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Suicidio assistito (ed eutanasia), diserzione etica e scientifica

di Enrico Larghero*
Giuseppe Zeppegno**

*Medico, Bioeticista, Responsabile Master universitario in Bioetica Facoltà di Teologia dell'Italia Settentrionale sezione parallela di Torino
**Direttore del Ciclo di Specializzazione in Teologia Morale con indirizzo sociale - Facoltà Teologica di Torino
Dottore di Ricerca in Morale e Bioetica

29 novembre 2019
Suicidio assistito (ed eutanasia), diserzione etica e scientifica

«Via libera al suicidio assistito». Questa la prima pagina di molti quotidiani ⌈nei mesi ndr⌉scorsi. Coloro che avevano profetizzato che con l’approvazione della legge sulle Dat (Disposizioni anticipate di trattamento) si sarebbe aperto all’eutanasia non erano delle “cassandre”, ma si sono rivelati dei sani realisti. L’Ufficio stampa  della Consulta ha infatti diramato il 25 settembre un comunicato in cui si sostiene che «la Corte ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del Codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

GIUSEPPE ZEPPEGNO_MASTER AVANZATA 2019

Giuseppe ZEPPEGNO – F. Bioetica News Torino

Fondamentale ricostruire l’excursus di questa complessa vicenda per poter comprendere alle radici la sua importanza. Il coinvolgimento della Corte costituzionale era stato determinato dal procedimento nei confronti di Marco Cappato, esponente radicale e tesoriere dell’Associazione «Luca Coscioni», incriminato per aver  aiutato Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, tetraplegico e cieco a seguito di un incidente stradale, a raggiungere la Svizzera per sottoporsi al suicidio assistito. Il processo si era parzialmente concluso il 14 febbraio 2018 a Milano assolvendo l’imputato dal reato di istigazione al suicidio. Quindi alcuni mesi dopo, il 24 ottobre, a seguito dell’interpellanza della Corte di assise di Milano, la Consulta era  invitata a verificare la costituzionalità dell’art. 580 del Codice penale (che nell’attuale ordinamento commina una pena da 5 a 12 anni a quanti  incitano o agevolano l’esecuzione del suicidio), aveva scelto di sospendere la decisione e di riconvocarsi appunto il 24 settembre 2019. Nella medesima seduta aveva invitato il Parlamento a legiferare in materia nel lasso di tempo intercorrente, cosa che, in considerazione della situazione politica italiana, non era stata fatta. Infatti le note e complesse vicende che hanno caratterizzato la situazione parlamentare negli ultimi mesi hanno impedito di completare questo iter, nonostante siano stati presentati alle Camere ben dieci provvedimenti sul “fine vita”. Sulla specifica questione sollevata dalla Consulta, sono state vagliate e non approvate dalla Commissione Giustizia e Affari sociali della Camera quattro proposte di legge.

Mentre a Roma si discute, scriveva due mila anni fa lo storico Tito Livio, Segunto viene espugnata… Nulla è nuovo sotto il sole e, anche in questo caso, i tempi lunghi della politica hanno creato i presupposti per la sentenza della Consulta, con cui si chiude, ma per certi versi si riaccende, un dibattito che dura in Italia da oltre vent’anni e che passa anche dai casi di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro. Le reazioni alla sentenza, come era facile prevedere, sono state divergenti. Da oggi in Italia siamo più liberi, ha affermato con entusiasmo Marco Cappato. Dello stesso parere, anzi allargando la forbice, Lorenzo D’Avack, presidente del Comitato nazionale di bioetica: «Al di là della grande soddisfazione per la sentenza, mi spiace leggere che il diritto al suicidio sia garantito solo a chi è sostenuto in vita a trattamenti di sostegno vitale, ovvero a chi è attaccato a una macchina. Molti malati gravissimi, pur sopravvivendo senza un macchinario, soffrono moltissimo e vedono messa in discussione la loro dignità. Sarebbe quindi opportuna la legge anche a loro».

Moderatore del Convegno, Prof. Enrico Larghero, Medico-Teologo, membro del Centro Cattolico di Bioetica - Arcidiocesi di Torino

Enrico LARGHERO – F. Bioetica News Torino

Il pronunciamento è invece stato accolto con preoccupazione dalla Conferenza episcopale italiana. Al termine dei lavori del Consiglio episcopale permanente, il segretario generale mons. Stefano Russo ha dichiarato che i vescovi italiani unanimemente intendono rilanciare un passaggio del recente discorso tenuto da Papa Francesco alla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri: «Si può e si deve respingere la tentazione, indotta anche da mutamenti
legislativi, di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia».

