«Bioetica e legge 194: una riflessione critica». Convegno al “San Camillo” di Torino

di Silvia Rossi *
pubblicato il 15 settembre 2013
«Bioetica e legge 194: una riflessione critica». Convegno al “San Camillo” di Torino

Presso la Sala Conferenze del Presidio Sanitario S.Camillo di Torino, sabato 14 settembre, alle ore 9.00, si è svolto il Convegno sul tema Bioetica e legge 194 – una riflessione critica.

L’iniziativa  è stata promossa dal Centro Cattolico di Bioetica dell’Arcidiocesi di Torino, con il Patrocinio del Movimento per la Vita di Torino, delle Edizioni Camilliane e del Centro Pastorale della Salute Camilliano.

Erano presenti, in qualità di relatori, il professor Maurizio Pietro Faggioni, ofm, bioeticista, docente di Teologia morale presso l’Accademia Alfonsiana  di Roma, medico endocrinologo, e il professor Luciano Eusebi, giurista, docente di Diritto penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il professor Giorgio Palestro, presidente del Centro Cattolico di Bioetica, ha curato la presentazione del Convegno e il professor Enrico Larghero, responsabile del Master Universitario in Bioetica presso la Facoltà Teologica di Torino è intervenuto in qualità di moderatore.

Hanno rivolto un loro saluto  Valter Boero, presidente del Movimento per la Vita di Torino, Carlo Casini, europarlamentare, magistrato della Corte di Cassazione e presidente del Movimento per la Vita italiano, e Mario Giaccone, presidente dell’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Torino.

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Il professor Giorgio Palestro, nella sua relazione introduttiva ha presentato in modo esaustivo l’argomento del convegno.

Con la decisione di legalizzare l’aborto si è posto l’avallo giuridico a un processo originante da una forte e incalzante pressione sull’opinione pubblica prescindendo dal giudizio morale più generale, secondo cui l’aborto veniva considerato un atto illecito.

Una tale decisione è espressione anch’essa di una cultura relativistica che prescinde da ogni valutazione dei principi intrinseci e tradizionali nei confronti dell’essere umano, della persona umana, per avallare quei sentimenti, che pur non essendo neppure quelli più diffusi nella collettività, tuttavia sono stati i più penetranti e, dunque, con pretesa di riconoscimento e accettazione.

La secolare pratica clandestina dell’aborto, già anticamente, ben prima di Cristo, come sappiamo, almeno fin dal Giuramento di Ippocrate, ha sempre mantenuto chiaro il suo significato intrinseco di rilevante atto delittuoso in sé. Fin dall’antichità, era stato intuito ciò che ai giorni nostri la scienza moderna ha chiaramente dimostrato, e cioè che l’essere umano, fin dal concepimento è considerato unico, dotato di specificità biologica, e di uno specifico orientamento verso un ben definito sviluppo. In questo senso, esso dispone quindi di uno status morale intrinsecamente dotato di una non interrompibile prospettiva di “persona”.

Pertanto, alla luce delle conoscenze attuali, ormai consolidate, la sua soppressione, come già sosteneva Ippocrate, è da ritenersi delittuosa in re ipsa.
E la punizione per la violazione del precetto giuridico, prima dell’entrata in vigore della legge, non mirava a eliminare l’azione delittuosa, ma intendeva confermarne il significato illecito.

Ma la progressiva diffusione del comportamento deviante ha finito per accreditarne la legittimità nella mentalità di molti, secondo il tipico schema relativistico, che non riconosce più i valori di principio, ma privilegia la prassi che tende a soddisfare le pretese, subordinando i principi al nuovo valore della modernizzazione.

Quadro realistico degli effetti di una legge che, peraltro ha aperto la strada e favorito, a livello europeo, altre derive, come l’utilizzo degli embrioni per pratiche che hanno subordinato totalmente il significato intrinseco della vita umana, fin dal suo costituirsi agli interessi di altri esseri umani per la realizzazione di obbiettivi e fini soltanto egoistici.

Il professore Maurizio Pietro Faggioni, con il suo intervento sugli «Aspetti bioetici», ha illustrato il problema dell’aborto come realtà profondamente complessa. L’aborto procurato, dovuto cioè a una intenzionalità umana diretta, è quello che interessa dal punto di vista etico. La posizione della Chiesa cattolica sul valore e l’inviolabilità della vita umana è molto chiara e viene espressa nell’enciclica «Evangelium Vitae», scritta da papa Giovanni Paolo II: «L’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita» (EV n. 58).

La valutazione etica dell’aborto è stata presa in considerazione nell’antichità, mettendo sempre più in evidenza una particolare attenzione dell’essere umano nel grembo materno:

Il Giuramento di Ippocrate, risalente al V secolo a. C., prezioso testimone dell’ethos del medico antico, dice: «A nessuna donna io darò un medicinale abortivo». Nella tradizione cristianala condanna dell’aborto, come quella dell’infanticidio, è costante e severa a partire dalla Didaché, scritto autorevole del I secolo: «Non ucciderai con l’aborto il frutto del grembo e non farai perire il bimbo già nato». La convinzione e la prassi della comunità cristiana sono ben espresse da Tertulliano: «È un omicidio anticipato impedire di nascere; poco importa che si sopprima l’anima già nata o che la si faccia scomparire sul nascere. È già uomo colui che lo sarà».

