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123 Giugno 2026
Bioetica News Torino Giugno 2026

Il ritorno della Bioetica Globale L'ultimo libro di Giuseppe Zeppegno è l'occasione per fare il punto sulla disciplina, un percorso sull'oggi e il domani

Quale futuro ci aspetta? Questa domanda risuona da sempre nel cuore dell’uomo, ma oggi, con la rivoluzione tecnologica e l’avanzare delle intelligenze artificiali, diventa ancora più incalzante. La salute ed il benessere umano, animale e ambientale, si inseriscono così in un progetto più ampio di ecologia e sostenibilità planetaria. Si impone pertanto una riflessione che coinvolga ogni forma di sapere, sia scientifico che umanistico. In tale contesto, anche la Bioetica necessita di una rimodulazione che le permetta di stare “al passo con i tempi”. L’ultima pubblicazione di Giuseppe Zeppegno, Presidente del Centro Cattolico di Bioetica, è l’occasione per fare il punto sulla disciplina, attraverso un percorso che, partendo dalle origini si proietta sull’oggi e sul domani.

1. Professore, su cosa vuole richiamare l’attenzione “Il ritorno alla bioetica globale”? In altre parole, quali le priorità e le nuove sfide su cui riflettere?

La bioetica, nata come riflessione etica su tutto il fenomeno vita, ha ben presto concentrato il suo campo d’interesse unicamente all’ambito clinico. Viviamo però in un mondo fragile, segnato da shock globali: pandemie, crisi economiche, migrazioni imposte, terrorismo e crescente belligeranza. Siamo altresì vittime di una crisi ecologica senza precedenti, causata dalla sfrenata attività antropica, che sta cambiando radicalmente l’ecosistema terrestre provocando gravi conseguenze non solo per l’ambiente, ma anche per la vita umana, già segnata da preoccupanti emergenze sociali. Assistiamo anche ad un’accelerazione tecnologica che produce opportunità ma anche nuove forme di dominio e disuguaglianza. È quindi necessario che la disciplina esca dall’angusto orizzonte in cui si è arenata e assuma i dilemmi che vanno ben al di là delle pur importanti controversie biomediche che continuano ad avere tanta parte nel dibattito pubblico attuale senza approdare a conclusioni condivise. 

2. Si può pertanto ipotizzare un nuovo ruolo della Bioetica. Ma, in una società plurale e per certi versi liquida, si possono auspicare progetti morali condivisi e riaffermare il bene comune?

In una società plurale e, per molti aspetti, “liquida”, l’idea di progetti morali condivisi sembra spesso destinata a infrangersi contro la frammentazione delle visioni del mondo, l’indebolimento dei legami sociali e la diffidenza verso qualsiasi linguaggio normativo percepito come “impositivo”. Tuttavia, le criticità del nostro tempo rivelano che, piaccia o no, viviamo dentro un orizzonte comune. È su questo sfondo che si può ipotizzare un nuovo ruolo della bioetica. Non si auspica il ritorno a un’unica morale forte, omogenea e totalizzante. Urge, invece, superare le barriere geografiche, culturali e religiose, recupere l’intuizione originaria dei pionieri della disciplina e allargare gli orizzonti dell’operare per costruire una società pacifica e per garantire un futuro sostenibile per tutti. La bioetica, cioè, deve, con una più universale collaborazione e un’illuminate nuova progettualità, riconfermare l’impegno ad essere coscienza critica e strumento di discernimento atto a fornire strategie condivise per la cura dell’intero bio-regno e per la promozione della dignità di ogni persona. 

3. Mi rivolgo infine non solo al bioeticista, ma anche al sacerdote. I valori cristiani, veicolati dal Magistero e mediati da alcune correnti bioetiche quali il personalismo, possono ancora essere un faro, un punto di riferimento per un’umanità in apparenza così smarrita ed alla ricerca di senso?

La Chiesa può entrare nei processi di discernimento collettivo offrendo una visione dell’umano e della “casa comune” capace di incontrare anche chi non condivide la fede cristiana. Può così essere un alleato strategico della bioetica globale su almeno tre fronti. Il primo è quello dell’ecologia integrale, che segnala l’urgenza di superare un antropocentrismo “dispotico” e di tutelare i beni comuni planetari. Il secondo è il richiamo alla vulnerabilità non come stigma di alcuni, ma come condizione generale che chiede istituzioni più giuste, politiche lungimiranti e un’autentica cultura della cura estendibile ad ogni area del pianeta. Il terzo è dato dalla costruzione di una “grammatica etica planetaria”, cioè un terreno comune di valori e priorità da far maturare attraverso confronto serrato tra saperi, culture e tradizioni diverse. La Chiesa può così favorire mediazioni, alleanze e percorsi educativi atti ad aiutare la bioetica a tornare ad essere “generativa”, coscienza critica capace di orientare la tecnoscienza e la politica verso la tutela integrale della vita. E lo può fare con maggiore efficacia proprio quando sceglie la via del dialogo pubblico: suggerire, argomentare, costruire convergenze, senza rinunciare alla propria visione ma senza pretendere che diventi l’unica lingua possibile per la costruzione del bene comune.

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