Il tema era già stato a più riprese affrontato dal Card. Gualtiero Bassetti e anche la Chiesa di Torino, venerdì 20 settembre, per voce del suo Arcivescovo Mons. Cesare Nosiglia, aveva rilanciato l’appello del Card. Bassetti nella dichiarazione concordata con l’Ufficio pastorale della salute, il Centro cattolico di Bioetica, la Piccola casa della divina provvidenza (Cottolengo). In questo documento Mons. Nosiglia dichiarava che non possiamo accettare l’idea che il diritto di decidere il tempo del proprio morire sia proposto come un atto di legittima autonomia personale. La scelta dell’annientamento del sé, infatti, non è espressione di libertà, ma il suo opposto. La libertà, infatti, si esprime solo attraverso la vita. È evidente ai più che le derive eutanasiche, spesso spacciate come forma di pietà, di fatto sono una perversione di essa perché, come ricorda il n. 66 dell’Enciclica Evangelium vitae di San Giovanni Paolo II, la vera “compassione” rende solidali al dolore altrui. Ne è anche prova il fatto documentato da numerose inchieste che il malato nella assoluta maggioranza dei casi non si rivolge al medico per morire ma per guarire o almeno per trovare, con la dovuta terapia e assistenza sanitaria, sollievo al dolore». Ha altresì invitato a rifuggire dalla mentalità utilitaristica che «valuta il soggetto umano unicamente in base all’utile sociale che può fornire» e ha sostenuto che di fronte ad una eventuale legge
favorevole alla soppressione della vita «sarebbe inevitabile confermare l’obiezione di coscienza del personale sanitario e degli ospedali cattolici».

A prescindere dalle varie posizioni, anche contrapposte, ma inevitabili in una democrazia, una profonda riflessione appare comunque doverosa. La situazione italiana, ritenuta da molti un caso isolato, frutto di un Paese retrogrado e clericale, non è in realtà molto diversa dal resto del mondo. In Europa i Paesi che ammettono l’eutanasia, sia attiva che passiva, sono soltanto tre: l’Olanda (primo Stato al mondo a legalizzarla nel 2000), il Belgio (dal 2002), il Lussemburgo (dal 2009). In Francia, vedi caso Vincent Lambert, è ammessa soltanto l’eutanasia passiva. Anche nel mondo i Paesi che ammettono, tra l’altro con molte battute d’arresto, soltanto l’eutanasia passiva, sono pochi, e cioè: India, Canada, Messico e Australia. Stesso discorso per il suicidio assistito, legale in Europa soltanto in Svizzera e poi, fuori dal nostro Continente, in alcuni Stati americani. I viaggi della speranza di cui tanto si parla hanno pertanto poche mete ed anche coloro che vi ricorrono, forse anche per ragioni economiche, sono comunque pochi. Si sono recate a morire in una delle quattro apposite strutture svizzere circa 50 persone ogni anno, a partire dal 2015.

Alla luce dei fatti, in ultima analisi, in base alla Costituzione, lo Stato deve favorire con le opportune leggi la tutela dell’incolumità e della salute dei cittadini e non può diventare complice della loro morte. Se si apre al suicidio assistito, al diritto di uccidere, si cade in un pendio scivoloso destinato a minare le fondamenta stesse della società. Anziché promuovere leggi che favoriscono la morte, sarebbe opportuno potenziare l’assistenza sanitaria affinché i pazienti e i loro caregiver possano essere adeguatamente sostenuti e trovino a domicilio o, se necessario negli hospice opportunamente attrezzati, la più adeguata assistenza.

