero, con qualche problema legale persino in Russia.

Certi nodi d’altronde vanno ancora sciolti, lo sa anche l’avvocato Kiyayev: «Come comportarsi quando i “genitori” muoiono mentre la madre surrogata è incinta? E quando è la surrogata a morire?». Se la scienza può farlo accadere, la legge non sempre è d’accordo.

Viviana Daloiso
(Fonte: «Avvenire»)

Horizon 2020: l’Ue mette a disposizione 80 miliardi per la ricerca

3 marzo 2014

Difficile per la comunità della ricerca scientifica italiana, operante in un Paese nel quale la forbice sui fondi, negli ultimi anni, è diventata sempre più affilata, non sentire la chiamata di «Horizon 2020». Ossia del programma quadro per l’innovazione messo a punto dalla Ue per coordinare le attività di ricerca dei suoi 28 Stati membri, evitando dispersioni e frammentazioni di sapere. Uno strumento che, per i prossimi sette anni, apre un «orizzonte» di finanziamenti da quasi 80 miliardi (27 in più rispetto a quelli erogati, tra il 2007 e il 2013, dal settimo programma quadro) che potranno essere richiesti da università, enti pubblici, grandi aziende, pmi, start up, centri di ricerca e d’eccellenza.

Un orizzonte, però, che richiede un approccio integrato e una sinergia di risorse non indifferente. Tutte modalità che sembrano essere state recepite dalla comunità scientifica italiana, impegnata in una serie di incontri su tutto il territorio nazionale per unire gli sforzi e non perdere la grande occasione. Una chance che interessa anche a settori nevralgici per la sostenibilità ambientale. Come, per esempio, il riciclo dei rifiuti elettronici e il recupero di materie preziose.

Guardando a Horizon 2020Tra gli ultimi incontri con tema Horizon, il tavolo che si è aperto all’Università Bicocca di Milano per affrontare al meglio le possibilità offerte dal programma quadro. Incontro nel quale si sono confrontati non solo gli esperti universitari e i portavoce delle aziende e delle attività produttive lombarde, ma anche alcuni rappresentanti del Comitato Horizon 2020 e dell’Agenzia per la promozione della ricerca europea (Apre). E nel quale sono emerse diverse ipotesi da non sottovalutare. Come, per esempio, la possibilità di formare cordate internazionali per non lasciarsi sfuggire i finanziamenti. Oppure far coesistere fondi che arrivano da fonti diverse. E infine l’importanza di presentare progetti sviluppati con i criteri di Horizon. «Per massimizzare il risultato», afferma Armando Crinito, direttore generale vicario delle attività produttive, ricerca e innovazione della Lombardia, «bisogna aggregarsi. Chi va da solo, infatti, rischia di non prendere soldi».

Tre pilastri per crescere Fondamentale, quindi, capire il terreno su cui ci si muove. «L’approccio», sottolinea Maria Cristina Messa, rettore della Bicocca e rappresentante italiano nel Comitato Horizon 2020 per il programma Research Infrastructures, «deve essere europeo. Con collaborazioni internazionali aperte in tutti i campi». Un open access per trovare le giuste connessioni con i tre pilastri. Ossia le tre grandi aree tematiche in cui Horizon è suddiviso. Cominciando dai 17 miliardi per la competitività delle industrie fino ai 6 miliardi stanziati per le tecnologie del domani come, per esempio, la fotonica, i materiali nuovi e la nanoelettronica. Senza dimenticare la parte più grande e che pesa 30 miliardi, ossia le «sfide delle società». Che includono i temi più caldi come, per esempio, inquinamento, risorse energetiche, cambiamenti climatici, trasporti, terapie per le malattie più diffuse. E di cui 3,1 miliardi sono destinati a progetti nel settore del riciclo. Come, per esempio, per quelli elettronici.

Un’occasione per il recupero – «Si tratta», afferma Danilo Bonato, direttore generale di ReMedia, il consorzio per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti elettrici ed elettronici (Raee), «di un’occasione unica per l’Italia». Un treno che, per essere preso in tempo, oltre agli sforzi del Consorzio, dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea) e dei poli scientifici universitari, avrebbe bisogno di «un aiuto concreto da parte dei ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente».

Tra sfida e necessità – La sfida sui rifiuti elettronici? Quella delle materie prime o, meglio, il potenziamento del loro recupero dai rifiuti tecnologici. In linea con l’obiettivo europeo di ridurre, del 25% entro il 2020, il consumo di metalli e terre rare. Mantenendo intatta la produzione degli oggetti in cui sono contenute. Ma anche una necessità per l’Italia, vista la dipendenza in campo minerario da altri Paesi, con l’85% delle materie importate. «Tra metalli e minerali», prosegue Bonato, «le nostre risorse sono scarse. Niente, in confronto al patrimonio minerario della Germania e dei Paesi scandinavi». Un limite del sottosuolo che, negli ultimi dieci anni, ci ha permesso di sviluppare una grande competenza in materia di riciclo. E di presentarci a Horizon 2020 con tecnologie e processi industriali innovativi.

Innovazione made in Italy – «I nostri sistemi di punta si basano sulla biometallurgia. Ossia processi chimici, simili a quelli che avvengono in natura, in grado di separare da un oggetto — un telefonino, per esempio, ne contiene 50 diversi — i vari materiali». Ma anche con invidiabili quadri organizzativi. «Quello che vogliamo», prosegue Bonato, «è potenziare la mappatura della miniera urbana. Quantificando non solo i rifiuti elettronici, ma anche la quantità di materiali contenuta negli oggetti». Operazione possibile grazie anche al lavoro fatto in questi anni sulla tracciabilità dei prodotti. Spesso resa difficile, secondo il direttore generale, dai produttori e dagli assemblatori. E ancora migliorabile sviluppando il sistema delle tecnologie Rsid. «L’obiettivo», conclude Bonato, «è di accedere almeno al 10% del fondo europeo. Circa 300 milioni che potranno generare almeno 40 mila posti di lavoro».

Carlotta Clerici
(Fonte: «Corriere.it»)
(Approfondimenti: http://ec.europa.eu/programmes/horizon2020/”http://ec.europa.eu/programmes/horizon2020/
http://www.apre.it/ricerca-europea/horizon-2020/)

Ambiente: Hedegaard (Ue), economia e clima, azione urgente sui due fronti

3 marzo 2014

“Il problema del cambiamento climatico non è sparito mentre i governi erano impegnati a gestire la crisi economica. Non si tratta di scegliere tra crescita e competitività, da un lato, e clima, dall’altro. Occorre agire su entrambi i fronti”. Connie Hedegaard, danese, commissaria europea per l’azione per il clima, commenta un sondaggio diffuso il 3 marzo da Eurobarometro secondo il quale “nove europei su dieci considerano il cambiamento climatico un problema grave”, mentre “quattro persone su cinque riconoscono che la lotta al cambiamento climatico e una maggiore efficienza energetica possono dare impulso all’economia e all’occupazione”.

Hedegaard aggiunge: “Mi auguro che i leader europei ascoltino e agiscano di conseguenza nella prossima riunione del Consiglio europeo, quando discuteranno le nostre proposte per il 2030 in materia di clima ed energia”. Il tema infatti tornerà nella massima assise politica, quando si incontreranno a Bruxelles il 20 e 21 marzo i 28 leader dei Paesi aderenti. Fra i risultati dell’indagine – realizzata a inizio dicembre con i consueti criteri di Eurobarometro – si constata inoltre che “7 cittadini su 10 ritengono che la riduzione delle importazioni di combustibili fossili da Paesi esterni all’Ue possa apportare vantaggi economici”.

Anche José Manuel Barroso, presidente della Commissione, ha rilasciato un commento: “Non si tratta di scegliere tra un’economia florida e la protezione del clima. Un’azione ragionata a favore del clima corrisponde in realtà a una buona scelta economica. I risultati del sondaggio lanciano un forte segnale ai leader europei, spronandoli ad adottare una politica climatica coraggiosa per una ripresa economica sostenibile”. Se l’80% degli intervistati ritiene dunque che la lotta al cambiamento climatico e il miglioramento dell’efficienza energetica possano dare impulso all’economia, il Paese dove si è registrato il più alto consenso totale è la Spagna, seguita da Svezia, Malta, Irlanda.

Il 90% del campione intervistato considera il cambiamento climatico “un problema grave” e il cambiamento climatico “figura tra i problemi più gravi che il mondo si trova ad affrontare, dopo la povertà e la situazione economica”. Inoltre “la stragrande maggioranza degli europei – sottolinea Eurobarometro – è a favore degli interventi nazionali per incrementare l’efficienza energetica e il ricorso a energie rinnovabili”.

(Fonte: «Sir Europa»)

Media, bambini e adolescenti: possibile influenza deleteria

4 marzo 2014

Perché è così difficile credere all’influenza dei media su bambini e adolescenti? A chiederselo è Victor Strasburger, pediatra alla University of New Mexico School of Medicine di Albuquerque e coautore di un articolo pubblicato sulla rubrica “Pediatrics Perspectives” della rivista Pediatrics. «L’autore della sparatoria alla Navy Yard di Washington, che lo scorso settembre ha ucciso 12 persone, passava fino a 16 ore al giorno giocando a videogiochi violenti come Call of Duty» esordisce il ricercatore. Ma in risposta a un articolo di Brad Bushman sul sito Cnn, oltre 1.400 persone erano dell’opinione che i videogiochi violenti non avessero effetti negativi. E non solo: in una recente sentenza (Brown v. Entertainment Merchants Association et al, No. 08-1448) il giudice Scalia della Corte Suprema degli Stati Uniti ha addirittura paragonato i videogiochi violenti alle fiabe per bambini dei fratelli Grimm e all’Odissea di Omero.

«Ma come è possibile che media come videogiochi e Tv non abbiano effetti su bambini e adolescenti che passano davanti a uno schermo circa 7 ore al giorno, ma anche 11 se lo schermo è in camera da letto?» si domanda ancora Strasburger, sottolineando che nonostante le migliaia di studi svolti sugli effetti dei media, molte persone semplicemente si rifiutano di crederci. «Cosi come c’è ancora chi crede che il presidente Obama non sia nato negli Stati Uniti, che il presidente Kennedy non sia stato assassinato, che l’uomo non abbia camminato sulla luna e che l’Olocausto non si sia verificato» aggiunge il pediatra.

Quando miliardi di dollari sono in gioco, è difficile assumersi la responsabilità di ammettere che il rapporto tra violenza nei media e nella vita reale esiste, e può essere anche più stretto di molti legami altrettanto deleteri e più facilmente compresi e accettati dal pubblico. Il fumo passivo e il cancro al polmone oppure l’esposizione al piombo e il deterioramento cognitivo, tanto per fare due esempi. Da qui nasce l’ultima domanda: che fare? «Dobbiamo pensare in modo creativo a come educare meglio il pubblico, e i pediatri non possono farcela da soli. Serve l’aiuto delle scuole di giornalismo e dei futuri giornalisti, delle scuole di cinema e dei futuri produttori e registi. E non dobbiamo scordare di educare i nostri ricercatori a comunicare meglio la scienza al grande pubblico» conclude Strasburger.

(Fonte:«Doctor 33»)
(Approfondimenti: http://pediatrics.aappublications.org/content/125/4/756.full.pdf)

Eutanasia per i bambini, il re del Belgio firma la legge

4 marzo 2014

Alla fine il re Filippo ha firmato la legge che estende l’eutanasia ai minori. Il Belgio diventa così il primo Paese al mondo a permettere l’eutanasia a tutta la popolazione senza limiti di età. Il re non ha dunque voluto tenere conto della petizione che gli chiedeva di non firmare.

La norma era stata approvata in via definitiva dal Parlamento belga lo scorso 13 febbraio con 86 voti a favore e 44 contrari e si aspettava solo l’ultimo passaggio, considerato una formalità burocratica, della firma del re. Ma qualche barlume di speranza le associazioni pro life lo conservavano: la scorsa settimana infatti era stata consegnata a Filippo una petizione firmata da 210 mila persone che gli chiedeva di non approvare il testo. Il re, come risaputo, è contrario alla legge approvata dal Parlamento ma a causa di ragioni di Stato non ha potuto imitare le gesta di suo zio Baldovino, che pur di non avallare la legge sull’aborto scelse di dimettersi.

In Belgio la monarchia tiene unito un Paese fortemente diviso tra fiamminghi e valloni. Se non avesse firmato, è probabile che una parte avrebbe chiesto l’indipendenza con il conseguente smembramento del Belgio. Con la legge firmata il 4 marzo dal re potranno richiedere l’iniezione letale anche quei minori che, affetti da una malattia in stato terminale e provando una sofferenza insopportabile di ordine fisico, diano prova di essere coscienti di quello che stanno richiedendo: cioè la morte. Se uno psichiatra li dichiarerà capaci di intendere e i genitori saranno d’accordo, potranno ottenere l’eutanasia.

(Fonte: «Avvenire»)

Videogiochi, TV e obesità infantile: quale strada seguire?

5 marzo 2014

Il legame tra videogiochi e peso in bambini e adolescenti è l’argomento di due studi pubblicati su «Jama Pediatrics». Il primo, svolto dai ricercatori del Dartmouth Institute for Health Policy and Clinical Practice di Lebanon, New Hampshire, dimostra che avere una Tv in camera da letto porta a un aumento di peso direttamente proporzionale al tempo trascorso davanti allo schermo. L’altro, coordinato dall’United Health Group, un provider sanitario di Minneapolis, Minnesota, suggerisce che l’uso di videogiochi attivi si associa a un aumento dell’attività fisica, con relativa riduzione dei chili di troppo. «Oltre un terzo dei bambini e degli adolescenti statunitensi sono obesi o in sovrappeso, e circa il 70% ha la televisione in camera» spiega James Sargent del Darthmouth Institute, autore con i colleghi di un sondaggio telefonico su 6.522 ragazzi ambosessi tra 10 e 14 anni, seguito dalla stima dell’indice di massa corporea fra due e quattro anni dopo l’intervista. I risultati? La TV in camera porta a un incremento di indice di massa corporea di 0,57 dopo due anni e 0,75 dopo quattro anni di follow-up, con un aumento netto del 24% nel biennio. L’ipotesi dei ricercatori, anche se il disegno dello studio non consentiva di individuare ragioni causali, è che l’associazione potrebbe dipendere sia dall’aumento del tempo di visione, sia dal sonno disturbato dallo schermo. «In ogni caso, togliere la TV dalla camera da letto potrebbe essere un passo importante contro l’obesità infantile» conclude Sargent.

Dati interessanti vengono anche dallo studio dello United Health Group, che a fronte dell’aumento di obesità giovanile ha valutato gli effetti dell’exergaming, cioè l’uso di console attive che tracciano i movimenti dei giocatori per controllare il gioco, per esempio Xbox-Kinect o Wii, come forma alternativa di esercizio per combattere la vita sedentaria nei più piccoli. Dice Deneen Vojta, pediatra e vicepresidente esecutivo di Diabetes Prevention and Control Alliance all’United Health Group: «Allo studio hanno preso parte 75 bambini sovrappeso o obesi, età media 10 anni, randomizzati a un programma di gestione del peso associato o meno all’uso di videogiochi attivi». E i risultati dimostrano che l’exergaming aumenta effettivamente l’attività fisica, inducendo a 16 settimane una maggiore riduzione dell’indice di massa corporea nei bambini che giocavano rispetto a quelli messi a sola dieta. «Questi dati aprono la strada a studi futuri che dovrebbero esaminare gli effetti del gioco attivo su casistiche maggiori e follow-up più lunghi» conclude Vojta.

(Fonte:«Doctor 33»)
(Approfondimenti: http://archpedi.jamanetwork.com/article.aspx?articleid=1838347)

Giornata internazionale della donna. L’UE lancia l’allarme: una su tre ha subito violenza. E i Paesi scandinavi sono quelli più a rischio

5 marzo 2014

La Riunione interparlamentare “Violenza sulle donne – Una sfida per tutti”, presso il Parlamento europeo, del 5 marzo, in occasione della Giornata internazionale della donna dell’8 marzo, è l’occasione, tra l’altro, per la presentazione dell’Indagine sulla violenza di genere contro le donne in Europa, realizzato dall’Agenzia europea dei diritti fondamentali – Fra (European Union Agency for Fundamental Rights). Si tratta di uno studio su larga scala, iniziato nel 2011, basato in particolare sull’intervista di oltre 42.000 donne (circa 1.500 per Stato membro) di età compresa tra 18 e 74 anni circa la loro esperienza di violenza fisica, sessuale e psicologica, di vittimizzazione nell’infanzia, di molestie sessuali e stalking, e di abusi subiti via Internet. La raccolta dei dati è stata completata nel settembre del 2012.

I risultati: machismo, alcolismo, concezione proprietaria del corpo della donna. C’è sempre un fattore scatenante per violentare, picchiare, minacciare, offendere e perseguitare una donna. Quando si parla di donne, non c’è Paese che possa vantare un livello di civiltà degno di questo nome.

La ricerca dell’Agenzia dell’Ue per i diritti fondamentali (Fra), la più grande condotta finora a livello mondiale, presentata il 5 marzo a Bruxelles parla chiaro per mettere tutti i Paesi dell’Ue davanti a una realtà, che Marten Kjaerum, direttore della Fra, definisce, “inaccettabile”. Nel 2014, 62 milioni di cittadine europee, una ogni tre, dichiarano di aver subito violenza fisica e/o sessuale sin dall’età di 15 anni. Nel 22% dei casi è stato il partner a compierla. Quasi una donna su 10 è stata invece stuprata da un uomo che non era il proprio compagno. Il 43% ha subito violenza psicologica.

Il 33% è stata vittima di violenza fisica o sessuale durante l’infanzia. Il 18% ha subito stalking, un incubo infernale, che il 21% di loro ha vissuto per oltre due anni, e che per molte continua ancora oggi. Il 5% ne è stata vittima negli ultimi 12 mesi precedenti l’indagine, in pratica 9 milioni di donne che vivono prive della libertà di rispondere al telefono, uscire di casa senza l’incubo dello stalker in agguato. È una ricerca dolorosa a cui sono pervenute le ricercatrici della Fra che tra marzo e settembre 2012 hanno incontrato 42mila cittadine tra i 18 e i 74 anni: 1.500 donne per ognuno dei 28 Stati membri. Il 67% non ha mai denunciato l’episodio di violenza subita.

Per la prima volta un’indagine di così larga scala non viene fatta per telefono ma attraverso colloqui privati, che a seconda dei casi sono durati dai 25 minuti alle due ore. E hanno permesso alle vittime di rompere il silenzio, ma soprattutto “vincere, anche solo per un momento, la paura”, dice Joanna Goodey a capo del gruppo di ricerca Fra.

È questo infatti il sentimento che accomuna le donne europee: il 67% non ha mai denunciato alla polizia o ad altre organizzazioni l’episodio più grave di violenza subita dal proprio partner. “Paura che vede le italiane al primo posto e che spesso non permette di monitorare il fenomeno sino in fondo”, sottolinea Goodey. Basta osservare i dati dei 28 Stati Ue per capire che se l’Italia non risulta ai primi posti non è perché la violenza contro le donne sia in calo, “ma perché spesso è considerata un affare di famiglia e c’è più reticenza nel raccontarla, denunciarla”, spiega l’esperta. Una dolorosa ferita cui quasi ci si è abituati.

Le italiane insieme con le inglesi si classificano infatti al terzo posto nel pensare che la violenza di genere sia comune nel proprio Paese. Prima di loro ci sono solo le croate (39%) e le portoghesi (60%). Eppure in Italia ‘solo’ il 27% ha dichiarato di aver subito violenza fisica o sessuale dopo i 15 anni, in Spagna il 22%. I Paesi che hanno registrato la percentuale maggiore non sono gli Stati considerati machisti per eccellenza, ma la Danimarca (52%), la Finlandia (47%) e la Svezia (46%). Quelli con la più bassa percentuale: Polonia (19%), Austria (20%) e Croazia (21%).

Così come a essere state vittime di violenza prima dei 15 anni sono sempre più numerose le cittadine del Nord Europa: Finlandia, 53%, Estonia 50%, e Francia 47%, Italia 33%, Spagna 30%. Gli ultimi: Cipro, Slovenia e Polonia. Quando poi gli abusi avvengono fuori dalle mura domestiche, a sfalsare i dati c’è ancora una volta la paura: “In Italia c’è un maggiore controllo sociale del fenomeno: le donne escono meno da sole perché temono di subire violenza, si autolimitano nella propria libertà perché sanno di correre dei rischi”, rileva Goodey. E se non ci pensano è la società a ricordarglielo. Anche se purtroppo contro la violenza, verbale, sessuale, fisica e psicologica, non ci sono difese.

Il 55% delle cittadine europee racconta di aver subito molestie sessuali, al 32% è successo sul posto di lavoro e il responsabile è un superiore, un collega o un cliente. Se poi a comandare sono le donne, la molestia è ancora più frequente: a denunciarla sono il 75% delle intervistate che svolgono professioni qualificate o manageriali ad alto livello. Sul tema, solo per fare un esempio, la denuncia delle deputate del PD sul caso del neoministro Maria Elena Boschi, è indicativo a partire dal modo in cui è stato ripreso, commentato e riproposto sui media il suo lato b durante la firma al Quirinale.

