Sostieni Bioetica News con una donazione. Sostieni

News dall'Italia

Diritti dell’infanzia. La situazione in Italia Un'indagine di Save the Children sui minori in Italia

15 Novembre 2021

Cosa ci rivelano i dati statistici su come vive e cresce il mondo dell’infanzia dai bambini ai giovani in Italia e cosa pensano gli stessi minori della realtà in cui si trovano? Interrogativi le cui risposte, seppure scaturite dall’analisi di un’indagine su un campione di 1000 dai 14 ai 18 anni, appena pubblicata dalla nota associazione Save the Children, aprono a prospettive, che integrandosi, danno uno spaccato del mondo dell’infanzia che necessita di essere ascoltato ed aiutato, una voce che si muove tra ideali accesi e sopiti, che reclama i diritti di tutti i minori siano al primo posto delle politiche, in particolar modo nel Piano nazionale di Ripresa e Resilienza.

Il titolo infatti è Il futuro è già qui: il mondo dei bambini di domani, il nuovo rapporto dell’Atlante dell’infanzia a rischio, giunto alla sua dodicesima edizione, edito da Ponte alle Grazie. Save the Children mostra lo scenario analizzato, preoccupante per la crescente povertà, che spegne per molti ogni possibilità di sognare ideali, un futuro che rimane tuttavia possibile realizzare se vi si ricorre ai ripari senza ritardi.

Disuguaglianze sociali

Le condizioni socio-economiche della famiglia influiscono sulla opportunità di un’ascesa sociale e professionale per i figli. La pandemia da Covid-19 ha acuito la forbice delle disuguaglianze sociali che non si sono ancora del tutto allentate dalla grave crisi economica globale degli anni 2008 e 2009.

I fattori sono molteplici. L’Italia ad esempio risulta negli ultimi posti, il 34°, tra i Paesi più industrializzati nel 2020. Per i ricercatori dell’Invalsi vi è una tendenza a formare le aule con studenti che provengono da classi sociali simili riducendo l’inclusività educativa. La didattica a distanza ha inciso sulla perdita dell’apprendimento e delle competenze che ha un suo riflesso nell’economia e nel capitale umano; si teme un aumento dell’abbandono scolastico, della dispersione e dei fallimenti formativi rispetto al periodo pre-pandemia. Oltre all’ambito familiare le differenze sugli apprendimenti sono anche dovute a livello territoriale nell’offerta educativa marcata ad esempio tra Nord e Sud Italia.

Nel 2020 un minorenne su sette viveva in condizioni di povertà senza accesso ai beni e servizi essenziali. Con la pandemia la povertà è aumenta colpendo maggiormente le famiglie al Nord, soprattutto quelle di origine straniera, perché la fruizione del Reddito di cittadinanza richiedeva una residenza minima decennale documentata.

Save the Children guarda come passo importante il sostegno al reddito, in discussione al Governo, ad esempio mediante l’assegno unico universale per ciascun figlio a carico fino ai 18 anni e in alcuni casi ai 21 anni, le misure sugli ammortizzatori sociali per i lavoratori, il reddito di emergenza, il bonus e gli investimenti nelle infrastrutture educative.

Si intravede di contrastare la povertà in modo responsabile con i patti educativi di comunità istituiti tra diverse istituzioni, cittadini, terzo settore, amministrazione pubblica e scuole del territorio. Si riporta l’esperienza della città di Napoli nel contrasto alla dispersione che coinvolge diverse organizzazioni tra cui Save the children e l’amministrazione comunale in 10 scuole di 4 quartieri difficili.

I dati Eurostat rilevavano nel 2019 in Italia una povertà alimentare di bambini, per lo più di famiglie straniere, tra 1 e 15 anni non consumava un pasto proteico al giorno. Si mostra come nelle regioni in cui vi sia un sistema di welfare i bambini erano meno colpiti; è il caso della Emilia Romagna rispetto alla Lombardia in cui la povertà alimentare colpiva circa il 8% dei bambini.