La crisi fondamentale dei valori ha indebolito l’attenzione alla vita fragile e ha consolidato il principio di autonomia del singolo, creando talvolta un falso concetto di libertà. Considerando l’uomo solo nella sua dimensione immanente, si ignora la morte, la si bandisce dalla coscienza e, quando appare all’orizzonte, carica inevitabilmente di sofferenza, si vuole strumentalizzarla al proprio volere ed eliminarla.
Nobile, oltre che doveroso e lecito, è pertanto il ricorso alle cosiddette cure palliative, ovvero “cure totali” offerte al paziente dal momento in cui la malattia non è più responsiva ai trattamenti. Esse provvedono ad alleviare i sintomi, integrando gli aspetti psicologici, creando un sistema di aiuto continuo e supportando la famiglia ad affrontare la malattia e il lutto. Tali cure palliative ed antalgiche non accelerano arbitrariamente la morte e nemmeno le si oppongono in modo tecnicistico, ma predispongono le condizioni ideali affinché il malato possa vivere con dignità le ultime fasi della malattia e della vita.
Il malato, da parte sua, deve avvertire la vicinanza fisica ed affettiva del suo ambiente, in particolare dei suoi cari; l’esperienza dimostra che il desiderio esternato di porre termine alla vita sovente è un grido di disperazione in seguito alla già avvenuta morte sociale. È opportuno quindi che vi sia intorno al malato una cooperazione sensibile ed attenta che gli garantisca un’assistenza integrale fisica, psicologica e spirituale e una morte umanamente dignitosa.

L’eutanasia e il suicidio assistito, prima ancora che una diserzione etica, sono una diserzione scientifica. Rappresentano una falsa soluzione, una scelta senza speranza, che non riconosce il senso della vita, dono di ineguagliabile valore. Un paziente che chiede di morire, chiede in realtà di non essere lasciato solo nell’oscurità della prova. La difesa della dignità della vita umana passa attraverso la solidarietà nei confronti del malato da parte di operatori sanitari e familiari, ciascuno secondo le sue competenze al fine di “farsi prossimo”, accompagnandolo fino agli ultimi istanti. Accompagnare la sofferenza e trarne da essa un senso resta comunque un dovere di tutti, a prescindere dalla fede religiosa o dell’ideologia, anche in un mondo che tende a rimuovere questa realtà ricorrendo, ad esempio, a suicidio assistito ed eutanasia, vissute come antidoto alla sofferenza. Curare adeguatamente non significa solo somministrare dei farmaci, ma è qualcosa di più, è un rapporto tra esseri umani e come tale non codificabile da regole, norme, codici. I diritti umani e la vita debole devono comunque essere riaffermati con forza, anche e soprattutto quando sono minacciati dal relativismo, da una politica e da un’economia senza scrupoli, da una scienza selvaggia o da un sistema alienante, puramente coercitivo e senza speranza. L’uomo contemporaneo è chiamato a vivere in una società individualista e frammentata, in cui le responsabilità non vanno oltre le singole decisioni personali e in cui le scelte morali non scaturiscono dall’incontro del singolo con la collettività, ma dal trionfo di un libero arbitrio votato alla propria autoaffermazione.

Il diritto prioritario del paziente a gestire la cura della sua esistenza va coniugato con il dovere di tutelare la propria vita, poiché questa non la si possiede, ma si identifica con la stessa persona. Le aspettative, i bisogni e i desideri dei pazienti non possono tuttavia essere racchiusi nella loro complessità ed articolazione in una sentenza. Le necessità, le esigenze sempre nuove dei malati trovano la loro naturale risoluzione in un luogo di cura consono e accogliente, nel quale gli operatori sanitari si fanno carico della fragilità, si mettono al suo servizio e stabiliscono un autentico e consolidato patto di fiducia e di alleanza terapeutica che sappia andar oltre la norma.

Una legge non può avere altro scopo che la difesa della vita in ogni sua forma e condizione, in perenne tensione verso il bene comune, nella tutela sempre e in ogni caso di tutti gli individui sani e malati, al fine di riscoprire il significato autentico della libertà.


Note

1 Tratto da «La Voce e il Tempo», Suicidio assistito (ed eutanasia), diserzione etica e scientifica di Enrico LARGHERO e Giuseppe ZEPPEGNO, 6 ottobre 2019, pp. 16-17. Si ringrazia il direttore Alberto Riccadonna  per la gentile concessione alla pubblicazione.

Enrico Larghero*
Giuseppe Zeppegno**

*Medico, Bioeticista, Responsabile Master universitario in Bioetica Facoltà di Teologia dell'Italia Settentrionale sezione parallela di Torino
**Direttore del Ciclo di Specializzazione in Teologia Morale con indirizzo sociale - Facoltà Teologica di Torino
Dottore di Ricerca in Morale e Bioetica
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