“Quello delle molestie sessuali è un fenomeno talmente pervasivo, che lascia attoniti – commenta ancora Goodey – una donna su due ogni secondo subisce una molestia sessuale. Ciò vuol dire che per quanto sia alto il livello di denuncia, siamo completamenti impotenti nel limitare questo tipo di violenza, che assume cento forme e cento volti”.

L’11% delle donne europee è stata molestata attraverso avance inopportune con riferimenti sessuali espliciti ricevuti sui social network o attraverso messaggi di posta elettronica o via sms. Perché la violenza non ha confini reali né virtuali: il 20% delle giovani tra i 18 e i 29 anni ha raccontato un’esperienza di violenza online.  Da qualunque angolo visuale si legga il rapporto della Fra, il risultato è un vero e proprio accanimento. E non ci sono territori neutrali: “Anche nei Paesi dove le percentuali sono più basse, il fenomeno è comunque preoccupante”, dice Kjaerum, che afferma: “E’ tempo di agire, non si può più aspettare».  A colpire il direttore sono soprattutto i dati che testimoniano come nel Nord Europa la percentuale di donne maltrattate sia altissima. “E come ora loro stesse stiano prendendo coscienza del problema”. Per questo sono anche quelle che denunciano di più, viste le percentuali dell’indagine.

Paesi dove il benessere economico e l’emancipazione femminile facevano pensare a un livello maggiore di civiltà, si scoprono fermi a visioni ancestrali della donna. I primi in quasi tutte le classifiche legate alle esperienze di violenza di genere non sono infatti i Paesi cosiddetti latini del Sud, ma gli scandinavi.

“A influire sono fattori diversi Paese per Paese, al Nord più che il machismo è spesso l’alcolismo il fattore scatenante”, dice il direttore della Fra, “ma la drammaticità della situazione non cambia”. E non si tratta solo di violenza fisica o sessuale. Anche quando si parla di molestie sessuali e stalking il Nord ha la maglia nera con al primo posto la Svezia (33%), segue il Lussemburgo(30%) e la Francia (29%). Ma ancora una volta Kjaerum ricorda come non è certo il 18% dell’Italia o le basse percentuali della Romania e della Lituania (l’8%) o della Repubblica ceca (9%), “a tranquillizzarci”. In quei Paesi “è infatti spesso la scarsa consapevolezza e il timore di denunciare la violenza subita”. Per questo l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali spinge ad avviare quanto prima un’azione comune. Un fronte europeo contro la violenza di genere.

L’obiettivo è sensibilizzare, far conoscere, capire: “Questa ricerca deve spingere gli Stati membri a mettere al primo posto dell’agenda europea il problema”. Il primo traguardo da raggiungere è “esercitare un pressing forte affinché i Paesi che ancora non hanno ratificato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), lo facciano al più presto”. Un passo importante in una battaglia tutta ancora da vincere, ma un passo decisivo per un’Europa di donne e uomini i cui valori di riferimento devono consolidarsi contro ogni machismo, abuso, violenza per affermare libertà e dignità della persona umana.

Grazia Labate
Ricercatrice in economia sanitaria York U.K.
(Fonte: «Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato1218866.pdf)

La Svizzera apre a tutto, dall’utero in affitto in giù. I vescovi: «Ci aspettavamo un po’ di riflessione»

7 marzo 2014

«Una società dove è permesso tutto ciò che può soddisfare i desideri individuali non necessariamente diventa più umana, ma corre il grande rischio di generare una destrutturazione e una perdita di senso del bene comune». Reagisce «con forza» il Comitato di bioetica della Conferenza episcopale svizzera al parere pubblicato il mese scorso dalla Commissione nazionale d’etica svizzera (Cne). Quest’ultima, come riporta l’Osservatore Romano, prendendo le mosse dall’analisi della fecondazione assistita, regolata da una legge “restrittiva” del 2001, si esprime a favore di uno stravolgimento del concetto di famiglia e dell’approvazione di tecniche controverse come l’utero in affitto.

Sì all’utero in affitto. Nello specifico, il Cne raccomanda l’autorizzazione «della diagnosi pre-impianto», «della donazione di sperma per coppie eterosessuali non sposate», «della donazione di sperma per coppie dello stesso sesso e persone sole» (in quanto «i concetti di “natura” e “naturale” sono costrutti culturali» e la famiglia non è altro se non «una comunità di adulti e bambini»), «della donazione di ovuli e di embrioni» (perché «ritiene che il divieto sia discriminatorio nei confronti della donazione di sperma»), «ritiene che la maternità sostituiva (utero in affitto, ndr) possa essere accettata in linea di principio», raccomanda di riconoscere i bambini concepiti all’estero con maternità surrogata e «si rallegra del progetto di legge riguardante la soppressione del divieto di crioconservazione degli embrioni e ritiene opportuno non determinare il numero massimo di embrioni che possono essere sviluppati».

«Etica utilitaristica». Il Cne, accusa il Comitato di bioetica dei vescovi, «solleva un profondo malessere da un lato per le sue proposte di liberalizzazione in tutte le direzioni, ma più in generale per la sua concezione della vita e del ruolo dello Stato». Il testo infatti «decostruisce completamente il vivere comune per proporre un’etica minima liberale e utilitaristica». Per Thierry Collaud, presidente del Comitato, la parte più grave del documento è la negazione dell’esistenza «di una struttura di famiglia tradizionale» e l’apertura «alla pratica molto contestata della maternità surrogata».

L’utero in affitto, infatti, «viola la dignità dell’embrione perché posto in un utero estraneo. Viola anche la dignità delle donne che vendono non solo il loro corpo, ma un elemento specifico della loro identità femminile che è quello di essere il ricettacolo del primo sviluppo di una vita umana e di legami inalienabili che si tessono in questa occasione».

Analisi superficiale. Infine, rileva Collaud, il Cne è incredibilmente superficiale nelle sue analisi: «Ci si sarebbe aspettato un serio lavoro di riflessione e sintesi su questioni centrali che riguardano la procreazione medicalmente assistita. Ma la maggior parte del documento non fa che partire dal riconoscimento del “cambiamento sociale” nel campo della procreazione, della vita coniugale e familiare. Non considera tutto questo con uno sguardo critico, ma semplicemente cerca di adattare il suo pensiero. (…) Non si riflette su ciò che veramente è famiglia, ma si rileva che al momento attuale “diverse combinazioni” sono possibili. Si va quindi alla ricerca di una definizione di famiglia che rientra in questo quadro», cioè una banale «comunità di adulti e bambini».

(Fonte:Tempi)

Grecia, calo natalità: tutta colpa della crisi finanziaria?

10 marzo 2014

La crisi finanziaria che affligge la Grecia colpisce anche i tassi di natalità, in rapido declino con un trend negativo attribuito alle difficoltà finanziarie delle giovani coppie. «Ma la depressione economica non spiega tutta la storia» dice Nikolaos Vrachnis, ricercatore alla National and Kapodistrian university di Atene e primo autore di un articolo pubblicato su «The Lancet». Sebbene i tassi di fertilità siano rimasti sostanzialmente invariati tra il 2008 e il 2010, anni in cui erano rispettivamente a 1,47 e 1,49, diminuendo fino a 1,34 nel 2012, questi numeri sono comunque nettamente superiori all’1,28 del 1999 e all’1,26 del 2001, il minimo storico.

La crisi gioca il suo ruolo, ma gran parte del problema sta nella diminuzione del 6,1% delle donne in età fertile tra 15 e 44 anni. «Senza questo calo, nel 2012 si sarebbero verificate all’incirca 7.200 nascite in più» riprende il ricercatore. A conti fatti, dunque, la minore fertilità rappresenta il 60% del calo totale delle nascite verificatosi nel 2012 rispetto al 2008, mentre la riduzione delle donne in età fertile spiega il restante 40%. «Anche la relazione fra tassi di natalità ed età materna tra il 2008 e il 2012 è interessante» sottolinea Vrachnis. Il numero delle nascite è ulteriormente diminuito nelle donne più giovani, cioè del 31,8, del 23,2, del 10,6 e del 2,5% rispettivamente sotto i 25 anni, fra 25 e 29 anni, fra 30 e 34 anni e fra 35 e 39 anni. Di contro, la natalità è aumentata nelle ultraquarantenni.

In particolare, i nati vivi e il tasso di fertilità nella fascia di età compresa tra 40 e 44 anni sono saliti rispettivamente dell’11,7 e dell’8,7%, mentre nelle donne di età superiore a 45 anni sono aumentati del 36,1 e del 34,8%. «Non ci sono dati disponibili per valutare la migrazione selettiva delle donne in età fertile, ma si stima che le donne straniere abbiano contribuito per più di un terzo al calo delle nascite fra il 2008 e il 2012» spiega il ricercatore. E conclude: «In Grecia, la drammatica tendenza al ribasso dei tassi di natalità è un effetto composito: la crisi economica in atto amplifica il problema dell’invecchiamento demografico. La recessione, come in altri Paesi europei, colpisce soprattutto le donne più giovani e gli immigrati, probabilmente a causa di un maggiore aumento della disoccupazione in questi due gruppi di persone».

(Fonte:«Pediatria 33»)

Choosing wisely: 5 errori da evitare con pazienti anziani

10 marzo 2014

L’American geriatrics society (Ags) ha pubblicato una seconda “Top 5 list” di procedure inappropriate rispetto alle quali tanto i medici, quanto gli operatori sanitari e gli stessi pazienti anziani dovrebbero interrogarsi prima che siano messe in atto, in quanto potenzialmente inutili, costose e a volte lesive. È la prima volta che viene permesso a una delle società scientifiche Usa aderenti all’iniziativa “Choosing wisely” (Cw) di stilare un elenco aggiuntivo. «Siamo grati di avere avuto l’opportunità di identificare questi 5 aspetti supplementari» afferma Paul Mulhausen, chairman del gruppo di lavoro Cw della Ags. «Si tratta di informazioni preziose perché i pazienti anziani tendono ad assumere più farmaci e a essere sottoposti a un maggior numero di test e interventi rispetto agli adulti di età inferiore».

Ecco le nuove raccomandazioni:

1) “Non prescrivere inibitori della colinesterasi per trattare una demenza senza valutazione periodica dei benefici cognitivi percepiti e degli effetti avversi gastrointestinali”. Se gli obiettivi del trattamento non sono raggiunti entro un ragionevole lasso di tempo (come 12 settimane), occorre prendere in considerazione la sospensione del farmaco.

2) “Non raccomandare lo screening per il tumore al seno o del colon-retto né del cancro della prostata (tramite il Psa) senza considerare l’aspettativa di vita e i rischi del test, della sovradiagnosi e del sovratrattamento”. Se la spettanza di vita è inferiore a 10 anni, lo screening per questi tre tumori espone a potenziali danni con scarse possibilità di benefici.

3) “Evita di prescrivere stimolanti dell’appetito o integratori ad alto contenuto calorico per il trattamento di anoressia o cachessia negli anziani; ottimizza, invece, i supporti sociali, offri assistenza per l’alimentazione e chiarisci gli obiettivi e le aspettative del paziente”. Non esistono evidenze che questi prodotti migliorino qualità di vita, umore, stato funzionale o sopravvivenza.

4) “Non prescrivere un farmaco senza aver condotto una revisione del regime farmacologico”. In tal modo si può ridurre il carico di farmaci tramite l’evidenziazione di prescrizioni inutili.

5) “Evita restrizioni fisiche per gestire i disturbi comportamentali di soggetti ospedalizzati con delirio”. Utilizza la contenzione fisica solo come ultima risorsa e interrompila il prima possibile.

Arturo Zenorini
(Fonte:«Doctor33»)

Europa, il sovrappeso potrebbe diventare il nuovo normopeso

10 marzo 2014

Tra i bambini europei il sovrappeso potrebbe diventare la norma, avverte l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) pubblicando dati che fanno emergere che l’eccesso ponderale colpisce fino a un terzo dei ragazzi di 11 anni. In cima alla lista c’è la Grecia, con il 33% di undicenni sovrappeso, seguita dal Portogallo con il 32% e a pari merito da Irlanda e Spagna al 30%. Le cose non vanno meglio per il Regno Unito, dove le cifre del 2011-2012 parlano di un 35,4% di sovrappeso nei maschi di 10-11 anni e del 32,4% nelle bambine di pari età, con punte di obesità del 20,7% e del 17,7%. «La nostra sensazione è che il sovrappeso stia diventando il nuovo normopeso, e non dobbiamo permetterlo» dice il direttore dell’Oms per l’Europa, Zsuzsanna Jakab, sottolineando che l’inattività fisica, combinata a una cultura che promuove alimenti ricchi di grassi, sale e zuccheri è una miscela esplosiva per la salute di bambini e adolescenti.

«I bambini europei sono troppo sedentari: in 23 stati membri su 36, oltre un terzo dei ragazzi e delle ragazze dai 15 anni in su non fa abbastanza esercizio e segue diete non salutari» spiega João Breda, direttore del programma per la nutrizione, l’attività fisica e l’obesità presso l’ufficio europeo dell’Oms. E continua: «Dobbiamo creare ambienti, scuole, ospedali, città, paesi e luoghi di lavoro, in cui l’attività fisica sia incoraggiata e i cibi sani diventino la norma, a prescindere dal livello socio-economico». I dati del Regno Unito dimostrano che l’introito giornaliero di grassi saturi supera i valori raccomandati dall’Oms, mentre l’assunzione di frutta e verdura è sotto i limiti consigliati. Per questo l’Oms Europa mette in guardia i genitori contro l’eccessiva diffusione di cibi ad alto contenuto di sale, zucchero e grassi saturi, anche nelle scuole e nei centri sportivi.

«È necessario seguire l’esempio di Paesi come Francia e stati scandinavi, che hanno imposto tasse su alcuni alimenti non sani attuando nel contempo politiche per promuovere il consumo di frutta e verdura nelle scuole, migliorando la qualità nutrizionale dei pasti scolastici e adottando iniziative per incoraggiare l’attività fisica nei bambini» conclude Breda.

(Fonte: «Pediatria 33»)
(Approfondimenti: http://www.bmj.com/content/348/bmj.g1821?view=long&pmid=24578523)

I francesi saranno pagati per andare in bici al lavoro

10 marzo 2014

Andare al lavoro in bicicletta ed essere pagati per questo. Succede già in alcune aziende della Silicon Valley (come Google) che ricompensano con benefit i lavoratori che arrivano in ufficio pedalando. Adesso, in Francia, si va più o meno su quella strada. Con qualcosa in più, visto che è lo Stato a invitare le aziende ad aderire al suo piano, attivando la sperimentazione di un “premio” per i lavoratori virtuosi in chiave ambientale, 0.25 centesimi di euro per ogni chilometro percorso. È una delle misure che rientrano nel piano per la mobilità francese, lanciato dal ministro dei Trasporti, Frédéric Cuvillier. Una misura che al momento riguarderebbe soltanto il 5 per cento dei dipendenti ma il dicastero addetto alla mobilità spera che questo possa aumentare considerando che l’uso delle due ruote in Francia sta crescendo in modo esponenziale: sono già 17 milioni i francesi che usano la bici almeno una volta a settimana, mentre superano i 3 milioni quelli che utilizzano la bici come mezzo principale, con l’ausilio del trasporto pubblico.

La sperimentazione di questo piano, comunque, dovrebbe partire con aziende selezionate su base volontaria.  Il pacchetto del ministro dei Trasporti – si legge sul «Greenenergyjournal» è decisamente articolato e prevede una serie di misure per agevolare la ciclabilità. Tra queste la fine dell’obbligo per i ciclisti di procedere sempre sul margine destro della strada che è poi quello più pericoloso per chi viaggia su due ruote: non solo tombini, buche e ostacoli di ogni tipo ma anche le portiere delle auto parcheggiate che si aprono all’improvviso. Un’altra misura prevista nel piano autorizza i ciclisti, in presenza di condizioni di sicurezza, alla svolta a destra in caso di semaforo rosso (questa una misura già in vigore da anni in Belgio e Olanda, richiesta anche dalle associazioni italiane). Inoltre per contrastare i furti di bici è prevista la creazione di parcheggi sicuri vicino alle principali stazioni ferroviarie entro il 2020, oltre che all’interno delle aziende che già hanno posti auto per i dipendenti.

Ma quanto costerebbe il progetto? L’agenzia francese per l’Ambiente e la gestione dell’energia ha stimato una spesa di circa 110 milioni di euro per il progetto, con un ritorno economico estremamente positivo anche in termini di sicurezza stradale e sulla salute degli stessi contribuenti. Se i benefici della dell’uso della bici per andare al lavoro riguardano “essenzialmente la salute”, osserva Pierre Toulouse, responsabile di una missione interministeriale per sviluppare il ciclismo, dal punto di vista economico, “per la comunità, i benefici sono trenta volte superiori ai costi”. In Belgio, Paesi Bassi, Danimarca e Germania da tempo esistono misure analoghe e hanno riscosso un grande successo.

(Fonte: «La Repubblica»)
(Approfondimenti: http://www.developpement-durable.gouv.fr/spip.php?page=article&id_article=32821)

Siria. Save the Children: «Sanità al collasso: distrutti due ospedali su tre e 80mila bambini con la polio»

10 marzo 2014

Due ospedali su 3 sono distrutti, crollano le vaccinazioni, 80.000 bambini sono affetti da polio, solo un parto su quattro assistito: sono dati che emergono dal rapporto “Un prezzo inaccettabile: l’impatto di tre anni di guerra sulla salute dei bambini in Siria”, presentato il 10 marzo da Save the Children. Il risultato che emerge mostra in maniera cruda l’attuale realtà siriana: i bambini non muoiono più soltanto per le violenze subite ma anche a seguito di malattie e ferite che sarebbero state altrimenti prevenibili o curabili.

“Oltre 4,3 milioni di bambini sfollati interni, intrappolati nel conflitto in Siria – spiega l’organizzazione – subiscono tutti i giorni le gravi conseguenze di un sistema sanitario al collasso e hanno disperato bisogno di cibo, medicine, supporto psicologico e un riparo sicuro. Due ospedali su 3 sono distrutti o inservibili, come il 38% delle strutture mediche di base, e quasi tutte le ambulanze. La metà dei medici ha abbandonato il paese, altri sono stati uccisi o imprigionati, e tra il personale sanitario rimasto, in media, solo 1 su 300 è un medico in grado di affrontare le emergenze. Ad Aleppo, una città che, secondo le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, dovrebbe avere almeno 2.500 medici, ne sono rimasti solo 36, per assistere più di 2 milioni di persone”.

“Tra i circa 575mila feriti nel conflitto, sono tanti coloro che vengono condannati alla disabilità. Molti dei feriti che arrivano quotidianamente negli ospedali – spiega Save the children – sono bambini che arrivano spesso con ferite profonde o fratture esposte, e quando mancano i mezzi o le medicine necessarie si è costretti a ricorrere all’amputazione di braccia o gambe, per evitare sanguinamenti letali e poterli così salvare. In uno degli ospedali dove opera Save the Children, il 24% dei pazienti ha meno di 14 anni. In tutto il paese, è più difficile o ormai impossibile fornire cure anche ai tanti bambini con malattie croniche, che sono parte dei 70.000 malati di cancro o dei 5.000 in dialisi, o di quelli affetti da leucemia”.

La copertura dei programmi di vaccinazione nel Paese è crollata dal 91% dell’inizio del conflitto al 68% già dopo il primo anno di conflitto, e la polio, che era stata debellata nel 1995, ha oggi contagiato 80.000 bambini e si sta propagando silenziosamente, mentre i casi di morbillo e meningite sono in crescita. Affollamento nei rifugi e condizioni precarie di igiene sono causa dell’impennata dei casi di Leishmaniosi – una malattia che colpisce gravemente gli organi interni, produce ulcere e può sfigurare per sempre – passata da 3.000 a 100.000 casi, e si segnala l’aumento delle infezioni gravi alle vie respiratorie, dei casi di dissenteria o di epatite.

Tra i più vulnerabili, come sottolinea la ong, ci sono i bambini non ancora o appena nati: 3 donne su 4 non hanno infatti più accesso all’assistenza per il parto. Per il timore di un travaglio sotto le bombe, è raddoppiato il numero di parti cesarei (passati dal 19 al 45%) e i neonati prematuri, o che necessitano comunque dell’incubatore, corrono rischi ancor più gravi, per i frequenti blackout elettrici. La disabitudine all’allattamento al seno poi, praticato da meno della metà delle madri siriane prima del conflitto, provoca gravi conseguenze perché il latte artificiale non si trova più, e in alcune zone del sud si segnala l’utilizzo di acqua e zucchero per nutrire i neonati.

