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123 Giugno 2026
Bioetica News Torino Giugno 2026

Il Film. “Obsession”, di Barker C.

Sembra esserci una regola non scritta nel cinema contemporaneo: più i budget lievitano, più le idee tendono a rimpicciolirsi, ridotte a un pigro esercizio di copia-e-incolla industriale. Poi, quasi provvidenzialmente, spunta Curry Barker. Arriva con quattro spiccioli in tasca, l’audacia di chi si è fatto le ossa sulla futilità virale di YouTube (Milk & Serial) e confeziona Obsession, un’opera seconda che demolisce le certezze della Hollywood opulenta.

Diciamolo subito, senza timori reverenziali. Per intuito strutturale e gestione della tensione, questo film sta al genere esattamente come Lo Squalo di Spielberg stava alla New Hollywood del 1975. Un paragone iperbolico, forse, ma assolutamente lucido.

Attenti a ciò che desiderate

La trama si muove su binari di una linearità folgorante, quasi elementare. Il protagonista, Bear (interpretato da un magistralmente opaco Michael Johnston), è il ritratto sputato dell’incapacità affettiva della Gen Z: latente depressione, un lavoro in un negozio di strumenti musicali e un flacone di ossicodone nascosto male (così male da uccidergli la gatta, dettaglio cinico che ne tratteggia la sciatteria esistenziale).

Bear è innamorato di Nikki (Inde Navarrette, semplicemente eccezionale), amica d’infanzia che non osa approcciare. La svolta arriva da un bizzarro emporio e da un One Wish Willow, un legnetto dei desideri. Il voto è semplice: “Voglio che Nikki mi ami incommensurabilmente”.

E da che mondo è mondo, quando la magia esaudisce un desiderio umano, il prezzo da pagare non è mai in valuta corrente. E le cose, prevedibilmente, prendono una piega nerissima.

L’orrore della normalità e la lezione di David Robert Mitchell

Barker dimostra una maturità autoriale spiazzante. Laddove l’horror medio satura lo schermo di sangue e mostri digitali, Obsession gioca di sottrazione. I jumpscare si rivelano picchi organici di una narrazione geometrica, orchestrati con la stessa intelligenza geometrica che fu di David Robert Mitchell in It Follows.

A sostenere questa architettura dell’inquietudine c’è la colonna sonora volutamente invadente di Rock Burwell, capace di dialogare con lo spettatore, alternando repentine sferzate di un umorismo affilato (mai puramente consolatorio) a momenti di puro terrore psicologico. La luce si cristallizza negli occhi svuotati di Nikki, e il montaggio — firmato dallo stesso Barker — taglia il tempo con precisione chirurgica.

Il vero colpo di genio di Obsession, tuttavia, risiede nella sua natura anfibia. Sotto la superficie del thriller orrorifico pulsa il cuore di un profondo dramma generazionale. Barker imbastisce una spietata contro-lettura delle relazioni tossiche contemporanee. L’amore imposto dal sortilegio diventa metafora del controllo, della pretesa di possesso, svelando i confini di un legame coatto e velenoso. In definitiva, Obsession è uno specchio deformante che ci restituisce l’immagine esatta di ciò che siamo diventati. Un cult istantaneo, imperdibile e ferocemente lucido.

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