Vi sono giovani, quasi un quarto, dai 15 ai 29 anni e un terzo dai 29 ai 29 anni che non sono inclusi nella società: sono i neet che né lavorano né studiano nè è in cerca di lavoro. Ragazzi, per i quali, come afferma la direttrice generale di Save the Children Italia Daniela Fatarella, c’è il rischio che entrino in contesti pericolosi, perché povertà e assenza di educazione sono il terreno perfetto per attrarre risorse nelle mafie organizzate. L’educazione, prosegue Fatarella, diventa quindi centrale per la ripresa del Paese.

Accanto ad essi occorre anche considerare vi sono anche i giovani che abbandonano presto gli studi, Early School Leavers, tra i 18 e i 24 anni che non studiano e non hanno concluso il ciclo di istruzione; anche qui in cui l’Italia si presenta come per i neet con una percentuale media europea più elevata, che è del 9%.

Natalità

Si tratta di una sfida difficile: alla platea ingrossata dell’invecchiamento demografico non si contrappone un aumento di nuove nascite. Una bassa natalità è dovuta ai pochi giovani in età feconda; si hanno mamme primipare “attempate. Cambiano i tempi, i giovani rimangono sempre più a lungo in casa per l’allungamento dei tempi formativi, dell’aumento diffuso della scolarizzazione, delle difficoltà nell’accesso al mondo del lavoro o per la precarietà lavorativa, rileva l’Istat nel suo Rapporto annuale 2021. L’Istituto Toniolo in uno studio dei giovani del 2021 spiega come i giovani tendino a posticipare i loro progetti di vita soprattutto nei Paesi del Sud Europa laddove i livelli pre-pandemici di fertilità e natalità sono bassi. Un altro fattore frenante alla maternità è la scarsa occupazione.

Ma le giovani generazioni desiderano avere dei figli, scontrandosi con la realtà in cui vivono, emerge dal rapporto di Save the Children. Un cambiamento di rotta potrebbe avvenire, prosegue, con politiche orientate alle genitorialità all’offerta di servizi della prima infanzia, dei nidi, ad un capitale umano che sia autonomo ad una certa età con lavori piuttosto sicuri. Il demografo Alessandro Rosin dell’Università Cattolica di Milano a suggerisce di ridurre gli squilibri demografici con politiche familiari tenendo insieme crescita economica, welfare e demografia altrimenti l’alternativa sarà di avere «un’economia che non cresce, disuguaglianze che aumentano, comprese quelle di genere, generazionali, geografiche, tra garantiti e non, tra autoctoni e immigrati, una natalità in calo, un debito pubblico che diventa insostenibile e i giovani che se ne vanno all’estero perché sarà più facile poterlo fare. Questo scenario è quello più probabile».

Anche sul fronte dell’immigrazione in Italia, a cui va riconosciuto il contributo alla natalità, come dimostrano i molti bambini stranieri che vanno a scuola, e per i quali si è discusso sul riconoscimento di cittadinanza (ius soli, sanguinis…) vi è una tendenza simile alle donne italiane, nel ritardare in questi ultimi anni la gravidanza. Nel 2008 l’età media al parto delle mamme straniere era di 27 anni e al 2019 è passata ai 29 anni. Invece per quelle italiane dai 31 ai 32 anni.

Pianeta

Save the Children stima vi siano 740 milioni di minori che vivono in 45 Paesi, soprattutto africani, esposti maggiormente agli “effetti climatici” con danni alla salute e la nutrizione. Nel 2020 l’inverno è passato con una siccità rilevata in tutto il territorio nazionale con il rischio di vedere un giorno, dal rapporto di Legambiente, più vuoti laghi, fiumi, bacini di raccolta delle acque.

Si teme che il mondo dell’infanzia, quello più fragile, si ritrovi in futuro a non avere cibo di buona qualità a sufficienza, di non avere dell’acqua e dell’aria pulita, di soffrire di stress per le ondate di calore e assistere all’arrivo di epidemie.