“Il collasso del sistema sanitario siriano, che negli ultimi vent’anni aveva contribuito ad abbattere la mortalità infantile fino a 15 bambini ogni mille nati, in linea addirittura con il 4° Obiettivo di Sviluppo del Millenio – racconta Save the children – obbliga purtroppo gli operatori sanitari ad eseguire in alcuni casi pratiche mediche brutali ed estreme. Oltre alle amputazioni, evitabili in altre condizioni, l’assenza di anestesia ha spinto alcuni pazienti a richiedere di essere addormentati con il colpo in testa di una barra di metallo, mentre spesso brandelli di vecchi vestiti sono le uniche ‘bende’ disponibili per le ferite e sono veicolo di infezione, o si è costretti a praticare trasfusioni di sangue incontrollate e fortemente a rischio”.

“Questa crisi umanitaria è diventata rapidamente anche una grave emergenza sanitaria. I bambini – ha dichiarato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia – stanno vivendo in condizioni barbariche. I trattamenti disperati a cui gli operatori medici sono costretti a ricorrere per salvarli sono sempre più strazianti”. Per questo Save the Children ha chiesto con forza che la recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull’accesso umanitario in Siria sia implementata immediatamente, e che le famiglie e i bambini possano così ricevere vaccini, cibo, acqua, medicine.

“I leader mondiali devono scuotersi – ha concluso Neri -. Se c’è stata la volontà politica necessaria per permettere agli esperti di armi chimiche di raggiungere qualunque luogo nel paese, è assurdo che ciò non possa avvenire per gli aiuti umanitari”.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

Alzheimer. Esame del sangue ci dirà se l’avremo con tre anni di anticipo. Lo studio su «Nature»

10 marzo 2014

Un esame del sangue ci dirà se entro i prossimi tre anni svilupperemo qualche forma di alterazione cognitiva o l’Alzheimer. Non è fantascienza e neppure ricerca astratta; il test è stato già validato e presenta un’elevata accuratezza predittiva di sviluppare una forma di demenza, nell’arco di tre anni, da parte di una persona di 70 anni o più, al momento in buona salute.

Lo studio, condotto da un gruppo di ricercatori del Georgetown University Medical Center e appena pubblicato su «Nature Medicine»(*), ha un’immediata ricaduta pratica, che non è solo quella diagnostica, ma la possibilità di mettere in campo un intervento terapeutico in fase precocissima, quando ha cioè le maggiori possibilità di successo. Il test consiste in un prelievo del sangue, sul quale vengono dosati 10 diversi fosfolipidi, in grado di svelare il rischio di queste malattie. E potrebbe essere disponibile al pubblico da qui a un paio di anni.

Nel mondo, a soffrire di Alzheimer sono oltre 35 milioni di persone, un numero destinato a raddoppiare ogni vent’anni, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che per il 2050 prevede oltre 115 milioni di persone affette da questa demenza. Tutte le terapie elaborate fino ad oggi si sono rivelate di scarsa o nulla efficacia, probabilmente perché sono state utilizzate sempre in fase troppo avanzata. “Il periodo preclinico della malattia – afferma Howard J. Federoff, Professore di Neurologia presso il Georgetown University Medical Center, di Washington (USA) – offre una finestra di opportunità per intervenire con una terapia, in grado di modificare il corso della malattia. I biomarcatori quali quelli che abbiamo individuato e in grado di svelare la malattia, quando non ha ancora dato sintomi, sono assolutamente fondamentali per poter intervenire quando le terapie hanno le maggiori possibilità di funzionare”.

Lo studio pubblicato su Nature Medicine ha arruolato 525 persone sane, di età pari o superiore a 70 anni, che venivano sottoposte ad un prelievo di sangue al momento dell’ingresso nello studio; nell’arco dei 5 anni di follow up, 74 partecipanti hanno presentato i criteri diagnostici che definiscono una forma lieve di Alzheimer o un deterioramento cognitivo lieve amnestico (MCI amnestica o aMCI), una condizione nella quale predominano i disturbi della memoria. Al terzo anno dello studio, i ricercatori americani hanno esaminato 53 persone che avevano sviluppato Alzheimer o aMCI e 53 soggetti senza deficit cognitivi. È  su questi due gruppi di soggetti che è stata scoperta la differenza nel pannello dei dieci fosfolipidi (tra i quali la fosfatidilcolina e l’acilcarnitina), che sono stati quindi individuati come il ‘test della demenza’. Questi lipidi alterati starebbero ad indicare la distruzione delle membrane cellulari delle cellule nervose, nei soggetti affetti da queste forme di demenza.

“Questo test – spiega il prof. Federoff – si è rivelato in grado di distinguere due gruppi distinti di soggetti: i partecipanti allo studio normali dal punto di vista cognitivo e quelli che sarebbero andati incontro ad Alzheimer o a aMCI nell’arco dei successivi 2-3 anni; l’accuratezza del test si è dimostrata superiore al 90%”. La presenza o meno del gene APOE4, noto fattore di rischio per Alzheimer, non migliorava le performance del test, che risultava nettamente superiore in accuratezza diagnostica ad altri esami del sangue quali quelli per la ricerca della beta-amioide e delle proteine tau.

Il prossimo passo – rivela Federoff – consisterà nell’organizzare un trial clinico, nel quale utilizzeremo questo test per individuare le persone ad alto rischio di Alzheimer; su queste andremo a testare farmaci che potrebbero rallentare o prevenire la comparsa della malattia”. Il ‘test della demenza’ potrebbe essere dunque l’uovo di Colombo per assistere le aziende farmaceutiche nella ricerca di molecole disease modifying, da somministrare in fase precoce o addirittura preclinica di malattia.

Lo studio è stato finanziato con fondi dei National Institutes of Health e del Dipartimento della Difesa.

Maria Rita Montebelli
(*) Mapstone M, et al “Plasma phospholipids identify antecedent memory impairment in older adults” Nat Med 2014; DOI: 10.1038/nm.3466
(Fonte:«Quotidiano Sanità»)

Negli ultimi decenni guadagnati 30 anni di vita. Ma il merito è solo in minima parte delle cure mediche

11 marzo 2014

La vicenda Avastin/Lucentis e la mega multa di oltre 180 milioni di euro inflitta dall’Antitrust ai due colossi del farmaco Roche e Novartis, accusati di aver causato un danno di 45 milioni di euro al SSN nell’anno 2102, ha gettato sconcerto e stupore. Non solo per l’ingiustificato sovrapprezzo tra i due farmaci nell’uso intravitreale in oftalmologia, ma soprattutto per il fatto che decine di migliaia di pazienti non avrebbero avuto accesso a cure per loro fondamentali, causa i costi proibitivi della cura.
Al danno erariale si sarebbe aggiunto dunque un vulnus al diritto alla salute per tutti i cittadini e contro questo delitto starebbero per muoversi la procura di Torino come anche alcune associazioni di tutela dei consumatori.
Il proseguo degli avvenimenti chiarirà meglio la vicenda e darà modo ai diversi attori di dire la loro verità chiarendo meglio la reale incidenza di quegli effetti collaterali, di cui parla in un intervista su Repubblica anche lo scopritore delle due molecole Napoleone Ferrara, e che farebbero la vera differenza tra i due trattamenti.
Aspettiamo dunque che siano i tribunali ad emettere la sentenza definitiva da cui forse dipenderà anche il destino dell’AIFA, oggi sotto attacco per non aver saputo svolgere il proprio ruolo. Accuse peraltro rispedite al mittente essendo l’agenzia convinta che l’uso di Avastin per via intraoculare non sia scevro di effetti collaterali che continuano a sconsigliare l’impiego.

A me preme invece sollevare un’altra questione che riguarda il ruolo e il peso che nel dibattito pubblico, anche di livello professionale, si assegna oggi alla terapeutica e più in generale al sistema di erogazione di cure e alle tecnologie biomediche ad esse connesse, rispetto ad altri interventi possibili (prevenzione, educazione a corretti stili di vita, etc.) ai fini della promozione della salute umana.
Ora mi sembra di potere affermare che gli interventi di natura clinica sono considerati egemonici e di maggior rilievo rispetto agli altri, e che ogni giudizio sulla adeguatezza di un sistema sanitario viene filtrato in modo esclusivo attraverso questa lente di ingrandimento che fissa come criterio di valutazione proprio la capacità distributiva di tali presidi a tutti i cittadini (indipendentemente da reddito, condizioni epidemiologiche e genetiche, collocazione geografica, etc, etc.).
Fatto questo sicuramente vero, ma a mio giudizio egualmente insufficiente e contraddetto platealmente da una serie di studi epidemiologici da cui si evince che ai fini della promozione della salute l’ordine delle priorità degli interventi dovrebbe essere capovolto dando il primo posto a prevenzione e stili di vita.

Studi peraltro di cui non parla nessuno e che restano coperti dalla polvere degli scaffali dove le riviste del settore vengono relegate. A tale proposito recentemente sulla autorevole rivista «Health Affaire» (vol.21/2013) J. Michael McGinnis e colleghi riprendono il tema dei determinanti di salute e, impiegando le migliori stime disponibili derivabili da studi di popolazione, definiscono nel modo seguente il peso percentuale che i diversi determinanti possono avere nell’indurre morti precoci della popolazione americana:
1.     predisposizione genetica: 30%
2.     contesto sociale: 15%
3.     stili di vita: 40%
4.     inadeguatezza delle cure: 10%

In relazione alle cure mediche gli autori sostengono che “il miglioramento della qualità o dell’uso di cure mediche ha una capacità relativamente limitata nel ridurre la mortalità tra gli americani. Fatto questo sicuramente sorprendente se si considera che per la cura delle persone negli Usa si spende il 15% del GDP (PIL). Nel corso del ventesimo secolo, sui trenta anni di aspettativa di vita guadagnati, solo il 5% può essere imputato al miglioramento delle cure mediche”.
Inoltre sono da considerare le morti indotte da errori medici (comprese in America tra i 44.000/ 98.000 decessi annuali) che rappresentano all’incirca il 2-3% del totale, senza contare che il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) attribuisce alle deficienze del sistema sanitario il 10% di responsabilità sulla mortalità totale.

In conclusione  negli USA solo il 5% della spesa sanitaria è impiegata per interventi di prevenzione (un dato superiore a quello Italiano!) ma paradossalmente il 40% delle morti dipende da comportamenti negli stili di vita e contesto sociale che potrebbero essere modificati da interventi di prevenzione.
Poiché la situazione nel resto del mondo, Italia compresa, non è dissimile da quella americana, mi sembra naturale chiedermi per quale motivo questo squilibrio nella allocazione delle risorse non susciti allarme e sconcerto nel dibattito tra esperti e nella stessa opinione pubblica. Perché gli studiosi di sanità pubblica, le associazioni dei consumatori e gli altri soggetti istituzionali non sollevano tale questione richiedendo una profonda modifica nell’agenda pubblica di interventi sulla salute dei nostri concittadini?

È allora evidente che altri fattori entrano in gioco nel creare il mito razionalizzato che la salute della popolazione dipenda quasi esclusivamente da un sistema di cure incentrato sulla erogazione di prestazioni sanitarie più o meno complesse (ex-post rispetto all’insorgere delle malattie). Da un lato i progressi in campo tecnologico (strumentazioni chirurgiche e rianimatorie, diagnostica per immagini, etc.) e in campo farmacologico che hanno portato alla sintesi di straordinarie molecole (a cui appartengono i due farmaci in questione ranibizumab e bevacizumab) in grado di interagire a livello molecolare con i recettori coinvolti nei processi flogistici e di proliferazione cellulare.

Una vera rivoluzione scientifica che ha modificato in modo significativo la prognosi di malattie ad esito infausto fino a poco tempo e che di fatto ha determinato il passaggio dal nichilismo terapeutico dei primi anni del ‘900 alla supposta onnipotenza riparativa dei giorni nostri. Dall’altro lato però c’è da mettere in conto il silenzio colpevole sui reali determinanti di salute, di cui non parla nessuno perché poco attrattivi per il mercato sanitario che fa profitti esclusivamente con le alte tecnologie e con l’erogazioni di prestazioni ospedaliere.
È in particolare quest’ultimo il vero motivo per cui si continua a ragionare solo di cura ex-post e nulla di promozione reale della salute. E in questa strategia di occultamento della realtà, realizzato attraverso sapienti campagne mediatiche, non può non vedersi che un ruolo centrale è giocato non solo dal complesso farmaco-sanitario industriale privato, ma anche da parte significativa delle categorie professionali che da tali processi di cura e di assistenza traggono in modo preponderante il proprio status e la propria collocazione professionale.

Roberto Polillo
(Fonte:«Quotidiano Sanità»)

Millennial: il senso profondo di una generazione self(ie)

11 marzo 2014

La generazione dei Millennial, figlia della generazione X e nipote di quella dei Boomer, oggi sta diventando adulta e costituisce un osservatorio privilegiato per capire in quale modo sta crescendo la nostra società futura. Una ricerca del Pew Research Center mette a fuoco il segmento 18-33 anni degli americani mostrando come il loro essere adulti è differente da quello delle generazioni precedenti alla loro stessa età. Quello che emerge è il racconto di una generazione ottimista verso il futuro ma che non crede nelle istituzioni e che costruisce il proprio vissuto attorno alle proprie reti sociali.

Troviamo così che i Millennial hanno il più alto livello storico di disaffezione nei confronti della politica (1 su 2 si sente distante ed indipendente) e religione (3 su 10 non appartiene a nessuna) e credono meno delle generazioni precedenti ad istituzioni come quella del matrimonio (meno di 3 su 10 sono sposati). Credono invece nelle reti sociali e nella gestione di queste attraverso i social media. È la generazione più presente su Facebook (81%) con una media di amici più alta (250 a testa).

Quello che hanno costruito è un ego network di cui sono consapevoli e in cui la loro immagine diventa centrale, letteralmente: il 55%, più le donne degli uomini, ha postato un selfie su Facebook, Instagram o Snapchat mentre, potremmo dire, le altre generazioni ci mettono meno la faccia nelle proprie reti sociali connesse. Non per questo non sono attenti alla privacy; infatti 9 su 10, in modo conforme alle altre generazioni, sostiene che le persone condividano troppe informazioni personali online, dato che forse dovremmo correlare al livello di fiducia per gli altri che è il più basso generazionalmente: 19% rispetto al 31% della Generazione X, 37% dei Silenti e il 40% dei Boomer.

Si tratta di un quadro il cui senso più pieno lo possiamo trovare se collochiamo questa generazione all’interno della straordinaria trasformazione tecno-sociale in cui si sono trovati al centro.

Una delle mie figlie appartiene alla generazione dei Millennial. È cresciuta accompagnata da una veloce trasformazione delle tecnologie di comunicazione: ha visto il passaggio dalle musicassette in auto ai CD da piccola e la diffusione fin dall’inizio di Internet; ha cominciato a navigare sul web e giocare con il game boy alle elementari e continuare a farlo per tutta l’adolescenza; tra le scuole medie e quelle superiori il cellulare  è diventato il suo primo schermo, quello da cui passano, attraverso una connessione sempre più stretta alla Rete, le relazioni sociali ma anche i video musicali e serie TV da vedere in streaming nella pausa pranzo prima dei compiti.

Si tratta di persone che non si sono dovute adattare al mutamento tecnologico con frame acquisiti in un contesto diverso ma che ci sono cresciute dentro, in un modo così radicato che vengono identificati – a torto o a ragione – come nativi digitali.

Secondo Lee Rainie, direttore del Pew Internet & American Life Project i “Millennial hanno un rapporto speciale con le tecnologie. Non sono tutti tech-savvy, nel senso che non tutti sanno cosa succede “sotto il cofano” dei loro gadget, ma hanno un tipo di attaccamento particolare al potere comunicativo di questi nuovi strumenti tecnologici”.

Quella dei Millennial è la prima generazione la cui storia personale si è sviluppata parallelamente alla diffusione di Internet e del web, che ha assorbito il passaggio da una realtà fatta solo di contenuti prodotti da professionisti ad un ambiente contaminato dagli User Generated Content. Per loro la tecnologia di comunicazione è parte della vita di tutti i giorni in un modo diverso che per le generazioni precedenti.

Visto da questo punto di vista è vero che nell’esistenza dei Millennial la dimensione istituzionale è subordinata a quella individuale, ma quella individuale è caratterizzata dalla percezione di una propria collocazione in una rete sociale interconnessa sempre più maturata e gestita attraverso la connessione garantita dalla svolta digitale. Allora anche la condivisione di selfie da indicatore banale e un po’ à la page diventa il segno di uno scarto culturale: quella dei Millennial è la self(ie) generation, caratterizzata da un essere che è un esserci, attraverso la produzione e condivisione di contenuti che li mettono al centro delle proprie reti. E il legame fiduciario con gli altri, in un contesto di sovra esposizione di informazioni personali, si costruisce attraverso le proprietà che caratterizzano il rapporto tra relazioni e contenuti nelle proprie reti, aprendo o chiudendo le cerchie, esplorando i profili degli altri a misurarne la reputazione, dando valore a sharing e tag, ecc. Tutto un nuovo lessico del vivere sociale che si sta costruendo attorno alla prima generazione che vive in modo così consistente gli stati di connessione.

Giovanni Boccia Artieri
(Fonte:«Wired»)
(Approfondimenti: http://www.pewsocialtrends.org/files/2014/03/2014-03-07_generations-report-version-for-web.pdf)

Qualità della vita e chemioterapia palliativa nelle fasi terminali

12 marzo 2014

In uno studio pubblicato sul «British medical journal» i ricercatori della Harvard medical school di Boston e del Weill Cornell medical college di New York si interrogano sugli effetti dei trattamenti palliativi e la qualità della vita dei malati oncologici terminali. La domanda è posta in questi termini: i malati terminali sono realmente consapevoli delle implicazioni della chemioterapia palliativa? «In seguito alle cure oncologiche somministrate negli ultimi mesi di vita, per i pazienti terminali aumentano le probabilità di venire sottoposti a interventi rianimatori e di morire nei reparti di terapia intensiva» afferma Holly Prigerson, ricercatrice al Center for end-of-life research della Weill Cornell. «Per questo motivo è importante che i malati e i loro familiari siano informati sui probabili esiti del trattamento» continua la ricercatrice. «Così potranno compiere scelte personali in sintonia con i propri valori anche in questi momenti tanto delicati della vita».
Nei 30 giorni che precedono la morte, il 20-50% dei pazienti con tumori incurabili viene sottoposto a trattamenti palliativi, ma non esistono dati certi sul rapporto tra uso della chemioterapia nelle fasi terminali della malattia tumorale e necessità di terapie mediche intensive.
Utilizzando i dati di «Coping with cancer», i ricercatori Usa hanno verificato quali fattori influenzassero le cure in un gruppo di 386 malati terminali, tutti deceduti tra il 2002 e il 2008 nel corso dello studio. La ricerca ha dimostrato che il 56% di essi era stato sottoposto a chemioterapia nelle ultime fasi della vita e ciò risultava vero soprattutto per pazienti giovani, sposati, istruiti e con una buona qualità di vita. E come affermano gli autori, i pazienti sottoposti a chemioterapia erano meno propensi a riconoscere la loro malattia come terminale, mostravano spesso il desiderio di parlarne con un medico e avevano meno probabilità di firmare un ordine di non rianimare.

«L’uso della chemioterapia dovrebbe essere valutato con grande attenzione nei pazienti che hanno una speranza di vita inferiore a 6 mesi per dare loro la possibilità di accedere in modo più sereno ai servizi di hospice e di raggiungere una migliore qualità di vita» precisa Prigerson, commentando i numeri dello studio. Tra i 216 pazienti che avevano accettato la chemioterapia, il 12% ha avuto bisogno di rianimazione o ventilazione, il 13% è stato ricoverato in terapia intensiva e l’11% alimentato con sondino nasogastrico.
«Molti pazienti con tumore metastatico scelgono di ricevere la chemioterapia, ma la maggior parte di loro non ne comprende le implicazioni: ecco perché è necessario identificare meglio i malati terminali in grado di trarre reali benefici dalla cura» spiega Mike Rabow, dell’università di California a San Francisco, in un editoriale.

(Fonte:«Medicina Interna 33»)
(Approfondimenti: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24594868)
http://www.bmj.com/content/348/bmj.g1529?view=long&pmid=24598123)

25 anni di Internet: Tim Berners-Lee, il web deve essere libero

12 marzo 2014

12 marzo 1989 – 12 marzo 2014: 25 anni dopo la proposta originale per quello che sarebbe poi diventato il World Wide Web, sul blog di Google Tim Berners-Lee lancia l’appello per una Rete libera e aperta. L’inventore del Web comincia il suo post ripercorrendo la storia della nascita del web: dalla sua proposta del 1989, al primo browser ed editor nel 1990 alla decisione del Cern, nel 1993, di rendere disponibile per tutti e senza royalties la tecnologia del WWW. Venticinque anni dopo cosa è successo? Be’, circa il 40% delle persone sono connesse, il web ha trasformato l’economia, la salute e l’educazione, e anche la politica, e ha permesso di lavorare e collegare qualsiasi tipo di informazione, creando cose, scrive Tim Berners-Lee, limitate solo dalla nostra immaginazione.