L’aborto è, per definizione, estinzione di una vita umana allo stato nascente e noi sappiamo, per ragione e per fede, che sopprimere una vita umana innocente non è mai giustificato.

Per poter difendere la vita umana bisogna prima pensare di difendere la giovane madre, essere umano debole e indifeso come il bimbo che porta in grembo. La donna col suo bambino sente il peso della solitudine e la fragilità emotiva può sfociare in decisioni drammatiche.

La vita umana nascente è affidata totalmente alla cure e alla protezione della madre, ma circostanze drammatiche oppure ragioni egoistiche, possono portare una donna a sopprimere la vita che porta in sé.

È però ingiusto addossare tutta la responsabilità di un aborto alla madre, perché, accanto alla donna, ci sono altre persone la cui responsabilità può essere pari e talvolta maggiore di quella della stessa madre.

Il professor Luciano Eusebi ha affrontato il tema dal punto di vista socio-giuridico, partendo dal ruolo della donna nella società e dal valore che deve assumere la dimensione dell’accoglienza di un figlio.

La vita di tutti noi è dipesa dall’attribuzione alla donna, secondo le caratteristiche della condizione umana, di un impegno del tutto particolare, costituito dalla gravidanza: impegno che – a differenza di quello tipico dei genitori successivo alla nascita – non richiede una «presa in carico», tale per cui, anche ove manchi, la vita del figlio può essere altrimenti assicurata (come avviene, ad esempio, con un’adozione). L’unico modo per sottrarsi all’impegno della gravidanza è, in effetti, l’aborto, che comporta la soppressione della vita del figlio.

Questo ci fa capire quanto dobbiamo essere grati alle madri, e quanto maggiore dovrebbe essere l’investimento sociale per l’aiuto alla donna durante la gravidanza. Il ruolo oggettivamente assolto dalla madre esprime forse la metafora più grande del senso ultimo che è fondato scorgere nella vita: non sottrarci alle sfide che essa propone, perché solo in tali sfide è possibile realizzare ciò che risulta proprio della dignità umana, vale a dire la capacità, per sua natura gratuita, di amare.

A ben vedere, peraltro, con l’aborto non ci si sottrae alla gravidanza: quando un aborto viene eseguito, essa – insieme alla vita del figlio – ovviamente già esiste, e l’orologio di ciò che esiste non può essere riportato indietro. L’aborto non rappresenta l’annullamento della gravidanza, ma un suo possibile esito: tuttavia, un esito innaturale che, se volontario, costituisce comunque una sfida perduta – un fallimento – per la donna, ma anche per l’intera società.

La tutela della vita umana è il fondamento stesso della democrazia. Il volto dell’altro che io guardo mi “ri-guarda”, mi riguarda. La giustizia significa agire in rapporto con la dignità dell’altro. I diritti non sono niente se la giustizia non realizza la dignità umana.

La legge sull’aborto resta un testo quanto mai contraddittorio:

La legge italiana tutela l’embrione dal concepimento identificandolo come soggetto di diritti (artt. 1 e 13 legge n. 40/2004), mentre la stessa legge 194/1978, relativa all’interruzione volontaria della gravidanza, dichiara all’art. 1 che «lo Stato… tutela la vita umana dal suo inizio».

Oggi nessuno sosterrebbe che il bambino sia da ritenersi inferiore in dignità umana e in diritti rispetto all’adulto perché ancora non ne esprime tutte le capacità: e infatti il preambolo della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, citando il preambolo della Dichiarazione approvata dall’ONU sui diritti del fanciullo, afferma che quest’ultimo, «a causa della sua mancanza di maturità fisica e intellettuale necessita di una protezione e di cure particolari, ivi compresa una protezione legale appropriata, sia prima che dopo la nascita». Dunque, alla prima fase della vita umana, fin dalla «maternità» (v. art. 31 Cost.), compete semmai una tutela rafforzata dei diritti. Del resto, la Costituzione stessa, dichiarando all’art. 2 che la Repubblica riconosce – e non istituisce – i «diritti inviolabili dell’uomo» (fra i quali indubitabilmente vi è quello alla vita), prende atto di come quei diritti abbiano uno spessore oggettivo…

L’inestimabile valore della vita umana pone il concetto di persona al centro di una riflessione puramente morale. All’uomo è affidato il compito di prendere coscienza delle proprie responsabilità, nei confronti della vita nascente. Oggi il progresso delle scienze biologiche e mediche consente all’uomo di utilizzare risorse terapeutiche efficaci, ma è sempre più presente il rischio di voler dominare i processi della procreazione.  La consapevolezza della propria umanità consente all’uomo di promuovere l’ amore per la vita e il rispetto per essa, un’esperienza di accoglienza per una nuova esistenza.

(*) Silvia Rossi
Giornalista
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