Viene citata la dichiarazione del sesto Rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, l’Icpp, dell’agosto 2021 in cui più di 200 scienziati da diverse parti del mondo hanno annunciato il rischio di gravi conseguenze per l’umanità se non si cercherà di intervenire per mitigare gli effetti dell’emergenza climatica in corso e che a pagarne il prezzo sono soprattutto i giovanissimi e i bambini di oggi. Quei giovani di Fridays For Future e altre organizzazioni di volontariato che lottano per il diritto a vivere in un ambiente più sano e alla responsabilità di prendersi cura del pianeta e dell’umanità.

Rendere le città più vivibili rappresenta un’altra sfida odierna. La popolazione è generalmente più concentrata nelle città, polo di attrazione e di opportunità, oltre che di socializzazione e di straniamento. Alle città dunque suggerisce Save the Children occorre guardare per creare un progetto di sostenibilità e per abitarvi a misura di bambino. Oggi sempre meno bambini, a causa della denatalità, popolano purtroppo le località italiane.

La città rispecchia i problemi della contemporaneità: secondo l’Associazione italiana insegnanti di geografia (AIIG) i centri urbani occupano più del 2% della superficie terrestre e in città viene consumato circa il 90% delle risorse prodotte nel mondo. Si convive con i problemi ambientali, povertà ed emarginalità ma anche, fanno da contrappunto, le diverse opportunità culturali, sociali ed economiche.

Secondo l’Oms l’inquinamento atmosferico rappresenta il principale rischio ambientale per la salute: causa 7 milioni di morti nel mondo ogni anno. Dai dati Istat dal 2010 in Italia si è superata più dell’80% la soglia prevista per le polveri sottili PM di 2,5 micron che sono pericolosi perché in grado di penetrare gli alveoli polmonari.

La mobilità è un’altra caratteristica descrittiva della città – pendolarismi delle attività lavorative e di studio, migrazioni, che a causa della pandemia nel 2020 ha visto un forte rallentamento. Mentre si cerca di potenziare il sistema dei trasporti pubblici nelle città si osserva che solo in una decina di comuni capoluogo si può usufruire del tram o del metrò mentre di una ampia rete estesa di autobus e filobus ma per la maggior parte inquinante in quanto solo un terzo degli autobus circolanti nei Comuni capoluogo sono mezzi a bassa emissioni o conformi a standard avanzati (euro 6).

Il disagio legato ai trasporti è sentito nei collegamenti con la zona in cui si vive e in particolare nei piccoli centri fino a 2000 abitanti. Dai dati Istat 2020 in Italia su 100 bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni, con le stesse caratteristiche, per recarsi a scuola hanno usato i trasporti pubblici o collettivi a Nord il 29,8 % , al Centro il 29,4% e al Sud e alle Isole 18,60%. L’autovettura continua ad essere il mezzo per spostarsi più usato: più 4 autovetture in circolazione per ogni minore.

Se nelle città la raggiungibilità della scuola o delle attività creative a piedi, a poca distanza da dove si abita è buona cosa ma dall’altro Elena Granata, docente al Policlinico di Milano mette in guardia dai progetti di servizi nel quartiere senza adeguati trasporti pubblici: «i ragazzi non abitano la città ma dei contenitori: la scuola, l’oratorio, i luoghi dello sport. Questo fa perdere loro la dimensione urbana». Nelle periferie l’autonomia è ridotta e posticipata, spiega la docente secondo cui bisogna incoraggiarli a muoversi lontano da casa, farlo precocemente, da soli o in gruppo e in sicurezza. Conclude infine sostenendo «gli spazi pubblici (come la scuola) e i mezzi di trasporto sono i luoghi in cui è possibile ristabilire una cittadinanza condivisa ed è lì che può anche avvenire l’incontro tra chi abita le periferie e chi il centro, tra bambini che “hanno” e quelli che “non hanno”».

(CCBYSA)

redazione Bioetica News Torino