Questo è il passato, ma cosa accadrà per il futuro? Molte sono le domande ancora aperte e che hanno bisogno di una risposta, ricorda l’inventore del Web: “Come possiamo garantire che l’altro 60% di tutto il mondo che non sono collegati vadano online velocemente? Come possiamo fare in modo che il Web supporti tutte le lingue e culture, e non solo quelle dominanti? Come costruire un consenso intorno a standard aperti per connettersi al futuro Internet delle cose? Riusciremo a permettere agli altri di impacchettare e limitare la nostra esperienza online, o potremo proteggere la magia del web aperto e il potere che ci dà di dire, scoprire e creare qualsiasi cosa?”. Quello che chiede a tutti Tim Berners-Lee oggi è l’aiuto a costruire il futuro del Web, sollecitando ogni Paese a sviluppare un progetto di legge digitale per promuovere un Web libero e aperto per tutti.
Per sapere come aiutare a costruire il futuro del web visita il sito www.webat25.org.

Anna Lisa Bonfranceschi
(Fonte: «Wired»)

Miracoli: quando la scienza incontra la fede

12 marzo 2014

I miracoli non sono affatto una questione semplice, e non riguardano solo i credenti. Non appartengono alla sola sfera delle fede, né si verificano solamente per chi crede, né sono solo ciò che apparentemente resta inspiegabile: sono ciò che resta inspiegabile per la scienza, oltre tutte le possibili spiegazioni logiche, razionali. Così, come possono beneficiare anche non credenti, a volte ai non credenti sicuramente si rivolgono, nel momento in cui devono essere verificati dalla scienza ufficiale, e capita che il compito spetti a studiosi dichiaratamente scettici, se non atei. Questo è quanto capitato ad una scienziata atea, la professoressa Jacalyn Mary Duffin, ematologa e storica canadese, titolare della cattedra di Storia della Medicina alla Queen’s University, oltre che presidente emerito dell’American Association for the History of Medicine e della Canadian Society for the History of Medicine. La Duffin, che da ricercatrice si è trovata a confrontarsi direttamente con l’inaspettabile, ha deciso di parlarne anche sul sito della BBC, nell’area Religion and Ethics, in un articolo in cui si chiede, già dal titolo: «Può uno scienziato credere nei miracoli?».

La studiosa racconta di come, nel 1986, effettuando una serie di osservazioni su vari campioni di diversi individui, abbia osservato quelli di un individuo che appariva affetto da leucemia ad uno stadio mortale, con fasi alternate tra malattia acuta, e remissione dopo cicli di chemioterapia: quando i vetrini da esaminare finirono, concluse quindi che quel paziente fosse inevitabilmente morto.
La sorpresa arrivò però circa sette anni dopo, quando scoprì che quella persona, una donna, era ancora viva.

Un caso eccezionale che, spiega la stessa Duffin, “era in fase di esame come un possibile miracolo nel dossier per la canonizzazione di Marie-Marguerite d’Youville”, una suora canadese. La Santa Sede aveva però escluso che potesse trattarsi di un evento miracoloso. La storica decise quindi di segnalare quanto aveva osservato nelle sue analisi: “L’esperto di Roma – da lei contattato – acconsentì a riconsiderare la decisione, nell’ipotesi che un testimone cieco (uno scienziato non a conoscenza del caso, n.d.r.) avesse riesaminato i vetrini e trovato nuovamente” ciò che lei aveva scoperto. Marie-Marguerite d’Youville è stata dichiarata santa da Papa Giovanni Paolo II nel 1990, grazie a quanto scoperto da Jacalyn Duffin, che pur non essendo divenuta credente, ha cambiato il suo atteggiamento verso il miracolo: “Pur essendo rimasta atea – scrive – credo nei miracoli, eventi meravigliosi che accadono, e per i quali non riusciamo a trovare spiegazioni scientifiche. Quella prima paziente è ancora viva dopo circa trent’anni da quando si è scontrata con una leucemia mieloide acuta, e io non posso spiegare perché. Lei può”.

(Fonte: «Science and Religion in media»)
(Approfondimenti: http://www.bbc.co.uk/religion/0/24660240)

Oasi d’acqua dentro la Terra: forse grandi 10 volte l’oceano Pacifico

14 marzo 2014

Se le stime dello studio venissero confermate, l’idea della conformazione generale del nostro pianeta andrebbe completamente rivista: all’interno della Terra ci sarebbero oasi d’acqua la cui estensione totale potrebbe essere pari a 10 volte quella dell’oceano Pacifico, che copre 1/5 della superficie del pianeta. A stimarlo un team di ricercatori, di cui fa parte anche Fabrizio Nestola dell’Università di Padova, che hanno pubblicato su «Nature» uno studio che apre nuovi scenari sull’evoluzione del magmatismo terrestre e della tettonica delle placche. Il lavoro dei ricercatori parte dall’olivina, un minerale che costituisce il 60% dell’interno della Terra, dalla superficie fino ai 410 chilometri. E che, con l’aumento di pressione e temperatura si trasforma in minerali con la stessa formula ma una differente disposizione spaziale dei suoi atomi, diventando prima wadsleyite e ringwoodite, che si dovrebbero trovare tra mantello superiore e mantello inferiore, cioè in quella zona detta di transizione tra i 410 e i 660 chilometri di profondità.

Analizzando la propagazione delle onde sismiche in profondità, tuttavia, gli scienziati ritenevano che in quella fascia si dovesse trovare qualcosa di densità inferiore: creando in laboratorio i due minerali con un minore densità i ricercatori hanno generato artificialmente a wadsleyite e ringwoodite in grado di ospitare fino al 2,5% di acqua avvicinando così la densità dei due materiali a quella dell’olivina e facendo pensare che la fascia sia davvero un’oasi di acqua all’interno della Terra.

Il team di ricerca ha individuato per la prima volta un campione di ringwoodite terrestre ancora incapsulato all’interno di un diamante trovato in un giacimento brasiliano del distretto di Juina e tale campione contiene circa l’1,4% di acqua. “La scoperta – spiega Nestola – non solo permette finalmente di spiegare le anomalie osservate tramite tomografia sismica profonda, ma apre uno scenario completamente nuovo sull’interno del nostro pianeta.
Infatti, l’1,4% di acqua nella ringwoodite permette di stimare un contenuto medio dell’1% di acqua nella zona di transizione. Tale percentuale corrisponde a uno spessore di acqua liquida di circa 8 km sull’intera superficie terrestre. Considerando che l’Oceano Pacifico copre circa un quinto di tutta la superficie terrestre ed è profondo in media 4,2 km, per confronto, è come se avessimo ben “nascosta” all’interno della Terra una quantità di acqua pari a circa 10 oceani profondi come il Pacifico”.

(Fonte: «La Repubblica»)
(Approfondimenti:http://www.nature.com/news/tiny-diamond-impurity-reveals-water-riches-of-deep-earth-1.14862)

Organi in vendita. E c’è anche chi ne stima il valore

14 marzo 2014

“Rene offresi”. “Per gravissimi problemi personali sono costretta a vendere un rene, il midollo o parte del fegato”. “Vendo il mio cuore, la somma ricavata andrà alla mia famiglia”. Basta navigare un po’ sul web per trovare siti di annunci come soloinaffitto.it dove in vendita non ci sono un telefono o un’automobile usati, ma un organo umano. Il dominio è italiano perché anche in Italia aumentano le persone che sono pronte a vendere parte del proprio corpo, magari sognando cifre da capogiro che in realtà non ci sono.

Gli economisti Gary S. Becker, premio Nobel 1992, e Julio Jorge Elias il 18 gennaio hanno proposto sul «Wall Street Journal» di liberalizzare la vendita di reni negli Stati Uniti e stimandone addirittura il prezzo: circa 11mila euro (15mila dollari). Una cifra modesta, calcolata dai due studiosi considerando le giornate di lavoro perse tra espianto e riabilitazione, il rischio per un intervento di chirurgia maggiore e le possibili ricadute in termini di qualità della vita.

Con 11mila euro per “rivenditore” secondo i due economisti si potrebbe legalizzare un traffico da cui già oggi si alimenta quel 20% di trapianti che secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) avviene al di fuori dei principi di gratuità e libertà alla base della Dichiarazione di Istanbul del 2008.
“L’espianto d’organi – afferma il direttore del Centro nazionale trapianti Alessandro Nanni Costa – può essere fatto solo in ospedale, non in un garage; il trapianto è una catena controllata. Nel mondo esiste il commercio di reni; non si tratta di gente che viene bloccata e operata di nascosto… si deve pensare a ospedali veri e propri che a un paziente, in accordo con le norme di alcuni Paesi, offrono l’organo a pagamento. Per questo la proposta statunitense per noi è pericolosissima e da evitare”.

Tra economia ed etica. Secondo il duo Becker-Elias dando una compensazione economica sarebbe possibile rispondere alla cronica carenza di reni. In Italia, al 30 giugno 2013, erano 6.507 quanti attendevano di ricevere un rene nuovo, con una permanenza in lista di attesa pari a circa 3,1 anni e 1.486 trapianti effettuati al 31 ottobre (fonte Centro nazionale trapianti). Di questi, 230 (proiezione a fine 2013) provenivano da donatore vivente, il 3,2% (Usa 34%, Regno Unito 16,4%, Germania 9,3%, Francia 5,6%). “La proposta – dichiara Maria Luisa Di Pietro, docente di Bioetica all’Università cattolica del Sacro Cuore – è un’offesa alla dignità umana e al diritto alla tutela della vita e alla salvaguardia della salute, ed è causa di discriminazione. Sarebbe opportuno che chi affronta ogni questione in chiave meramente economica, ricordasse che la persona viene prima delle leggi di mercato e che, se si trova in condizioni di disagio sociale, va aiutata e non ulteriormente penalizzata”.
Da dibattere vi è poi la natura del bene “rene”, se disponibile o indisponibile. “È sufficiente – spiega Di Pietro – la sola esperienza per evidenziare che noi non abbiamo il nostro corpo, ma siamo anche il nostro corpo. Pensare il rapporto corpo-persona nei termini dell’essere e non dell’avere comporta, come logica conseguenza, l’indisponibilità del proprio corpo o di sue parti: si può disporre delle cose, non delle persone”. Su questo principio si basa l’impostazione dell’Italia al riguardo della donazione di organi: “Nello spirito delle norme italiane – commenta Nanni Costa – la donazione è atto libero e gratuito, che si sceglie di compiere senza alcun tipo di costrizione della persona, sulla base di una scelta libera. Non solo senza pagamento, ma anche senza che sia mai fatto da una persona in posizione più debole verso una persona in posizione più forte”.

Pratica immorale. Giovanni Paolo II nel 2000 e Benedetto XVI nel 2008, avevano preso posizione contro la commercializzazione degli organi. Il primo, sottolineando che “risulta moralmente inaccettabile, poiché, attraverso un utilizzo ‘oggettuale’ del corpo, viola la stessa dignità della persona” (discorso al XVIII Congresso internazionale della società dei trapianti, 29 agosto 2000). Il secondo, evidenziando che “eventuali logiche di compravendita degli organi, come pure l’adozione di criteri discriminatori o utilitaristici, striderebbero talmente con il significato sotteso del dono che si porrebbero da sé fuori gioco, qualificandosi come atti moralmente illeciti” (udienza ai partecipanti al congresso “Un dono per la vita: considerazioni sulla donazione di organi”, 7 novembre 2008).

Accanto alla morale vi sono le criticità di natura pratica e sanitaria, che frenano lo stesso mercato illegale. “Non c’è nessun paziente in lista d’attesa – argomenta Nanni Costa – con uscita sconosciuta negli ultimi due anni. Se mi chiedesse ‘può escludere il fenomeno negli ultimi dieci anni?’ risponderei di no, ci sono casi di pazienti usciti e poi ricomparsi, però ormai anche i pazienti iniziano a sapere che i rischi di una simile pratica sono altissimi. Poi ci sarà sempre il broker o gente che per disperazione tende a vendere se stessa online, ma senza trovare mercato”. Mercato, prezzi, broker, un lessico merceologico. “Perché è sbagliato il punto di partenza – chiosa Di Pietro – non si tiene presente che ogni vita umana ha un valore incommensurabile e che non si può consentire di metterne a rischio una a favore di un’altra”.

Giuseppe Del Signore
(Fonte: «Sir»)

«Sradicare la schiavitù moderna e la tratta di esseri umani nel mondo entro il 2020»: accordo in Vaticano tra diverse confessioni religiose

17 marzo 2014

“La schiavitù moderna e la tratta di esseri umani sono un crimine contro l’umanità”. È un grido unanime quello che si leva dai rappresentanti delle diverse confessioni religiose. I quali hanno deciso di prendere in mano la situazione e agire, trovando una soluzione a questa piaga del mondo attuale. Tutti i leader religiosi hanno quindi firmato, il 17 marzo, in Vaticano, un accordo senza precedenti il cui obiettivo è sradicare la schiavitù moderna e la tratta di esseri umani in tutto il mondo entro il 2020.

Con tale dichiarazione comune – presentata il 17 marzo in Sala Stampa vaticana – è stato inaugurato il Global Freedom Network (GFN) per evidenziare la violenta capacità distruttiva di questi due tragici fenomeni e invitare anche le altre Chiese cristiane e confessioni religiose del mondo a intervenire contro di essi. Il Network – che ha come partner principale anche la Walk Free Foundation – nasce infatti come associazione aperta, e altri leader spirituali saranno invitati ad aderire all’iniziativa.

È necessario infatti uno sforzo comune per porre fine allo “sfruttamento fisico, economico e sessuale di uomini, donne e bambini”, che ogni anno “condanna 30 milioni di persone alla deumanizzazione e al degrado”. I firmatari denunciano infatti nella dichiarazione che “nonostante gli sforzi di moltissime persone in tantissimi paesi, la schiavitù moderna e la tratta di esseri umani continuano a crescere”. “Le vittime – osservano con rammarico – sono tenute nascoste in luoghi di prostituzione, in stabilimenti e nelle campagne, su pescherecci e strutture illegali, in case private dietro porte chiuse e in molti altri luoghi, in città, villaggi e bidonville delle nazioni più ricche e più povere del pianeta”.

“Ogni giorno in cui continuiamo a tollerare questa situazione violiamo la nostra umanità comune e offendiamo le coscienze di tutti i popoli”, ribadiscono le parti. E riaffermano il comune obiettivo che “ogni forma di indifferenza nei confronti delle vittime di sfruttamento deve cessare”. Vengono interpellati dunque “tutti i fedeli e i loro leader, tutti i governi e le persone di buona volontà”, affinché aderiscano a questo movimento contro la schiavitù moderna e la tratta di esseri umani e sostengano il Global Freedom Network.
“Solo attuando, in tutto il mondo, gli ideali della fede e i valori umani condivisi possiamo condurre il potere spirituale, lo sforzo congiunto e l’idea di liberazione a sradicare definitivamente” questi due mali dal mondo, affermano i firmatari. E il male, “opera dell’uomo”, può e deve essere combattuto “da una volontà ispirata dalla fede e dall’impegno umano”.

Un ringraziamento speciale va a coloro “che sono già impegnati in questa battaglia”, nella speranza che il nuovo progetto “serva da ulteriore incoraggiamento per il loro impegno a favore della libertà dei nostri fratelli e sorelle più oppressi”. Accanto, la promessa che il GFN “si avvarrà degli strumenti della fede”, cioè la preghiera, il digiuno e la carità, lanciando iniziative come una giornata di preghiera per le vittime e per la loro libertà. Inoltre, in tutte le parti del mondo saranno costituite reti di preghiera specifiche.

Nel quadro dell’accordo, si annuncia poi che nel primo anno saranno messi a punto piani per invitare le confessioni religiose “a vigilare affinché le loro catene di approvvigionamento e investimenti escludano forme di schiavitù moderne e a adottare misure correttive, se necessario” e anche “a mobilitare le rispettive sezioni giovanili per sostenere progetti destinati a sradicare la schiavitù moderna”.
Famiglie, scuole, università, congregazioni e istituzioni saranno chiamate “a far conoscere la natura della schiavitù moderna e la tratta di esseri umani, a insegnare come denunciarla e a segnalare la capacità distruttiva di atteggiamenti sociali, pregiudizi e sistemi sociali nocivi”. Un richiamo va anche ai leader politici a vigilare “affinché le loro catene di approvvigionamento escludano forme di schiavitù moderne”.

Nel progetto afferma il documento – saranno coinvolte anche 50 grandi multinazionali “i cui CEO sono persone di fede e di buona volontà”, in modo da garantire “che le loro catene di approvvigionamento escludano forme di schiavitù moderne”. 162 governi avvalleranno, inoltre, pubblicamente l’istituzione del Global Fund per porre fine alla schiavitù con 30 capi di stato che lo sosterranno pubblicamente entro la fine del 2014. E il G20 dovrà condannare e adottare un’iniziativa contro la schiavitù e la tratta di esseri umani.
“Il nostro mondo – si legge infine nelle ultime righe della dichiarazione – deve essere liberato da questi mali terribili e crimini contro l’umanità. Ogni mano e ogni cuore devono unirsi per garantire questa libertà a tutti coloro che sono imprigionati e soffrono”. L’accordo, concludono le parti, “segna un inizio e una promessa, le vittime della schiavitù moderna e della tratta di esseri umani non saranno dimenticate o ignorate: tutti conosceranno la loro storia. Cammineremo con loro verso la libertà”.

A firmare l’accordo il 17 marzo c’erano: per conto di Papa Francesco, monsignor Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, il quale ha ricordato la forte denuncia più volte espressa dal Pontefice verso “tutte queste nuove forme di schiavitù e traffico di esseri umani e prostituzione”. “Il Papa – ha riferito mons. Sorondo ai giornalisti – dice: ‘Sì, io dico queste cose perché gli altri non vogliono dirle, ma sono la realtà’ e io lo ringrazio perché ha avuto il coraggio di dirlo!”. A nome del grande Imam di Al Azhar, Ahmed al-Tayyeb, ha firmato l’accordo Mahmoud Azab, che in Sala Stampa ha citato le parole dell’Imam per rimarcare che “l’Islam vieta al 100% il traffico di persone umane e la schiavitù” e che lo stesso Corano “non accetta la schiavitù”. “Io stesso – ha aggiunto – e tutti coloro che lavorano ad Al Azhar siamo impegnati nella lotta contro questi fenomeni”, soprattutto la schiavitù moderna “proibita tassativamente in qualsiasi parte del mondo”. A nome dell’arcivescovo di Canterbury, Justin Wleby, era presente invece il rappresentante anglicano David John Moxon, il quale ha definito “intollerabile” che milioni di nostri fratelli “subiscano violazioni di questo genere, assoggettati a sfruttamento disumano e privati della loro dignità e dei loro diritti”. “Ciò che colpisce una parte dell’umanità colpisce noi tutti”, ha sottolineato, e “virtualmente, ogni parte del mondo è colpita, in qualche modo, dalla crudeltà e dalla violenza associate a quest’attività criminale”. Quindi, tutti dovremmo sentirci chiamati in causa in questo “oltraggio”.

Inoltre, al contrario del pensiero comune, il commercio delle persone ridotte in schiavitù “non è molto lontano”, come ha osservato il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Secondo l’esperienza del Dicastero, infatti, “dove c’è una popolazione molto anziana, che richiede assistenza in casa, è lì che si comincia a rilevare questa esperienza di schiavitù”. E proprio “quando le persone vengono chiamate per curare gli anziani, sarebbe necessario studiare le condizioni in cui si presta tale servizio”, perché probabilmente già lì si possono riscontrare i primi segni di schiavitù.

A concludere la conferenza stampa, l’appello di Andrew Forrest, fondatore della Walk Free Foundation: “Chiedo ai governi del mondo di unirsi alle grandi religioni del mondo – anglicani, cattolici, islamici sunniti – nel nostro tentativo di raggiungere le altri grandi fedi del mondo con l’amore del nostro messaggio; di unirsi anche al Global Freedom Network. Non c’è modo migliore di far crescere l’economia che valorizzando un essere umano per tutte le sue capacità, non solo per il suo corpo”.

Salvatore Cernuzio
(Fonte: «Zenit»)

L’influenza non si cura con Google

18 marzo 2014

E pensare che era la star del mondo Big Data, il Google Flu Trend (Gft), trionfalmente presentato nel 2008 come un prezioso strumento di salute pubblica. E lo sarebbe stato davvero se avesse mantenuto la promessa di monitorare in tempo reale i casi d’influenza sulla base dei termini di ricerca associati con quella malattia su Google: brividi, debolezza, febbre, mal di testa, tosse, mal di gola. Invece è stato un flop. Ha sovrastimato la prevalenza dell’influenza nella stagione 2012-2013 di oltre il cinquanta per cento.
È stato impreciso sul picco della stagione influenzale. Ancora. Da agosto 2011 a settembre 2013 ha sbagliato le previsioni relative a 100 settimane su 108. Per non parlare dell’influenza pandemica da virus H1N1, comparsa sulla scena a Pasqua, quando il Gft aveva già fatto le sue previsioni, sottovalutando la dimensione del focolaio fuori stagione. Insomma, il tentativo di inseguire i focolai di influenza in base ai termini di ricerca ha fallito l’obiettivo che s’era proposto.

Dando per certo che la prima reazione della gente colpita da influenza o sindrome influenzale è quella di cercare informazioni sul web, Gft puntava a prevedere le epidemie, contando sul fatto che da Big Data arrivasse una valanga di informazioni tali da aiutarci a fare cose che sarebbero impossibili con un volume inferiore di dati, raccolti in modo tradizionale. Come quelli forniti dall’organismo di controllo della sanità pubblica degli Stati Uniti, il Cdc (Atlanta) sulla base di visite mediche e di dati clinici e virologici.

Dopo aver raccolto più di cinquanta milioni di potenziali termini di ricerca – ogni genere di frase collegata a «influenza» – e confrontato la frequenza con cui la gente aveva cercato quei termini con il numero dei casi di influenza nel triennio 2003-2006 – il team di Google aveva individuato alcune decine di frasi adatte (45). La verifica effettuata durante l’epidemia influenzale del 2007 aveva confermato che, in effetti, le previsioni si avvicinavano ai livelli di malattia nel mondo reale. Cosa che giustificava l’entusiasmo, un po’ esagerato, in verità, con cui il progetto Gft era stato presentato su «Nature», che esaltava la possibilità di riuscire a prevedere un’epidemia d’influenza, battendo sul tempo il Cdc. L’era dei Big Data sembrava già qui. Promettendo di aprire la strada alla comprensione della diffusione delle malattie, monitorate con gli algoritmi.

Il fatto è che i numeri restano numeri al di fuori di un contesto. Il Gft può «misurare» ciò che la gente cerca, ma non può cogliere il perché la gente va alla ricerca di certi termini abbinati a regolari epidemie stagionali del 2003-2008. Termini come «tosse» o «febbre», correlati con l’influenza, potrebbero essere in realtà sintomi di altre malattie stagionali. E che parole ha cercato la gente, impressionata dall’allarme per la minaccia pandemica del 2009?

In conclusione, la lettura della realtà basata sull’analisi dei Big Data è disseminata di trappole e lo spiega bene uno studio comparso sull’ultimo numero di «Science» intitolato «The Parable of Google Flu: Traps in Big Data Analysis» che esamina nel dettaglio le problematiche legate all’uso di grandi dati da aggregatori come Google. Gft – ha detto Ryan Kennedy, uno degli autori, professore di Scienze Politiche all’Università di Houston – è uno straordinario pezzo di ingegneria e uno strumento molto utile. Ma occorrerà apportare dei correttivi. «La nostra analisi dimostra che i risultati migliori si ottengono abbinando informazioni e tecniche, i big data con le metodologie più tradizionali».

Nessun dubbio che i Big Data avranno alcune applicazioni importanti nei prossimi anni anche nel campo della Medicina. Ci sono già alcuni esempi di successo. Ma occorrerà aspettare la prossima stagione influenzale per vedere se Gft potrà entrare a farne parte.

Eugenia Tognotti
(Fonte: «La Stampa»)

Le cure precoci guariscono dall’Hiv?

18 marzo 2014

“Mississippi Baby” la neonata statunitense nata con l’Hiv che ha fatto notizia in tutto il mondo l’anno scorso, ha ora 3 anni. «E ancora non ci sono livelli rilevabili di virus in circolo» dice Deborah Persaud, virologa alla Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora. La bimba, nata da madre sieropositiva diagnosticata in travaglio e mai sottoposta a cure contro l’Hiv, ha iniziato la terapia con zidovudina, lamivudina e nevirapina già 30 ore dopo la nascita. Ma dopo 18 mesi circa è stata persa al follow-up e non ha più fatto la cura. Ma quando i controlli clinici sono ripartiti, all’età di 23 mesi, dell’Hiv c’era poco o nessun segno, e anche l’anno scorso, a 30 mesi, non c’erano tracce virali.

Ora, a tre anni, la bambina del Mississippi ha una viremia plasmatica non rilevabile, minore di 20 copie per millilitro, e conte normali di linfociti T CD4 e CD8. E così sono due su 70 milioni le persone infettate dall’Hiv a essere guarite: il primo è stato il paziente di Berlino, curato per leucemia mieloide acuta con chemioterapia, radioterapia e trapianto di cellule staminali. Poi Mississippi baby. Anzi, ora le persone sono tre, dato che Persaud ha presentato il caso di un altro bambino, nato nella Contea di Los Angeles. Anche lui, o lei, il genere è ignoto, nasce da madre infetta in saltuaria terapia antiretrovirale, e inizia la terapia quattro ore dopo il parto. E dopo 36 ore i livelli di HIV sono 217 copie/mL. Al sesto giorno i livelli virali plasmatici non sono rilevabili, e ancora non lo sono adesso, a 8 mesi di età. «Il bambino resta in remissione, e questo supporta l’ipotesi che il trattamento precoce può prevenire la formazione dei serbatoi virali che attualmente impediscono la guarigione», ha spiegato la virologa durante un suo intervento alla Croi 2014, Conference on retroviruses and opportunistic infections, svoltasi dal 3 al 6 marzo a Boston, Massachusetts.

«Alla luce di queste osservazioni, entro due o tre mesi inizieranno i test clinici a livello nazionale e internazionale per testare gli effetti del trattamento molto precoce nei bambini con infezione da Hiv» conclude Persaud.

(Fonte: «Doctor 33»)

Dolore neuropatico cronico. Dal veleno di una lumaca marina un antidolorifico cento volte più potente della morfina

18 marzo 2014

È un minuscolo peptide, contenuto nel veleno di una lumaca marina tropicale, ad aver ispirato la strada verso una classe inedita di farmaci anti-dolorifici. Al momento sono al vaglio diverse molecole, ispirate dalla struttura di questo peptide, che potrebbero tramutarsi in un futuro non lontano in altrettante terapie orali contro il dolore neuropatico cronico. Sostanze che a detta di chi le sta studiando potrebbero rivelarsi più potenti della morfina ma con minor effetti indesiderati e senza il rischio di dipendenza. “Il dolore neuropatico – spiega il prof. David Craik dell’University del Queensland (Australia), coordinatore dello studio, presentato a Dallas in occasione del 247 congresso dell’American Chemical Society (ACS) – è una delle forme di dolore cronico più difficili da controllare. Dalle nostre ricerche potrebbe scaturire una nuova classe di farmaci orali molto efficaci su questa forma di disturbo”.

Il dolore neuropatico, che può durare per anni e anni, si verifica quando ad essere danneggiato è lo stesso sistema nervoso; il che può accadere ad esempio per il diabete o la sclerosi multipla. I trattamenti attualmente disponibili sono gravati da una serie di effetti collaterali e comunque finiscono per essere efficaci solo in un paziente su tre. Una nuova classe di farmaci per questa indicazione potrebbe essere sviluppata a partire dal veleno di una lumaca che vive nei mari tropicali, la lumaca marina assassina (genere Conus), il cui ‘morso’ può in alcuni casi risultare letale, non solo per le sue prede ma anche per l’uomo. Il veleno di queste lumache contiene centinaia di peptidi, le ‘conotossine’, che a basse dosi, sull’uomo, hanno un effetto analgesico.

Queste australiane non sono certo le prime ricerche intorno al veleno di questa lumaca; esiste già un farmaco derivato dalla omega-conotossina del Conus magus, lo ziconotide, che però deve essere somministrato per iniezione diretta nel canale vertebrale, dove blocca i canali del calcio di tipo N e ha un effetto morfino-simile, senza indurre dipendenza; in Italia è in commercio dal 2007. Un importante passo avanti potrebbe essere invece la messa a punto di terapie orali basati sulle conotossine; i ricercatori australiani hanno messo a punto una metodica per modificare questi peptidi analgesici, trasformandoli un una catena circolare; questo li rende stabili e a prova di digestione enzimatica. Sono stati già condotti studi su animali da esperimento (ratti) nei quali la somministrazione di questi prototipi di farmaci hanno mostrato un’eccellente azione antidolorifica: i farmaci derivati dalle conotossine hanno mostrato un’efficacia analgesica 100 volte superiore a quella della morfina e del gabapentin, i due gold standard per il trattamento del dolore neuropatico cronico. Non essendo stati ancora testati sull’uomo, non se ne conoscono i possibili effetti collaterali; nel caso dello ziconotide questi sono essenzialmente di natura psichiatrica, al punto da renderlo controindicato in caso di patologie psichiatriche pre-esistenti. Il gruppo australiano ha sviluppato almeno cinque diverse molecole, derivate dall’anello aminoacidico derivato dalla cono tossina. Craik si dice pronto per partire con gli studi sull’uomo, non appena avrà trovato la necessaria copertura finanziaria. Lo studio presentato al congresso dell’ACS è stato finanziato dalla Simon Axelson Foundation e dal National Health and Medical Research Council australiano.

Ma non sono solo gli australiani a lavorare in questo campo. Intorno al veleno di questa lumaca tropicale è stato costruito addirittura un consorzio di ricerca europeo e americano, il Conco (Cone Snail Genome Project for Health) che raggruppa 20 partner in 13 Paesi ed è coordinato da Atheris Laboratories. Combinando l’informazione genomica e la piattaforma di sostanze attive derivate dai veleni, Conco ha individuato il peptide XEP-018, come farmaco candidato. Questo peptide ha delle proprietà miorilassanti assolutamente inedite e potrebbe trovare impiego in clinica come farmaco analgesico-anestetico-miorilassante ma anche come trattamento anti-rughe, dalle performance simil-botox.

Non sarebbero d’altra parte questi i primi farmaci mutuati da potentissimi veleni del regno animale. Tra gli ‘insospettabili’ ci sono anche farmaci antipertensivi (il captopril è stato ‘copiato’ da un peptide contenuto nel veleno di una vipera basiliana), antidiabetici (l’exenatide, un analogo del GLP-1, è derivato dal veleno della saliva del Gila monster, il mostruoso lucertolone che vive nel deserto di Sonora, al confine tra Messico e Usa) e farmaci utilizzati nel trattamento dell’infarto (l’eptifibatide e il tirofiban, derivati anch’essi dal veleno di serpente).

Maria Rita Montebelli
(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

Onde gravitazionali: scoperti i “primi vagiti” dell’Universo

18 marzo 2014

Abbiamo rilevato le onde gravitazionali prodotte dall’universo bambino durante l’inflazione cosmica, sia pure in maniera indiretta. Se confermata, quella che ha annunciato il 17 marzo John M. Kovac, scienziato in forze allo Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, è una notizia scientifica davvero importante. Di quelle, per intenderci, che capitano una volta ogni dieci anni.

E per ben due motivi, abbastanza indipendenti tra loro. Una riguarda la fisica della relatività e anche delle alte energie. L’altra riguarda la cosmologia.
Se la scoperta verrà confermata, Kovac e i suoi hanno infatti dimostrato che la gravità è una forza fondamentale come le altre. Le onde gravitazionali sono previste dalla teoria della relatività generale di Albert Einstein. Anche se, diceva il fisico tedesco, sarà difficile rilevarle.
Ma la notizia riguarda anche la fisica delle alte energie, la quale ci dice che in natura esistono quattro interazioni fondamentali: quella elettromagnetica (la luce ne è una manifestazione), l’interazione debole (responsabile del decadimento radioattivo dei nuclei atomici), l’interazione forte (la colla che tiene uniti i quark nei nuclei atomici) e la gravità. Ebbene, il quadro teorico prevede che ciascuna forza si trasmetta mediante particelle messaggero. L’interazione elettromagnetica mediante i fotoni; l’interazione debole mediante i bosoni intermedi (quelli scoperti da Carlo Rubbia); l’interazione forte mediante i gluoni.

La teoria prevede che anche la gravità abbia le sue particelle messaggero, i gravitoni. Che, come tutte le particelle quantistiche, si comporta anche come un’onda. Da molti anni molte persone nel mondo sono a caccia di queste onde (in Italia il pioniere è stato Edoardo Amaldi). Ma nessuno le aveva finora rilevate. Tanto che molti fisici teorici avevano iniziato a mettere in dubbio che la gravità fosse, appunto, una forza fondamentale come le altre. Che la sua natura fosse diversa ed esotica. Ebbene, ora Kovac e i suoi hanno riportato la gravità nell’alveo della normalità. Hanno dimostrato che la forza che spinge i corpi ad attrarsi reciprocamente è una forza come le altre.

E poiché i fisici credono fermamente che tutte le quattro forze fondamentali di cui oggi abbiamo esperienza siano in realtà espressione di un’unica forza originaria, il fatto che la gravità sia una forza come le altre corrobora la ricerca dell’unificazione. Così come Rubbia ha dimostrato empiricamente che l’interazione elettromagnetica e l’interazione debole sono espressioni di una forza unica, l’interazione elettrodebole, ora diventa più plausibile l’idea che prima o poi sarà possibile unificare la gravità con le altre interazioni fondamentali e scoprire la forza unica originaria.

Ma la scoperta di Kovac e del suo gruppo ha un’importanza almeno analoga per la cosmologia. Le onde gravitazionali rilevate, infatti, sarebbero ciò che resta dell’inflazione cosmica teorizzata dall’americano Alan Guth e dal russo Andrei Linde.
Ovvero quel processo di crescita che in un solo istante avrebbe portato l’universo neonato a crescere di cinquanta ordini di grandezza (ovvero di migliaia di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di volte). È grazie a questo processo che il nostro universo è caratterizzato fin dall’inizio da una sostanziale uniformità.
La teoria dell’inflazione è stata considerata per molto tempo una teoria ad hoc. Se Kovac e i suoi collaboratori hanno ragione, ora abbiamo una prova empirica che quell’evento difficile da immaginare è realmente avvenuto.

Insomma, la notizia è che sia i fisici teorici sia i cosmologi teorici, con le loro astruse matematiche, hanno avuto ragione. Come era successo a Peter Higgs con il suo bosone. E questo, per parafrasare il fisico Eugene Wigner, dimostra ancora una volta l’irragionevole efficacia della teoria (e della matematica).

Pietro Greco
(Fonte: «L’Unità»)

Internet: dalla governance Usa a quella globale, web più condiviso, ma non necessariamente più libero e più sicuro

19 marzo 2014

Una rete meno americana, e più globale, ma non per questo necessariamente più libera. E neppure più sicura. Anzi, per sfoggiare pessimismo, potremmo ritrovarcela ‘con la museruola’ e presidiata come prima da spioni sotto tutte le bandiere. Ma non è proprio detto che finisca così… Cominciamo dall’inizio.
La svolta segnata dall’annuncio fatto dal presidente Obama che gli Usa sono pronti ad abbandonare il ruolo centrale finora tenuto nell’assegnazione dei nomi e dei domini su internet, a favore di una governance globale, è un passo indietro di Washington, che non era mai parsa incline ad accogliere una richiesta in tal senso da tempo avanzata dall’Unione europea; ed è, in linea di principio, un passo avanti per la rete.
La decisione di Obama è pure una reazione alle preoccupazioni suscitate nelle opinioni pubbliche dallo scandalo del Datagate e dalla capacità statunitense di controllare la rete e utilizzarla a fini di sorveglianza e spionaggio. Le dimensioni e la portata delle intercettazioni della Nsa rivelate dalla talpa Edward Snowden lasciano, insomma, il segno. Ma la rinuncia alla governance non comporta, di per sé, una riduzione delle capacità dell’intelligence.
Il 15 marzo, il Dipartimento al Commercio degli Stati Uniti ha diffuso una dichiarazione in cui annuncia che, dal 2015, non intende più avere un ruolo centrale nella gestione dell’Icann, l’agenzia no profit che dal 1998 è il regolatore globale di Internet, responsabile fra l’altro della convalida dei nomi e dei domini. L’argine dei domini s’era già incrinato con l’introduzione di .biz e .info; e dopo ne sono arrivati decine di nuovi. Ora, la giostra dell’accaparramento e delle compravendite ripartirà in direzioni anche politiche, culturali, religiose.

Entro settembre, Washington darà il via a un processo condiviso per creare una struttura di C&C nuova, insieme ad altre realtà globali. La decisione, che apre una fase di transizione, è commentata con favore dall’Icann: “Tutte le parti interessate – dice il presidente Fadi Chehade – meritano d’avere una voce in capitolo paritaria nella gestione e nella governance di questa gestione globale”.
La prima tappa di questa transizione è imminente: la riunione dell’Icann a Singapore dal 23 marzo. Il consenso non è, però, unanime: hanno riserve componenti importanti dell’universo americano 2.0 e anche esperti della rete, preoccupati perché – scrive sull’Ansa Marcello Campo – “dare più spazio nella regolamentazione del web a Paesi come Russia e Cina potrebbe portare a una minore libertà e ad una maggiore censura a detrimento della libertà d’espressione… E c’è già chi parla del rischio di una balcanizzazione della rete”.

A fronte di questo timore, c’è l’impegno, magari un po’ contraddittorio, del presidente Obama e della sua Amministrazione a garantire che l’Icann sia un ente libero dalle pastoie dei governi e capace di mantenere la rete aperta, accessibile e, nel contempo, sicura e utilizzabile senza remore.
Un’altra perplessità viene espressa da Andrea Monti, esperto di diritto della rete e presidente dell’Alcei, l’Associazione italiana per la libertà delle comunicazioni elettroniche interattive. Intervistato per l’Ansa da Titti Santamato, Monti giudica la notizia nel complesso “positiva”, ma ammonisce: “Il web non diventa più libero, perché la vita degli utenti continua a essere controllata dalle ‘antenne’, cioè dalla rete fisica di trasporto dati”.

Le grandi firme della Silicon Valley paiono favorevoli alla svolta, inevitabile – a loro giudizio – dopo il Datagate: c’è in gioco la credibilità della rete agli occhi del pubblico, un valore non negoziabile e che, se compromesso, potrebbe frenarne lo sviluppo globale. A scapito della libertà d’espressione (e degli affari).
E in Italia? Ancora Monti: “I domini .it sono ancora saldamente in mani governative. L’industria che fa innovazione in Italia è dunque condizionata dalla burocrazia di un ente pubblico, cioè l’Istituto di informatica e telematica del Cnr, che gestisce i domini .it in modo autocratico”. Cambierà qualcosa? Di qui al 2015, forse lo vedremo.

Giampiero Gramaglia
(Fonte: «Media Duemila»)

Onu, allarme effetto serra: «Porterà fame e rivolte». Il rapporto Ipcc: produzione di cibo in calo, perderemo il 2% del Pil

19 marzo 2014

Conflitti, malattie, migrazioni, e una perdita secca del 2% nel valore del Pil mondiale. Sono gli effetti devastanti che i cambiamenti climatici potrebbero generare già entro la metà del secolo, se non si comincerà a prendere misure efficaci per prevenirli. Lo dice il nuovo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change dell’Onu (Ipcc), che si somma ad un allarme lanciato dal «Wall Street Journal», secondo cui i prezzi del cibo sono già aumentati del 3,5% negli Stati Uniti a causa della siccità che sta colpendo Stati come California e Texas.

L’Ipcc raccoglie decine di scienziati autorevoli in tutto il mondo, e alla fine del mese pubblicherà il suo secondo rapporto, molto dettagliato. Se non ci saranno mutamenti di rotta significativi, entro la fine del secolo la produttività media globale dei raccolti agricoli scenderà del 2%, a fronte di una domanda di cibo che invece crescerà del 14% ogni decennio, fino al 2050. Il risultato ovvio sarà la malnutrizione, che colpirà in particolare i bambini. Lo studio prevede che le persone sotto i cinque anni senza abbastanza cibo aumenteranno fra 20 e 25 milioni, cioè tra il 17 e il 22% rispetto ai livelli attuali.

I problemi alimentari, in realtà, non sono così differiti nel tempo. Il «Wall Street Journal», in un’inchiesta separata, ha scritto il 18 marzo che i prezzi del cibo sono già aumentati del 3,5% negli Stati Uniti, a causa della siccità in California e Texas, dove si coltivano i vegetali e si allevano gli animali che sfamano il paese. Problemi simili riguardano anche il Brasile e altre nazioni, che hanno visto ridurre i raccolti. Negli Usa una diminuzione dei capi di bestiame si traduce magari nell’aumento del prezzo degli hamburger, già deciso da alcune catene di come Fatburger North America, ma altrove può significare la fame. Questo genera instabilità, come avvenne con le rivolte del pane, che nel 2008 scoppiarono da Haiti all’Africa subsahariana, passando dall’Asia meridionale. Nel 2011, poi, le proteste della Primavera araba furono accese in molti paesi proprio dalla mancanza di cibo.

Il rapporto dell’Onu prevede che centinaia di milioni di persone saranno colpite dalle inondazioni costiere, che spingeranno grandi popolazioni a migrare. Questo provocherà insieme tensioni politiche, da sommare a quelle delle migrazioni già in corso a causa della povertà, ed emergenze sanitarie.
A subire gli effetti negativi del riscaldamento globale, quindi, non saranno solo gli abitanti dei paesi in via di sviluppo. I problemi di cui parla il rapporto Onu, infatti, diminuiranno la sicurezza e la stabilità globale, e produrranno una perdita del Pil mondiale di circa il 2%, che in base ai valori del 2012 significa bruciare circa 1,4 trilioni di dollari di ricchezza.

Paolo Mastrolilli
(Fonte: «La Stampa»)

La Cina e i figli di nessuno. I baby box non bastano più

21 marzo 2014

Nelle periferie cinesi succede spesso. I neonati vengono abbandonati da madri che non se ne possono prendere cura. Sono troppo giovani, non hanno un compagno e non hanno gli strumenti economici e legali per combattere la maldicenza comune. Secondo il ministero degli affari civili solo nel 2012 in Cina sono stati abbandonati 570mila bambini, l’11 per cento in più rispetto all’anno precedente. E le strutture preposte all’accudimento e alle adozioni degli orfani ne avrebbero nutrito solo 100mila. Degli altri 470mila si sono perse le tracce. E se il fenomeno è diffuso in generale, è tanto più comune in quelle metropoli industriali, meta di decine di milioni di lavoratori migranti che sperano di realizzare così il loro sogno di fuga dalla campagne.

Così la Repubblica popolare ha deciso di sperimentare le baby box, ruote degli esposti dei tempi moderni, che prevedono l’anonimato per chi abbandona, e le cure per il neonato. La Cina ne ha già aperte 25 in dieci regioni e il ministero degli Affari Civili ha annunciato di volere estendere il progetto a altre 18 regioni. Anche Pechino ne aprirà una entro l’anno. Ma a Guangzhou, metropoli della Cina meridionale, dopo due mesi le hanno sospese per “sovraffollamento”. Dalla loro apertura il 28 gennaio scorso, sono stati abbandonati 262 bambini. E le polemiche non sono mancate. In Europa le abbiamo avute fino all’inizio del Novecento. Poi sembravano essersi estinte, ma il fenomeno non è scomparso. Anzi. A giugno 2012 il Comitato Onu per i diritti del bambino si è detto “preoccupato” per aver verificato che negli ultimi dieci anni nel vecchio continente sono state istallate circa 200 baby box.

Il dibattito è tra chi pensa che il diritto del bambino a conoscere i propri genitori vada tutelato ad ogni costo e chi invece è convinto che l’importante sia salvare una vita umana. La Cina è evidentemente più propensa a quest’ultima ipotesi. Senza attentare alla privacy della madre, questa sorta di container – da circa 18mila euro l’uno – sono completamente equipaggiate degli strumenti medici necessari. I genitori devono solo suonare un campanello e allontanarsi. Qualcuno dalle strutture preposte si recherà sul posto a prendere in consegna il neonato.

Secondo uno studio condotto dal dipartimento per la pianificazione famigliare del Guangdong almeno la metà delle lavoratrici migranti che arrivano nella regione fa sesso prima di sposarsi. Di queste quasi il 60 per cento affronta una gravidanza non voluta. In un solo distretto della megalopoli di Shenzhen, in soli cinque anni, almeno dieci madri sono state condannate per aver abbandonato o ucciso il proprio figlio appena nato. Tutte loro sono lavoratrici migranti, single, tra i 16 e i 23 anni, probabilmente vittime della convinzione popolare che avere un bambino senza un marito sia un’offesa mortale per tutta la propria famiglia. Senza contare che spesso queste giovani donne sono portatrici di storie personali molto dure che non hanno gli strumenti per lasciarsi alle spalle.

Un recente studio sulle condizioni delle fabbriche della metropoli meridionale di Guangzhou dimostra come il 70 per cento di queste operaie ha subito molestie sessuali dai propri colleghi. Il 15 per cento di loro – una donna su sei – ha addirittura abbandonato il proprio posto di lavoro, rinunciando allo stipendio pur di uscire da un incubo. Ognuna di loro ha cercato di risolvere i propri problemi da sola e, forse, tra le soluzioni possibili ha anche considerato quella di abbandonare un figlio non voluto.

Cecilia Attanasio Ghezzi
(Fonte: «l Fatto Quotidiano»)

Web oscuro: qui si compra la vita di un bambino

21 marzo 2014

Per mesi hanno cercato di dare un nome a tre lettere: EEM. C’era quella sigla dietro a 550 centraloni informatici che offrivano un approdo anonimo e sicuro a decine di migliaia di siti internet pedopornografici. Un giro d’affari milionario che sulle prime aveva convinto gli agenti americani dell’Fbi che dietro a quel marchio si nascondesse una multinazionale del web sommerso.

Grazie alla EEM si potevano ottenere video o foto che materializzassero le più indicibili depravazioni. Bambini seviziati, derisi, torturati, violentati, uccisi a mani nude, finiti senza alcuna pietà. Un campionario degli orrori che sembrava impossibile fermare. Dopo mesi di lavoro gli sceriffi del web hanno scoperto che EEM sta per Eric Eoin Marques, insospettabile studente irlandese di origini brasiliane. Dalla sua camera nell’appartamento dei genitori gestiva un giro d’affari colossale, la cui portata non è ancora stata calcolata. Il denaro, milioni di dollari guadagnati per affittare un “parcheggio” poco in vista alle organizzazioni pedofile, non è stato trovato. L’Fbi lo ha definito «il più grande facilitatore di pornografia infantile sul pianeta». Dopo l’arresto a Dublino alla fine dello scorso anno gli Usa sperano di poterne ottenere l’estradizione. Marques era ricercato per quattro capi d’imputazione legati al business della pornografia infantile. Rischia fino a un secolo di anni di carcere. Secondo i suoi legali il 28enne con doppia nazionalità, irlandese e statunitense, era consapevole di quali contenuti ospitassero i suoi server, sebbene il ragazzo neghi di essere mai stato a conoscenza di come gli utenti utilizzassero i suoi servizi informatici. La piattaforma su cui ospitava ogni genere di contenuto vietato si chiamava “Freedom Hosting”. Quando è stata chiusa gli agenti già sapevano che i pedofili si sarebbero spostati da qualche altra parte. Una previsione fin troppo facile.

Dall’arresto di EEM nel web sommerso l’offerta di immagini ed “esperienze” non è affatto diminuita. Negli ultimi giorni al compartimento della Polizia Postale della Sicilia Orientale sono arrivate decine di nuove segnalazioni. Le ha raccolte Meter, l’associazione antipedofilia di don Fortunato di Noto che adesso lancia l’allarme “infantofilia”. «Vengono richiesti contenuti con bambini di pochi mesi di vita. I più indifesi tra gli indifesi», denuncia il sacerdote siciliano. Le richieste dei webpedofili sono irriferibili. Ma vengono accontentati quasi sempre.

Che ne è dei bambini resta l’interrogativo a cui gli inquirenti vogliono rispondere. E per trovare i le vittime bisogna stanare gli aguzzini. Gli investigatori italiani ci stanno provando. E per la prima volta da quando il “deep web” è accessibile a tutti sono state identificate in totale 15 persone che avevano creato una rete nascosta per lo scambio di foto e video. Stavolta le indagini condotte tra livelli e sottolivelli della rete nascosta hanno fatto scoprire tre bambini italiani, vittime di abusi sessuali e ritratti in immagini e video. Dieci le persone arrestate nei giorni scorsi: tutti italiani di livello socio economico medio, nessuno svolgeva attività a contatto coi minori. «L’operazione – ha spiegato Carlo Solimene, direttore divisione investigativa polizia postale – per la prima volta ha acceso un faro sul “deep web” attraverso nuove tecniche investigative con le quali saremo in grado di identificare tutti i soggetti che si scambiano file sul “darknet”, la rete oscura».

Nello Scavo
(Fonte: «Avvenire»)

Per l’acqua urge una “moratoria”

22 marzo 2014

L’acqua spegne la sete, ma accende infiniti appetiti. L’“oro blu”, fonte – il termine non è casuale – della vita, dal forte valore simbolico in tutte le grandi religioni (dall’acqua del Battesimo si rinasce a vita nuova), è divenuto nell’ultimo secolo bene prezioso, specie laddove è carente, come accade in numerose aree del mondo, spesso già segnate da arretratezza e povertà. Anzi, laddove, in Africa o in vaste regioni asiatiche, l’acqua scarseggia per ragioni climatiche e geografiche, la povertà avanza, la miseria ha la meglio sulla speranza di una vita buona. E in quelle aree della Terra l’acqua diviene merce di scambio, motivo di contesa, di lotta, di guerra. Da ricchezza a dramma. I popoli imbracciano le armi: l’acqua così non alimenta il futuro, ma produce la morte.

Eppure l’acqua in sé richiama la vita: disseta, rinfresca, lava; innaffia i campi facendo crescere il grano che sfama, abbevera gli animali… Dove c’è acqua, c’è abbondanza, per l’ambiente e per l’umanità. Fa crescere le foreste, produce energia ed è, essa stessa, via di collegamento, tra città e popoli. L’acqua è oceani, mari, fiumi e laghi.
Negli angoli più fortunati del mondo l’acqua si accumula nei pozzi, sgorga dai rubinetti, zampilla dalle fontane delle piazze. Ad altre latitudini il diritto all’acqua “fa acqua”, non si riesce a garantirne la disponibilità nelle quantità necessarie agli esseri umani, alle esigenze personali, alle attività economiche. Così diventa, appunto, merce di scambio e sorgente di sangue.
Se nel Nord del mondo si discetta sull’acqua “bene pubblico o privato?”, nell’emisfero meridionale prevale l’indebita appropriazione da parte di pochi a danno dei molti. È la legge del più forte.

Il 22 marzo si celebra, come ogni anno, la Giornata mondiale dell’acqua proclamata dalle Nazioni Unite: il tema del 2014 è “Acqua ed energia”, per accrescere la consapevolezza delle strette connessioni tra la prima e la seconda. Ma ormai non è più rinviabile un accordo (una moratoria?) mondiale sull’acqua, sulla sua democratica disponibilità e sulla sua giusta condivisione. Sarà il tema dei temi dei prossimi decenni. Perché si possa brindare, con un sorso d’acqua, al futuro dell’umanità.

(Fonte:«Sir»)

Bullismo e ideazione suicidaria: una relazione pericolosa

24 marzo 2014

La prepotenza tra coetanei in forma di bullismo e cyberbullismo è un fattore di rischio per l’ideazione suicidaria e i tentativi di suicidio tra bambini e adolescenti, secondo una meta-analisi pubblicata su «JAMA Pediatrics». La revisione dei dati relativi a 34 studi sull’argomento ha portato i ricercatori dell’Institute of Child Education di Leiden in Olanda a raccomandare a scuole, genitori e autorità strategie che riducano il bullismo e la violenza correlata. Dice Mitch van Geel, uno degli autori: «Abbiamo progettato lo studio per esaminare la relazione tra prepotenza ed eventi suicidari attraverso una meta-analisi degli studi svolti tra il 1910 e il 2013. E i risultati dimostrano che il bullismo, compreso quello virtuale, può innescare tendenze autodistruttive senza differenze di età né tantomeno di genere».

Dei 34 trial selezionati dalla revisione dei principali database biomedici, per un totale di 284.375 soggetti, 9 erano focalizzati su rapporto tra atteggiamenti persecutori e tentato suicidio, dimostrando uno stretto rapporto tra i due. Il bullismo era la causa principale, e i suoi effetti deleteri non cambiavano né con l’età, sopra o sotto i 13 anni, e neppure tra maschi e femmine.

Nella loro meta-analisi i ricercatori hanno anche analizzato le differenze tra bullismo tradizionale, quello esercitato di persona, e cyberbullismo sul web. Ebbene, quest’ultimo sembra essere più strettamente legato all’ideazione suicidaria di quanto non lo sia quello tradizionale. «Studi precedenti hanno dimostrato che la vittimizzazione virtuale può innescare idee autodistruttive come quella classica, ma i nostri dati suggeriscono che il cyberbullismo può essere molto rischioso» dice van Geel.

Un esempio? Il sito Ask.fm, network con 60 milioni di utenti, reputato talmente pericoloso che a chiederne il boicottaggio è stato addirittura il primo ministro britannico Cameron, dopo il suicidio della 14enne inglese Hannah Smith, l’agosto scorso. E ad Ask.fm era iscritta anche un’altra ragazzina di 14 anni, questa volta italiana. E anche lei si è suicidata lo scorso febbraio, gettandosi dall’ultimo piano di un ex albergo di Cittadella, in provincia di Padova, vittima di cyberbulli che l’hanno psicologicamente annientata, spingendola a farla finita davvero.

(Fonte:«Pediatria 33»)
(Approfondimenti: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24615300)

Europa ed e-health. Il 60% dei medici utilizza strumenti di assistenza on line. Ue: «Non basta. Serve impennata»

24 marzo 2014

“L’Europa sta affrontando una crisi di assistenza sanitaria a causa dell’invecchiamento della popolazione. Utilizzando al meglio la tecnologia digitale possiamo ridurre i costi, ridare il controllo al paziente, rendere più efficiente la sanità e aiutare i cittadini europei a essere attivi nella società più a lungo”. Dobbiamo continuare a prendere il polso della situazione”, ha dichiarato la vice presidente della Commissione Ue Neelie Kroes.

Ma sull’e-health a che punto siamo in Europa? Secondo due indagini svolte nelle unità ospedaliere di cura intensiva (dedicate cioè alle cure mediche o chirurgiche a breve termine) e tra i medici generici d’Europa, l’utilizzo della sanità online ha iniziato a prendere piede: il 60% dei medici generici utilizzava gli strumenti di assistenza sanitaria online nel 2013, con un aumento del 50% rispetto al 2007. Ma occorre fare molto di più.
Tra i principali dati che le indagini hanno messo in luce:
-I paesi nei quali si registra la maggiore diffusione della sanità online sono la Danimarca (66%), l’Estonia (63%), la Svezia e la Finlandia (entrambe al 62%).
-I servizi di sanità online sono ancora utilizzati perlopiù per la registrazione e la trasmissione tradizionale, anziché per scopi clinici, come le visite online (solo il 10% dei medici generici svolge visite online).
-In fatto di digitalizzazione delle cartelle cliniche dei pazienti, i Paesi Bassi si piazzano primi con una percentuale di digitalizzazione dell’83,2%; in seconda posizione troviamo la Danimarca (80,6%) e in terza il Regno Unito (80,5%).
-Tuttavia, appena il 9% degli ospedali in Europa permette ai pazienti di accedere online alla propria cartella clinica e la maggior parte di essi dà solo un accesso parziale.

Quando adottano la sanità online, gli ospedali e i medici generici si scontrano con numerosi ostacoli che vanno dalla mancanza di interoperabilità alla mancanza di un quadro normativo e di risorse. Nel commentare l’indagine, la Vicepresidente della Commissione Kroes ha dichiarato come “dobbiamo intervenire per cambiare la mentalità nel settore sanitario in tempo brevi. Il fatto che sei medici generici su dieci utilizzino gli strumenti di sanità online indica che incominciano a prenderci la mano, ma a noi serve un’impennata! È assurdo che appena il 9% degli ospedali in Europa permetta ai pazienti di accedere online alla propria cartella clinica. Auspico che i governi, gli innovatori nel campo dell’alta tecnologia, le compagnie di assicurazioni, le aziende farmaceutiche e gli ospedali uniscano le forze per dare vita a un sistema di assistenza sanitaria innovativo ed efficiente sotto il profilo dei costi, con maggiore controllo e trasparenza per il paziente.”

Il Commissario per la Salute, Tonio Borg, ha aggiunto: “Le soluzioni basate sulla sanità online possono portare a cure migliori per i pazienti e a sistemi sanitari più efficienti. Le indagini indicano che alcuni Stati membri sono chiaramente in testa nell’uso delle prescrizioni elettroniche e delle cartelle cliniche digitalizzate e possono essere fonte di ispirazione per gli altri. Mi aspetto che tutti gli Stati membri comprendano il potenziale delle soluzioni basate sulla sanità online e collaborino a tale riguardo nell’ambito della nostra rete europea di sanità online.”

Perché le lunghe attese?
Alla domanda sul perché non utilizzino di più i servizi di sanità online, i medici generici hanno addotto come motivo la scarsa remunerazione (79%), le conoscenze informatiche insufficienti (72%), la mancanza di interoperabilità dei sistemi (73%) e la mancanza di un quadro normativo sulla riservatezza per le comunicazioni per e-mail tra medico e paziente (71%).

Contesto
Gli studi hanno valutato l’utilizzo degli strumenti e dei servizi digitali nella sanità: uso e accesso alle cartelle cliniche digitalizzate, telemedicina, scambio di informazioni tra professionisti, ecc. Questi servizi, se dispiegati pienamente, forniscono ai pazienti un’informazione più completa e li coinvolgono maggiormente nelle proprie cure sanitarie. Inoltre permettono un accesso migliore alla consulenza e all’assistenza sanitaria e migliorano l’efficienza dei sistemi sanitari nazionali.
Tra gli strumenti di sanità online si annoverano: a) le cartelle cliniche digitalizzate; b) lo scambio di informazioni sanitarie; c) la telemedicina e d) le cartelle sanitarie personali.

Scambio di informazioni sanitarie
Nell’Unione europea il 48% degli ospedali condivide per via elettronica alcune informazioni mediche con medici generici esterni e il 70% degli ospedali le condivide con operatori sanitari esterni. I migliori risultati si registrano in Danimarca, in Estonia, in Lussemburgo, nei Paesi Bassi e in Svezia (il 100% dei loro ospedali pratica lo scambio di informazioni ad un qualche livello).
I medici generici fanno un uso limitato delle prescrizioni elettroniche e delle interazioni con i pazienti per e-mail (32% e 35% rispettivamente). I tre paesi in vetta alla classifica per le prescrizioni elettroniche sono l’Estonia (100%), la Croazia (99%) e la Svezia (97%), mentre per quanto riguarda l’uso dell’e-mail troviamo la Danimarca (100%), l’Estonia (70%) e l’Italia (62%).
Meno dell’8% degli ospedali dell’UE condivide informazioni mediche per via elettronica con operatori sanitari stabiliti in altri paesi dell’UE.

Telemedicina
Appena il 9% degli ospedali offre ai pazienti la possibilità di essere seguiti a distanza, il che ridurrebbe la necessità di degenze in ospedale, permettendo così ai pazienti di vivere autonomamente in condizioni di maggiore sicurezza. Meno del 10% dei medici generici svolge visite online con i pazienti e meno del 16% consulta altri specialisti medici online.

Per l’Italia dati in linea con media Ue
Di 13 aree prese in considerazione, solo quella sulla “cartella clinica condivisa da tutti i reparti”, ha mostrato una differenza significativa con la media UE27+3 (-27 % ). Su tutti gli altri parametri l’Italia è in linea con la media Ue e l’indagine mostra come rispetto al 2010 vi siano stati progressi su quasi tutti i 13 indicatori selezionati.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato8227040.pdf)

Un mondo di figli in provetta

25 marzo 2014

Stiamo utilizzando troppo la fecondazione assistita? La domanda campeggia sulla prestigiosa rivista scientifica «British Medical Journal», in un articolo pubblicato online il 28 gennaio scorso e pronto per le stampe. E assomiglia a un pentimento.

Non a caso a formularla sono un manipolo di luminari impiegati in tre dei più famosi centri universitari internazionali per la riproduzione artificiale: quello olandese di Amsterdam, quello britannico di Aberdeen e quello australiano di Adelaide. Gente che la provetta maneggia tutti i giorni. Che la provetta considera la maggiore scoperta scientifica del ventesimo secolo. Ma che sul suo impiego smodato e ormai contaminato da interessi economici, ciechi persino alla salute dei pazienti, adesso vuole lanciare un allarme.

Si comincia dai numeri della diffusione della fecondazione assistita, e soltanto questi basterebbero a togliere il fiato: dal 1978 al 2003 – venticinque anni – nel mondo sono nati un milione di bambini in provetta. Sono bastati due anni per raddoppiare la cifra: nel 2005 i bimbi erano due milioni. E alla fine del 2013 s’è toccato il record inimmaginabile perfino per gli addetti ai lavori: i nati da fecondazione artificiale sono diventati cinque milioni. Sulla carta, un esercito di “successi” per la scienza odierna, impegnata a rispondere con sollecitudine e con strumenti sempre più tecnologici ai problemi generativi delle coppie. E tuttavia, secondo logica, anche il drammatico attestato di un virus all’apparenza dilagante: la sterilità. Peccato che il virus in questione non esista affatto.

Certo, alla scelta di un figlio si arriva sempre più tardi e l’età anagrafica in cui le donne raggiungono stabilità e soddisfazione professionale non corrisponde certo a quella dei loro ovociti, già dopo i trent’anni poco inclini all’essere fecondati con successo. Ma lasciando da parte per un attimo percentuali e grafici arcinoti sulle scarse possibilità di diventare mamme dopo questa famigerata soglia, c’è una verità rivoluzionaria su cui i firmatari dell’articolo pongono l’accento con forza: incinte si rimane, e naturalmente, nella stragrande maggioranza dei casi anche dopo i trenta. Occorre tempo.

Anche in questo caso il «British Medical Journal» offre numeri di per sé dirompenti: su un campione di 350 coppie che pianificano una prima gravidanza, il 95% la ottiene nello spazio di 24 mesi. Due anni di tentativi, insomma, basterebbero per soddisfare quel desiderio, non fosse per quell’abitudine al “tutto e subito” che nel Dna odierno sembra essere stata iscritta direttamente dai tempi di connessione a Internet. Viaggia in 4G la tecnologia di smartphone e tablet, ecco allora che anche i figli devono arrivare in un batter d’occhio. Non lo fanno? Nessun problema: si ricorre alla provetta. Con il risultato che a fronte dell’impennata delle fecondazioni assistite si assiste a una paradossale scomparsa delle patologie per cui quella strada andrebbe battuta, cioè tube chiuse e sterilità accertata su basi fisiologiche ben identificate.

L’identikit della coppia con figlio in provetta adesso è quella della “sterilità di origine sconosciuta”. Una scorciatoia etimologica per dire sterilità supposta, inspiegata o mai accertata (e curata con altri mezzi) davvero. Succede così che sul totale delle fecondazioni assistite praticate in Inghilterra nel 2011, soltanto il 12% delle donne fossero davvero sterili a causa di problemi tubarici. Nel gruppo restante campeggiano non meglio specificate “subfertilità” maschili e femminili.
E succede – spiega ancora il «British Medical Journal» – che nei registri nazionali di fecondazione assistita di Paesi come Svezia, Australia, Belgio, Nuova Zelanda, Canada e Stati Uniti non venga indicato per quanto tempo le coppie abbiano provato ad avere figli naturalmente prima di ricorrere alla provetta.

Perché succede tutto questo? La risposta è scontata per i firmatari dell’articolo, che il mondo della provetta abitano. Vi dedicano poche righe, che vale la pena comunque di riportare integralmente: «La fecondazione assistita è ormai diventata un’industria che crea enormi profitti, capace di dare valore ai soldi che riceve grazie all’immediato risultato offerto in cambio: le gravidanze. E questo è vero non solo per le cliniche private, ma anche per le istituzioni universitarie e pubbliche, che beneficiano economicamente del numero enorme di coppie che cercano la provetta». Un’analisi tanto asciutta quanto impressionante.
Il problema più serio per il team di scienziati è tuttavia un altro, ovvero i rischi della provetta. Che sono altissimi e di cui nessuno parla. «Nessuno li illustra alle coppie. Nessuno effettua ricerche su larga scala», ammoniscono i medici. All’articolo, a questo proposito, è allegata una tabella più che eloquente, in cui vengono messi a confronto i problemi di salute insorti nelle gravidanze da provetta con quelli delle gravidanze naturali: nelle prime c’è il 70% di rischio in più di malformazioni genetiche del bebè, il 90% in più di morte perinatale, e ancora il 50% in più di rischio di nascita pretermine, il 70% in più di nascita severamente pretermine (prima delle 32 settimane). E le statistiche non si fermano alla nascita: la fecondazione assistita ha anche effetti a lungo termine, con l’insorgere di patologie cerebrali e di problemi vascolari in percentuali ancor più allarmanti.

Eppure, su tutto questo impera l’assoluto silenzio. Non si studiano nemmeno, le conseguenze della provetta, impegnati come si è nel rispondere ai desideri pressanti delle coppie: «Come società ci troviamo innanzi a una scelta – continua l’articolo del «British Medical Journal» –. Possiamo continuare così, oppure intraprendere una nuova sfida e provare che gli interventi di fecondazione assistita che offriamo sono davvero appropriati ai casi e sicuri». Per farlo vi sono due strade: quella di articolare linee guida (per ora assenti nella maggior parte dei Paesi) sulla provetta, studiandone gli effetti a lungo termine con attenzione e informando le coppie. E poi quella di indagare la sterilità, che spesso può essere guarita se affrontata con percorsi diagnostici e terapeutici adeguati.

Lo sa da tempo, in Italia, il direttore dell’Istituto Scientifico Internazionale (ISI) Paolo VI di ricerca sulla fertilità e l’infertilità umana dell’Università Cattolica, Riccardo Marana, che centinaia di coppie “sterili” accoglie e cura nel centro polispecialistico al Policlinico Gemelli di Roma. Nella struttura si parte dal presupposto che prima della provetta bisogna tentare tutte le altre strade per sconfiggere la sterilità (che poi è anche il più disatteso fra i principi della Legge 40).
Si fanno analisi puntuali e complete, si utilizza la chirurgia mini-invasiva per trattare tube, infiammazioni, endometriosi. E grazie a questo approccio, su 5mila coppie seguite finora, 700 hanno ottenuto una gravidanza naturalmente: «Serve pazienza – spiega Marana –, tempo. Serve che la terapia rispetti la natura. E serve che la sterilità sia curata, non bypassata, come fa la fecondazione assistita». La beffa di una scorciatoia costosa, stressante e spesso inutile, che per il 14% delle coppie viene seguita da una gravidanza naturale.

Viviana Daloiso
(Fonte: «Avvenire»)

Inquinamento atmosferico. Per l’Oms causa 7 milioni di morti premature ogni anno

25 marzo 2014

Nelle nuove stime pubblicate il 25 marzo, l’Oms riporta che nel 2012 circa 7 milioni di persone sono morte – uno su otto dei decessi globali totali – a causa di esposizione all’inquinamento atmosferico. I dati contenuti nel rapporto contengono stime più che raddoppiate rispetto alle precedenti e confermano che l’inquinamento atmosferico è oggi il più grande rischio per la salute ambientale. Da sottolineare come il più pericoloso sia risultato essere quello indoor (case, uffici etc.) che è stato la causa di 4,3 milioni di morti nel 2012.

Nuove stime
In particolare, i nuovi dati rivelano un legame più forte tra l’esposizione all’inquinamento atmosferico e indoor e l’ingerenza di malattie cardiovascolari, ictus, cardiopatie ischemiche e cancro. Come se non bastasse, a tutto questo va aggiunto lo sviluppo di malattie respiratorie, comprese le infezioni respiratorie acute e malattie polmonari croniche ostruttive.
Le nuove stime – spiega l’Oms – non si basano solo su una maggiore conoscenza sulle malattie causate dall’inquinamento atmosferico, ma anche su una migliore valutazione dell’esposizione umana agli inquinanti atmosferici attraverso l’uso di migliori misure e tecnologia. Questo ha permesso agli scienziati di effettuare un’analisi più dettagliata dei rischi per la salute da uno spread demografico più ampio che ora include le zone rurali così come i centri urbani.

Nell’indagine è stata inclusa una ripartizione dei decessi attribuiti a malattie specifiche, sottolineando che la stragrande maggioranza delle morti per inquinamento atmosferico è dovuto a malattie cardiovascolari.

Le cause di morte per inquinamento atmosferico:
40% – cardiopatia ischemica
40% – ictus
11% – broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO)
6% – cancro ai polmoni
3% – infezioni delle basse vie respiratorie acute nei bambini

Le cause di morte per inquinamento indoor:
34% – ictus
26% – cardiopatia ischemica
22% – BPCO
12% – infezioni acute delle basse vie respiratorie nei bambini
6% – cancro polmonare

“I rischi di inquinamento atmosferico sono ormai di gran lunga maggiori di quanto si pensasse, in particolare per le malattie cardiache e ictus – ha spiegato Maria Neira , Direttore del Dipartimento di dell’Oms per la Salute Pubblica, Ambiente e determinanti sociali della salute -. Pochi rischi hanno un maggiore impatto sulla salute globale di oggi che l’inquinamento atmosferico; l’evidenza segna la necessità di un’azione concertata per ripulire l’aria che tutti respiriamo”. Nel rapporto, come dicevamo, si è stimato che l’inquinamento indoor è stato causa di 4,3 milioni di morti nel 2012. Questo è stato causato dall’uso di carbone, legno e stufe a biomasse.

“L’inquinamento dell’aria eccessivo è spesso un sottoprodotto di politiche non sostenibili in settori quali i trasporti , l’energia , la gestione dei rifiuti e l’industria . Nella maggior parte dei casi , le strategie più sane risulteranno essere anche quelle più economiche a lungo termine a causa dei risparmi nel settore sanitario”, ha concluso Carlos Dora, Coordinatore Oms per la salute pubblica e ambientale.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti:http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=1392437.pdf)

Bambini abortiti, “combustibile” per gli ospedali

26 marzo 2014

Cose che non accadono nei più lugubri romanzi gotici inglesi. La realtà, è vero, spesso supera la fantasia. In questo caso ne avremmo fatto volentieri a meno, perché la scoperta riguarda le vittime eccellenti del nostro tempo, i bambini. Più di 15mila bambini abortiti sono stati bruciati negli inceneritori e usati da 27 ospedali del Regno Unito negli ultimi due anni per il riscaldamento delle strutture. È la terribile scoperta annunciata dal famoso programma di Channel 4 “Dispatches”, che ha costretto il ministro della Salute britannico Dan Poulter a definire la pratica “totalmente inaccettabile” e a bloccarla immediatamente.

Gli ospedali hanno ammesso di usare senza il consenso delle famiglie i resti dei feti nei rispettivi impianti “waste-to-energy” per produrre calore. In totale i bambini abortiti (o nati morti) usati per produrre energia sono 15.500. Uno degli ospedali più importanti del Regno Unito, Addenbrooke di Cambridge, ha bruciato 797 bambini sotto le 13 settimane. Alle madri avevano detto che i resti sarebbero stati cremati, riporta il Telegraph. L’Ipswich Hospital, nel suo impianto per trasformare gli scarti dell’ospedale in energia non gestito dalla struttura, ha incenerito 1.101 feti tra il 2011 e il 2013.

Il ministro Poulter ha dichiarato che “la grande maggioranza degli ospedali agisce già in modo appropriato, ma tutti devono farlo. Il direttore medico del Servizio sanitario nazionale ha già scritto a tutti gli ospedali di interrompere immediatamente la pratica”. L’ispettore capo, Sir Mike Richards, ha aggiunto: “Sono costernato che gli ospedali non consultino le donne o le famiglie. Questo infrange i nostri standard sul rispetto e il coinvolgimento delle persone”.

Al di là della burocratica considerazione che si sarebbe dovuto chiedere l’autorizzazione ai genitori dei bambini abortiti, inquieta ciò che questo sottende. Si tratta di una cultura che al di là di note che sconfinano nell’orrido, evidenzia la violazione dei diritti fondamentali della persona sin dal suo concepimento. Il sovvertimento della realtà è totale: l’uomo non viene più riconosciuto nella sua dignità di persona portatrice di diritti, ma diviene una cosa di cui disporre secondo criteri di utilità. Occorre recuperare una coscienza che si è smarrita, circa il valore infinito della persona, che non può essere asservita a logiche utilitaristiche. Solo così i bambini potranno nascere con la dignità che si deve a ogni persona.

(Fonte: «Ai.Bi.» – «Zenit»)

Pena di morte, quasi 100 esecuzioni in più nel 2013 soprattutto in Iran e Iraq

26 marzo 2014

Secondo il rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte, Iran e Iraq hanno determinato un profondo aumento delle condanne a morte eseguite nel 2013, andando in direzione opposta alla tendenza mondiale verso l’abolizione della pena di morte. Allarmanti livelli di esecuzioni in un gruppo isolato di paesi – soprattutto i due mediorientali – hanno determinato un aumento di quasi 100 esecuzioni rispetto al 2012, corrispondente al 15 per cento.

Un aumento vergognoso in Iran e Iraq. “L’aumento delle uccisioni cui abbiamo assistito in Iran e Iraq è vergognoso. Tuttavia, quegli stati che ancora si aggrappano alla pena di morte sono sul lato sbagliato della storia e di fatto sono sempre più isolati”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. “Solo un piccolo numero di paesi ha portato a termine la vasta maggioranza di questi insensati omicidi sponsorizzati dallo stato e ciò non può oscurare i progressi complessivi già fatti in direzione dell’abolizione”.

Il primato resta della Cina, al 4° posto l’Arabia Saudita. Il numero delle esecuzioni in Iran (almeno 369) e Iraq (169) pone questi due paesi al secondo e al terzo posto della classifica, dominata dalla Cina dove  –  sebbene le autorità mantengano il segreto sui dati – Amnesty International ritiene che ogni anno siano messe a morte migliaia di persone. L’Arabia Saudita è al quarto posto con almeno 79 esecuzioni, gli Stati Uniti d’America al quinto con 39 esecuzioni e la Somalia al sesto con almeno 34 esecuzioni. Escludendo la Cina, nel 2013 Amnesty International ha registrato almeno 778 esecuzioni rispetto alle 682 del 2012.

Esecuzioni in 22 paesi del mondo. Nel 2013 le esecuzioni hanno avuto luogo in 22 paesi, uno in più rispetto al 2012. Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam hanno ripristinato l’uso della pena di morte. Nonostante i passi indietro del 2013, negli ultimi 20 anni vi è stata una decisa diminuzione del numero dei paesi che hanno usato la pena di morte e miglioramenti a livello regionale vi sono stati anche l’anno scorso. Molti paesi che avevano eseguito condanne a morte nel 2012 non hanno continuato nel 2013, come nel caso di Bielorussia, Emirati Arabi Uniti, Gambia e Pakistan. Per la prima volta dal 2009, la regione Europa  –  Asia centrale non ha fatto registrare esecuzioni.

Trent’anni fa il patibolo in 37 nazioni. Trent’anni fa, il numero dei paesi che avevano eseguito condanne a morte era stato di 37. Il numero era sceso a 25 nel 2004 ed è ulteriormente sceso a 22 l’anno scorso. Nell’ultimo quinquennio, solo nove paesi hanno fatto ricorso anno dopo anno alla pena capitale. “Il percorso a lungo termine è chiaro: la pena di morte sta diventando un ricordo del passato. Sollecitiamo tutti i governi che ancora uccidono in nome della giustizia a imporre immediatamente una moratoria sulla pena di morte, in vista della sua abolizione”, ha concluso Shetty.

Tutto è avvolto nel segreto. In molti paesi che ancora vi ricorrono, sottolinea il rapporto di Amnesty International, la pena di morte è circondata dal segreto e in alcuni casi le autorità neanche informano le famiglie e gli avvocati – per non parlare dell’opinione pubblica – sulle esecuzioni in programma.

Metodi e reati. Decapitazioni, fucilazioni, impiccagioni. I metodi d’esecuzione usati nel 2013 comprendono la decapitazione, la somministrazione di scariche elettriche, la fucilazione, l’impiccagione e l’iniezione letale. Esecuzioni pubbliche hanno avuto luogo in Arabia Saudita, Corea del Nord, Iran e Somalia. Persone sono state messe a morte per tutta una serie di crimini non letali tra cui rapina, reati connessi alla droga, reati economici e atti che non dovrebbero essere neanche considerati reati, come l’adulterio o la blasfemia. Molti paesi hanno usato vaghe definizioni di reati politici per sbarazzarsi di reali o presunti dissidenti.
Dati regionali

Medio Oriente e Africa del Nord.  In Iraq, per il terzo anno consecutivo, c’è stato un profondo aumento delle esecuzioni, con almeno 169 persone messe a morte, quasi un terzo in più del 2012, prevalentemente ai sensi di vaghe norme antiterrorismo. In Iran, le esecuzioni riconosciute ufficialmente dalle autorità sono state almeno 369, ma secondo fonti attendibili centinaia di altre esecuzioni sarebbero avvenute in segreto, innalzando il totale a oltre 700. Arabia Saudita: ha continuato a usare la pena di morte come nei due anni precedenti, con almeno 79 esecuzioni nel 2013. Per la prima volta da tre anni e in violazione del diritto internazionale, sono stati messi a morte tre minorenni al momento del reato. Se si esclude la Cina, Iran, Iraq e Arabia Saudita hanno totalizzato l’80 per cento delle esecuzioni del 2013. Tra i limitati passi avanti, non vi sono state esecuzioni negli Emirati Arabi Uniti e il numero delle condanne a morte eseguite in Yemen è diminuito per il secondo anno consecutivo.

Africa. Qualche passo avanti. Nell’Africa subsahariana solo cinque paesi hanno eseguito condanne a morte: Botswana, Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Sudan, col 90 per cento delle esecuzioni registrato in Nigeria, Somalia e Sudan. In Somalia, le esecuzioni sono aumentate da sei nel 2012 ad almeno 34 nel 2013. In Nigeria, dopo una dichiarazione del presidente Goodluck Jonathan che aveva ridato via libera alle esecuzioni, sono stati impiccati quattro prigionieri: si è trattato delle prime esecuzioni dopo sette anni. Diversi stati, tra cui Benin, Ghana e Sierra Leone, hanno fatto registrare passi avanti importanti, attraverso modifiche costituzionali o emendamenti al codice penale volti all’abolizione della pena di morte.

Americhe. Negli USA 39 esecuzioni, il 41% in Texas. Ancora una volta, gli Stati Uniti d’America sono stato l’unico paese della regione a eseguire condanne a morte, sebbene le esecuzioni, 39, siano state quattro di meno rispetto al 2012. Il 41 per cento delle esecuzioni ha avuto luogo in Texas. Il Maryland è diventato il 18esimo stato abolizionista. Diversi stati caraibici hanno svuotato i bracci della morte per la prima volta da quando, negli anni Ottanta, Amnesty International ha iniziato a seguire l’andamento della pena di morte in quella zona.

Asia.  Il Vietnam ha ripreso a eseguire condanne a morte. Così come l’Indonesia, dove dopo una pausa di quattro anni sono state messe a morte cinque persone, tre delle quali per traffico di droga. La Cina ha continuato a mettere a morte più persone del resto del mondo messo insieme, ma a causa del segreto di stato è impossibile ottenere informazioni realistiche. Vi sono stati piccoli segnali di progresso, con l’introduzione di nuove disposizioni legali nei casi di pena di morte e con l’annuncio della Corte suprema che sarebbe stata posta fine all’espianto degli organi dei prigionieri al termine dell’esecuzione. Nessuna esecuzione è stata segnalata da Singapore, dove diversi prigionieri hanno ottenuto la commutazione della condanna a morte. L’area del Pacifico è rimasta libera dalla pena di morte, nonostante il governo di Papua Nuova Guinea abbia minacciato di riprendere le esecuzioni.

Europa e Asia centrale. Condanne solo in Bielorussia. Per la prima volta dal 2009, in quest’area non vi sono state esecuzioni. Il solo paese che ancora si aggrappa alla pena capitale è la Bielorussia, dove comunque nel 2013 non sono state eseguite condanne.

(Fonte: «La Repubblica»)
(Approfondimenti: http://appelli.amnesty.it/pena-di-morte-2013/)

Eurobarometer. Italiani tra i più “pigri” d’Europa: 6 su 10 non fanno esercizio fisico. Oms: «La sedentarietà “complice” di oltre 3 milioni di morti al mondo ogni anno»

27 marzo 2014

L’Italia è al quarto posto nella lista dei più “sedentari” d’Europa, con il 60% della popolazione che non pratica mai attività fisica, ed è preceduta soltanto da Bulgaria (78%), Malta (75%) e Portogallo (64%), sul podio della classifica. A rivelarlo il report europeo Eurobarometro “Sport and phisical activity”, richiesto dalla Commissione Europea (Direzione Generale per l’Istruzione e la Cultura) e coordinato dalla Direzione Generale per la Comunicazione.

L’indagine Eurobarometro, appena pubblicata, ha analizzato le abitudini relative all’attività fisica degli europei, prendendo in considerazione circa 30 mila persone di diversa appartenenza sociale e demografica, intervistate nella propria lingua. L’attività fisica, da non confondere con l’esercizio motorio, è definita dall’OMS in questo modo: si tratta di “ogni movimento del corpo generato dai muscoli scheletrici che richiede un dispendio energetico”.
Nonostante l’insufficiente attività fisica sia responsabile di 3,2 milioni di morti all’anno (dati OMS), secondo la survey Eurobarometro complessivamente il 42% degli europei non effettua nessun esercizio fisico, una percentuale che è aumentata del 3% rispetto al 2009. Quasi sei europei su dieci, inoltre, praticano sport raramente o mai, mentre i restanti quattro effettuano regolarmente esercizio fisico almeno una volta a settimana.
Se l’Italia è in cima alla classifica della sedentarietà, i paesi del Nord sono invece i meno pigri: la più attiva è la Svezia (dove il 70% fa sport almeno una volta a settimana), seguita da Danimarca (68%), Finlandia (66%), Paesi Bassi (58%) e Lussemburgo (54%).
In generale, inoltre, emerge che in Europa gli uomini praticano più attività fisica delle donne, soprattutto nella fascia dei 15-24 (74% degli uomini contro il 55% delle donne, con una differenza di ben quasi 20 punti percentuali).

Sempre dal report Eurobarometro, poi, si evidenzia che due terzi della popolazione intervistata trascorre ogni giorno un lasso di tempo che va dalle 2/3 ore fino alle 8/9 ore seduta, mentre ben uno su dieci supera le otto ore di sedentarietà; inoltre il 13% degli europei non impiega neanche 10 minuti al giorno per una camminata, percentuale che sale al 23% per gli italiani.
Tuttavia, i tre quarti degli intervistati ritengono che nella propria area di abitazione vi siano sufficienti opportunità di praticare attività fisica, soprattutto nei circoli sportivi di zona, anche se quasi la metà delle persone pensa che le autorità locali non si adoperino abbastanza per offrire ai cittadini queste opportunità, come si legge nel report. Inoltre, ben il 74% degli intervistati dichiara di non essere iscritto a nessun circolo sportivo.

Oltre allo sport e all’esercizio fisico vero e proprio, quasi un cittadino su due pratica forme alternative di attività fisica, come andare in bicicletta, ballare o praticare il giardinaggio. Un dato interessante, infine, riguarda il fatto che il 7% degli europei pratica attività di volontariato nel settore dello sport, dedicando alcune ore al mese.
I luoghi prescelti per l’attività fisica sono nell’ordine: i posti all’esterno della propria abitazione, la casa, la scuola e il lavoro. Le principali motivazioni del mancato svolgimento dell’attività fisica riguardano l’assenza di tempo, assenza di interesse, problemi di salute o disabilità, costi elevati.

In ogni caso, la mancanza o l’insufficiente attività fisica è un fattore di rischio per malattie non-trasmissibili quali disturbi cardiovascolari, diabete e tumori, come spiega l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Non solo europeo, infatti si tratta di un problema a livello globale, che rappresenta il quarto principale fattore di rischio per mortalità globale. Rispetto a tale problematica, l’OMS fornisce alcune raccomandazioni per la salute (vedere anche il Documento OMS Global recommendations on physical activity for health): per i bambini e gli adolescenti 60 minuti al giorno di attività fisica di intensità da moderata a vigorosa, mentre per gli adulti sopra ai 18 anni 150 minuti di attività fisica moderata a settimana.

Viola Rita
(Fonte: «Quotidiano Sanità»
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=4777798.pdf)

«La crisi pesa sulle donne». Una studiosa dell’Università di Gotheborg riflette su diritti e modello di sviluppo

27 marzo 2014

Una pesante critica alle politiche di austerità come strada per combattere la crisi arriva da un gruppo di accademiche che si sono incontrate all’università di Gotheborg, in Svezia, nei giorni scorsi per indagare su come la crisi stia gravando sulle spalle delle donne. Diverse le ragioni della critica: le politiche di austerità non ottengono i risultati che promettono, hanno di fatto posto sui cittadini il peso della recessione, non sono rivolte a tutti i settori della spesa pubblica ma hanno preso di mira i servizi sociali, l’istruzione e la salute, con un impatto particolarmente negativo sulla parte femminile della popolazione europea.

A Gotheborg si è parlato di “austericidio” e di come le donne, penalizzate dalla crisi, siano state colpite anche nel loro ruolo di attrici fondamentali nel tessuto sociale. Accompagnando la riflessione della sociologa inglese Diane Elson, le ricercatrici svedesi ritrovano l’origine della crisi nel “dominio della finanza” “sulla produzione e sulla riproduzione” e la possibilità di uscita nella riorganizzazione della relazione tra le tre dimensioni, in modo che la finanza e la produzione servano i bisogni della riproduzione, l’ambito in cui è offerta la cura essenziale per il benessere umano.

Sarah Numico ha intervistato per Sir Europa Edmé Dominguez, docente associata dell’Università di Gotheborg e ricercatrice presso la scuola di Global Studies dello stesso ateneo, organizzatrice del seminario nel suo ruolo di presidente del Gadip, rete svedese di accademici e attiviste interessate ai temi dello sviluppo e del genere.

Quanto gravano realmente le conseguenze della crisi sulle donne?
“Sono pesanti, e in diversi modi; non solo relativamente alla disoccupazione e al fatto che l’occupazione per gli uomini ha tempi di ripresa più rapidi che per le donne. La situazione è pesante perché si verifica una congiuntura paradossale: per un verso sempre più famiglie vivono sulle spalle delle donne, il cui salario non di rado è l’unico. Per altro verso, essendo in maggioranza le donne impiegate nel settore pubblico, settore che in tutti i Paesi colpiti dalla crisi è particolarmente penalizzato dai tagli, sono proprio le lavoratrici a essere le più segnate dalla disoccupazione. Inoltre i tagli sociali rendono più pesante la vita delle donne, perché colpiscono diversi servizi sociali, come i centri di cura diurna, le mense scolastiche o la cura degli anziani. In tutto questo, si aggiunge il fatto che il tema dell’uguaglianza come obiettivo viene dimenticato”.

C’è una interpretazione “al femminile” sulle cause della crisi? E ci sono indicazioni “al femminile” per uscirne?
“Non possiamo parlare di analisi ‘al femminile’, ma certamente d’interpretazioni femministe della crisi. Ci sono infatti in questo ambito teorie femministe sulle strutture patriarcali impresse nel capitalismo che rintracciano come questo elemento conduca costantemente alla crisi. E certamente ci sono diverse indicazioni femministe riguardo alla necessità di mettere fine al modello capitalista e trovare modelli alternativi di sviluppo, modelli che non si reggono su un infinito consumo dei beni, ma su una crescita più sostenibile e più centrata sulla dimensione locale”.

Ci sono già “buone pratiche” realizzate da donne che dimostrano che un altro modello di sviluppo è possibile?
“In incontri passati sono state prese in analisi diverse esperienze, per la maggior parte si trattava di alternative locali: cooperative di consumo, comunità ecologiche per il turismo… Tutti gli esempi che conosciamo sono di fatto esperienze che mostrano vie di uscita da un modello capitalistico basato sulla finanzia e sul libero scambio e ritrovano strade di sviluppo nel segno della solidarietà e dell’attenzione all’ambiente”.

Come sarebbe, a suo avviso, il mondo se ci fossero più donne nei ruoli di potere e di controllo?
“Le donne sono anche esseri umani: possono essere disoneste e corrotte; tuttavia molti credono che più donne al potere, e in particolare più ‘femministe’ nei ruoli di guida e controllo, cambierebbero la politica orientandola verso sviluppi più aperti all’attenzione sociale, meno centrati sulla logica del profitto e più sulla logica dei diritti umani e dei bisogni fondamentali”.

(Fonte: «Sir Europa»)

I videogames violenti aumentano l’aggressività dei ragazzi?

28 marzo 2014

Morti, sangue, spari, esplosioni: non sono battaglie vere, per fortuna, ma quanto i ragazzi vedono e sentono sullo schermo giocando con i videogiochi violenti. E ciò favorisce i comportamenti aggressivi. «Dato che oltre il 90% dei giovani giocano ai videogames, comprendere i meccanismi psicologici che possono influenzare le loro azioni nella vita reale è importante per aiutare genitori e pediatri a progettare interventi per mitigare gli effetti dei videogiochi» concludono gli autori di uno studio appena pubblicato su «Jama Pediatrics».

Dice Craig Anderson, psicologo alla Iowa State University e coautore dell’articolo: «Oltre il 90% dei videogiochi classificati E10+, cioè adatti a ragazzi oltre i 10 anni, contengono scene di violenza, spesso raffigurata come giustificata, divertente e senza conseguenze. Ma immagini e suoni violenti possono produrre appiattimento emozionale e accentuazione di comportamenti aggressivi che non se ne vanno se si spegne la consolle. Studi longitudinali svolti in precedenza su modelli socio-cognitivi di aggressività suggeriscono che i videogiochi potrebbero produrre effetti a lungo termine mediati da cambiamenti nell’affettività con sviluppo graduale di atteggiamenti ostili come rabbia e scarsa empatia.
Esempi tra tanti sono il caso dei due ragazzini di Detroit che hanno ucciso e bruciato un coetaneo per imitare Manhunt2, o la strage in un centro commerciale di Omaha avvenuta per mano di uno studente fanatico del videogioco militare CounterStrike.

Da questi presupposti sono partiti i ricercatori statunitensi, che in collaborazione con il National Institute of Education di Singapore hanno svolto uno studio longitudinale triennale che ha coinvolto un totale di 3.034 bambini e adolescenti, di cui il 73% maschi, di sei scuole primarie e altrettante secondarie di Singapore. I partecipanti, intervistati una volta l’anno, all’inizio dello studio avevano tra 8 e 17 anni con una media di 11,2. «L’ipotesi di ricerca era che giocare abitualmente ai videogiochi con contenuti violenti porta a un aumento di comportamenti aggressivi nel tempo, con un effetto mediato da modifiche della sfera cognitiva e affettiva» spiega Anderson, ricordando che le aree cerebrali deputate al controllo emozionale e dell’aggressività possono risentire della visione e interazione con i videogiochi violenti, influenzando le azioni della vita reale con un effetto disinibitorio.

E i risultati confermano l’ipotesi: gli effetti di emulazione dei videogames violenti sono mediati da modifiche cognitive dell’aggressività indipendenti da fattori come il sesso, l’aggressività iniziale o il controllo parentale. «L’effetto è invece attenuato dall’età, nel senso che i più piccoli hanno un maggiore incremento dell’aggressività correlata ai videogiochi violenti rispetto ai più grandi» continua lo psicologo. E conclude: «Questi dati supportano le attuali teorie socio-cognitive sull’aumento dei comportamenti aggressivi mediato dai videogiochi di guerra e di sangue, con effetti generalizzati su tutti i ragazzi, indipendentemente dal paese di nascita o dal modello culturale».

Ma quali i possibili rimedi? Secondo una ricerca svolta al Dipartimento di pediatria del Georgia Prevention Institute di Augusta c’è uno stretto legame tra sedentarietà, obesità infantile e comportamenti violenti. E i ricercatori nordamericani hanno dimostrato che un’attività fisica regolare riduce l’aggressività, migliorando ansia e autocontrollo.

(Fonte: Doctor 33)
(Approfondimenti:http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24663396)

Mmg inglese non ha tempo per visitare. L’esperto: «meno burocrazia o in Italia la stesa fine»

28 marzo 2014

«In tutta Europa il carico di lavoro del medico di famiglia cresce vertiginosamente. I governi azzerino i vincoli burocratici per la categoria o, impiccio dopo impiccio, c’è il rischio di creare liste d’attesa pure per gli assistiti, perché le giornate di lavoro non si possono dilatare». Francesco Carelli, membro del Royal College of General Practitioners britannico, commenta il sondaggio commissionato dall’istituzione ai cui lavori partecipa.

Secondo i dati apparsi su «Pharma Times», il 62% degli inglesi crede che le visite quotidiane dei GP (general practitioners), ormai salite a 40 – 60 al giorno, siano troppe, al punto da minacciare la qualità delle cure e l’accessibilità per i pazienti a diagnosi e terapie. Tre assistiti intervistati su dieci affermano di essere stati rimandati alla settimana successiva e il 40% del campione si è detto preoccupato delle conseguenze dell’attesa sulla salute.

«I medici britannici non ce la fanno più. In parte – ammette Carelli – sono le conseguenze di una convenzione remunerativa ma impegnativa che da qualche anno valuta il loro lavoro attraverso tanti puntuali indicatori; in parte, in tutto il Nordeuropa le visite durano in media 20 minuti, un po’ di più che in Italia, e sono scandite per fasce orarie, quindi c’è la tendenza a dare appuntamenti a distanza. Inoltre i GP inglesi sono relativamente pochi e a quanto pare, pur caricati di incombenze anche “mediche”, gli infermieri-nurse non riescono a far fronte a tutti gli impegni della “practice”».

La presidente del Royal College Maureen Baker ha chiesto più risorse, «ma ci vorrebbe anche più tempo», dice Carelli. «Con le cronicità, le visite ordinarie si trasformano tutte in sorta di “ambulatori per patologia” continui. In Italia, con l’avvento dei nuovi compiti, vivremo gli stessi problemi. Con un’aggiunta: stiamo pure mettendo a regime la trasmissione online di referti e ricette e stiamo riempiendo i patient summary».

Rimedi? «A parte che alcuni compiti come l’Adi (assistenza domiciliare) difficilmente potremo continuare a svolgerli di persona, occorrerà delegare la burocrazia ad altre figure e battersi con regioni e governo per l’abbattimento delle attuali incombenze: i riepiloghi delle ricette come i vari documenti per la sicurezza dello studio non devono tenerci occupati tutti i giorni».

Mauro Miserendino
(Fonte: «Doctor 33»)

Autismo. Potrebbe iniziare già in gravidanza. Ecco lo studio USA

28 marzo 2014

In alcuni bambini autistici, parte della struttura cerebrale che si forma prima della nascita è diversa da quella di altri bambini non affetti da autismo. A dimostrarlo è un gruppo di ricercatori dell’Università della California a San Diego (San Diego School of Medicine) e dell’Allen Institute for Brain Science a Seattle, in uno studio appena pubblicato sul «New England Journal of Medicine», che mostra evidenze scientifiche per le quali il disturbo potrebbe manifestarsi già durante la gravidanza.

Lo studio, intitolato «Patches of Disorganization in the Neocortex of Children with Autism», ha preso in considerazione i tessuti cerebrali di 22 piccoli deceduti in un’età compresa tra i 2 e i 15 anni, di cui 11 sani e 11 affetti da autismo. L’analisi ha riguardato 25 geni bio-marcatori delle cellule cerebrali nei differenti strati della corteccia, tra cui geni implicati nell’autismo e geni ‘di controllo’.

“La formazione del cervello durante la gravidanza comporta la creazione di una corteccia che contiene sei strati”, ha spiegato Eric Courchesne, Direttore del Centro di Eccellenza sull’Autismo dell’Università della California. “Nella maggior parte dei bambini con autismo, abbiamo scoperto zone focali in cui lo sviluppo di questi strati corticali è interrotto”. Tali risultati riguardano 10 su 11 bambini autistici e un bambino tra gli 11 non affetti da autismo, come si legge nello studio.
I ricercatori hanno rilevato che nei bambini con il disturbo, importanti marcatori genetici erano assenti nelle cellule cerebrali di tali strati: “Questo difetto indica che il primo sviluppo cruciale per la formazione dei sei differenti strati con i diversi tipi di cellule cerebrali – un processo che comincia prima della nascita – è stato interrotto”, prosegue Courchesne.

Questi difetti, sottolineano gli esperti, non sono uniformemente distribuiti nella corteccia: le regioni più colpite dall’assenza di marcatori genetici sono la corteccia frontale e temporale – mentre la corteccia visiva non è colpita da questo problema. Queste informazioni scientifiche potrebbero essere utili per comprendere meglio la natura dell’autismo, come sottolinea Courchesne.
Nello studio, inoltre, Rich Stoner del Centro di Eccellenza sull’Autismo dell’Università della California, primo autore del paper, ha riprodotto un modello tridimensionale che visualizza quelle aree cerebrale dove manca un normale sviluppo della stratificazione cerebrale.

In generale, la corteccia frontale è associata alle funzioni cognitive più elevate, come la comunicazione complessa e la comprensione di alcuni stimoli sociali; mentre la corteccia temporale è associata al linguaggio.
E, secondo gli scienziati, proprio l’anomalia presente in queste aree cerebrali potrebbe aiutare a capire perché alcuni bambini affetti da autismo mostrano un miglioramento clinico mediante un trattamento precoce e prolungato nel tempo. In particolare, “i risultati dello studio odierno supportano l’ipotesi che nei bambini con autismo il cervello a volte riuscirebbe a ricostituire le connessioni per aggirare i primi difetti focali”, riferiscono gli scienziati: studiare questo meccanismo potrebbe forse essere utile, come riportano, per esplorare in che modo si verifica tale miglioramento.

Viola Rita
(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

Pazienti con ictus: cosa rende i caregiver più sereni?

31 marzo 2014

Secondo uno studio pubblicato su «Stroke», continuare a occuparsi dei propri interessi e passatempi rende più felici i familiari che assistono i pazienti colpiti da ictus. Per giungere a queste conclusioni i ricercatori hanno usato diversi questionari che valutavano il benessere di chi si prende cura di una persona cara sopravvissuta a un ictus. I 399 partecipanti erano soprattutto donne, ed erano in gran parte mogli, o mariti, della persona di cui si prendevano cura. Dopo avere analizzato i questionari, i ricercatori coordinati da Jill Cameron, professore associato al Dipartimento di riabilitazione dell’università di Toronto, hanno scoperto che i più felici erano i più anziani, in media 58 anni, quelli in migliore salute fisica, e quelli che riuscivano a mantenere i loro hobby e le proprie attività.

«Una maggiore serenità permette di fornire elevati livelli di assistenza ai superstiti di un ictus, che spesso hanno anche un deterioramento cognitivo e disturbi di memoria o depressione» spiega la ricercatrice canadese, sorpresa dal fatto che i familiari più sereni fossero spesso coloro che assistevano i malati più gravi. «Viceversa, quando i danni sono moderati, le aspettative sono alte, e questo può causare frustrazione» continua Cameron. L’ictus è un evento improvviso, e i sopravvissuti possono anche essere dimessi dopo pochi giorni o settimane di ricovero, dando al familiare poco tempo per prepararsi. «E questo spiegherebbe perché i caregiver più anziani sono i più sereni: spesso pensionati, non devono dividersi tra lavoro e bambini, oltre a fornire le cure post-ictus» continua la ricercatrice, ricordando che depressione, disturbi cognitivi e problemi di memoria hanno un impatto negativo sul benessere del caregiver.

E ciò probabilmente dipende dal fatto che i sistemi sanitari tendono a offrire più risorse per aiutare i familiari a gestire la disabilità fisica piuttosto che cognitiva. «Ma se il caregiver assiste il proprio caro e allo stesso tempo segue i propri hobbies e interessi personali, allora è più sereno» sottolinea Cameron. E se l’ambiente familiare è sereno, anche il paziente sta meglio.

(Fonte: «Doctor 33»)
(Approfondimenti: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24652310)

Ebola in Guinea. Fino ad oggi 78 decessi. L’allarme di Medici Senza Frontiere: «Epidemia senza precedenti»

31 marzo 2014

Le autorità della Guinea hanno confermato ufficialmente la presenza dell’ebola nel Paese, il virus si è manifestato per la prima volta anche in una grande città, la capitale Conakry (i casi precedenti erano rimasti circoscritti a piccole località del Sud) e i pazienti sono stati subito posti in centri di isolamento per prevenire il contagio. Gli ultimi dati del Ministero della Salute della Guinea hanno indicato che “122 casi di febbre virale emorragica rilevati nel Paese hanno provocato 78 decessi, ossia un tasso di mortalità di oltre il 70%”.

“Stiamo assistendo a un’epidemia di proporzioni mai viste prima in termini di distribuzione di casi nel paese: Gueckedou, Macenta Kissidougou, Nzerekore, e adesso Conakry” dichiara Mariano Lugli, Coordinatore Progetto per MSF a Conakry.  MSF continua a rafforzare le sue équipe. Per la fine della settimana, ci saranno circa sessanta operatori internazionali con esperienza di febbre emorragica tra Conakry e la zona Sud-Est del paese.  Tra gli operatori sul campo ci sono dottori, infermieri, epidemiologi, esperti di acqua e servizi igienico-sanitari e antropologi. Inoltre, più di 40 tonnellate di materiali sono state inviate nel paese per cercare di arginare la diffusione della malattia.

“MSF è intervenuta durante quasi tutte le epidemie di Ebola degli ultimi anni, ma erano molto più contenute geograficamente e riguardavano aree più remote. Questa diffusione geografica è preoccupante, perché complicherà di molto il compito delle organizzazioni che lavorano per controllare l’epidemia” dichiara LugliA Conakry, MSF ha rafforzato la propria attività per l’isolamento dei pazienti nell’ospedale di Donka, in collaborazione con le autorità sanitarie della Guinea e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Altri pazienti, in altre strutture sanitarie, sono ancora ospedalizzati in condizioni non-ottimali: il grado di isolamento deve essere rafforzato nei prossimi giorni.

Le équipe MSF stanno anche cercando un posto dove realizzare una nuova struttura per supportare ulteriormente le autorità sanitarie locali. Allo stesso tempo, MSF ha già iniziato a identificare persone che potrebbero essere entrate in contatto con i pazienti attuali. Cercare potenziali pazienti, e se necessario isolarli, è l’unico modo per interrompere la catena di trasmissione del virus. Attualmente non esistono vaccini o cure contro l’Ebola. Nelle ultime due settimane nella zona sudorientale del paese – nelle città di Guekedou e Macenta – MSF ha organizzato rapidamente delle équipe e installato due strutture per l’isolamento dei pazienti. La sensibilizzazione e l’identificazione di nuovi casi avviene con l’aiuto della comunità. In questa regione, l’isolamento dei pazienti che sono stati identificati aiuterà a controllare la diffusione del virus.

“A diffondersi in Guinea è il ceppo Zaire del virus dell’Ebola: il più aggressivo e mortale. Uccide più di 9 pazienti su 10” ha detto Michel Van Herp, un epidemiologo di MSF attualmente a Guekedou. “Per fermare l’epidemia, è importante tracciare la catena di trasmissione. Tutti i contatti dei pazienti che potrebbero essere stati contagiati dovrebbero essere monitorati e isolati al primo segno dell’infezione.” Ad oggi, le autorità sanitarie in Guinea hanno registrato 122 pazienti sospetti e 78 morti. Altri casi, sospetti o diagnosticati, sono stati individuati in Sierra Leone e Liberia.  “E’ importante che le autorità locali e l’OMS aiutino le strutture mediche ad applicare le necessarie misure di igiene” afferma Van Herp.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

(*) Lara Reale
Giornalista scientifica
Redazione Web Arcidiocesi di Torino
© Riproduzione Riservata