61 Settembre 2019
Speciale Tutelare la salute nel mondo di domani: Una riflessione tra Sanità, Società ed Etica

Il Libro «Ibridazione: Politiche delle Cure e delle Culture» di Martelli P. (ed.)

La salute mentale e la sua preservazione sono tematiche che storicamente hanno sempre destato un forte interesse da parte degli studiosi di tutto il mondo; una buona condizione psichica, d’altra parte, è condizione imprescindibile per stabilire lo stato di salute globale di una persona.

Nelle condizioni migratorie, siano esse forzate o meno, i consueti riferimenti valoriali dell’individuo si perdono e la persona si trova costretta a fronteggiare un’urgenza di cambiamento a volte molto radicale, che coinvolge tutti i gli aspetti della vita quotidiana: dalla lingua agli usi e ai costumi, fino al suo stesso status sociale. La nostalgia del proprio Paese d’origine e le preoccupazioni che naturalmente nascono nel trovarsi a vivere in un altro Stato talora così diverso, contribuiscono alla costituzione di fenomeni di dislocazione culturale e ibridazione, trattati in modo approfondito nel libro Ibridazione: Politiche delle Cure e delle Culture, curato da Pompeo Martelli ed edito da Il Pensiero Scientifico Editore.
Il volume, che raccoglie gli interventi di otto esimi studiosi, tra cui antropologi ed educatori, intende fornire delucidazioni sui fattori che innescano il processo di ibridazione culturale e su quanto questi possano rivelarsi positivi, permettendo alla persona «di tollerare le frustrazioni, acquisire consapevolezza degli elementi di forza del suo carattere, costruire una narrazione positiva del proprio progetto migratorio». Quando ciò non avviene, sofferenza e delusione possono condurre a uno stato di rischio per la salute mentale.

Il libro si articola in sei capitoli. Il primo, scritto a tre mani da Vera Fusco, Francesca Gollo e Marco Salustri, prende in esame le pratiche museologiche per la salute mentale sulla base delle opere presentate alla mostra Cultural Dislocations and Hybridity. Politiche delle cure, politiche delle culture, esposte dal 10 novembre al 7 dicembre 2017 al Museo Laboratorio della Mente della ASL Roma 1. L’esposizione aveva lo scopo di coniugare il lavoro e l’esperienza della psichiatra e artista canadese Jaswant Guzder con le memorie e gli spazi del manicomio Santa Maria della Pietà di Roma. Scrivono gli Autori: «nel curare questa mostra abbiamo immaginato un allestimento che trovasse risonanza tra le opere di Jaswant Guzder e quelle del Museo Laboratorio della Mente arricchendone l’impianto narrativo e concettuale, in un dialogo continuo che raccontasse di tempi storici e realtà sociali differenti, dell’impegno al contrasto della sofferenza e della marginalità». La sofferenza e il senso di esclusione che hanno caratterizzato l’istituzione manicomiale trovano terreno d’incontro con l’esperienza traumatica vissuta dal migrante, che Guzder affronta nel suo percorso di psichiatra e artista. Scrivono più avanti Gollo, Fusco e Salustri: «Se il Museo si pone come testimonianza di un’esperienza storica di liberazione, una riflessione sulle pratiche cliniche e sul significato di salute, la pratica artistica di Jaswant Guzder indaga gli effetti più profondi che il fenomeno migratorio genera influenzando i processi sociali e culturali, i meccanismi della malattia e della cura».

Nel secondo capitolo è proprio Guzder a indagare sulle modalità di integrazione dell’asse culturale nella cura della salute mentale, ricordandoci come la moderna psichiatria venga arricchita dal dialogo culturale interdisciplinare: dalla medicina alle scienze sociali, dalla legge alle dimensioni spirituali.

Il terzo capitolo, curato da Roberto Beneduce, ci introduce al concetto di etnopsichiatria, termine che − secondo l’autore − ha generato spesso parecchi malintesi. Il problema maggiore era rappresentato da una particolare declinazione del termine, quella che si riferiva alla cura del migranti. Scrive Beneduce:  «L’etnopsichiatria della migrazione finita nel mirino delle critiche si caratterizzava in particolare per il proposito di prendere sul serio le epistemologie operanti in altre ontologie della persona, in altre narrazioni e rappresentazioni del male, in altre esperienze del corpo e della cura, non esitando a interrogare criticamente i modelli psicoanalitici dell’angoscia, del funzionamento psichico o del trauma». Tra i numerosi studi etnopsichiatrici presentato dall’Autore, particolare rilevanza assume la figura dello psicologo francese Tobie Nathan, le cui intuizioni teoriche e le riflessioni nate dal lavoro realizzato con tanti pazienti immigrati, volto a misurare con più precisione possibile la forza del loro senso di appartenenza alla loro nazione − dal punto di vista culturale, politico e familiare − hanno fornito le basi, negli anni, per la formazione di numerosi spunti di ricerca.

Il quarto capitolo, curato da Giovanni Pizza, riflette in modo più approfondito sull’opera pittorica di Jaswant Guzder, definita dall’Autore come «impegnata, leggera e inevitabile antropologia visiva»; impalpabili nel loro ipersensorialismo, le sue opere attingono magnificamente dall’esperienza per poi distaccarsene, «in una mimesi con il trauma che va oltre la narrazione […] Vi affiorano le tracce di una sofferenza insieme recondita e politica, individuale e sociale, personale e storica. Il dolore che ne sprigiona è al contempo intimo e pubblico, non è più ineffabile, ma è reso politico».

L’Autore del quinto capitolo è Dario Evola, Professore Ordinario di Estetica all’Accademia di Belle Arti di Roma, che pone invece il focus del suo intervento sull’estetica dell’ibridazione e sull’identità culturale, partendo dall’analisi dell’immagine pittorica tipicamente ottocentesca di Turner − in cui forti sono i richiami allo schiavismo dell’epoca, soprattutto alla tratta degli schiavi da una parte all’altra del mare − alla realtà contemporanea, caratterizzata da una globalizzazione imperante e da contatti sempre più ravvicinati tra culture anche molto distanti fra loro, nella quale l’esperienza estetica e l’esperienza artistica si connotano sempre più come fondanti l’esperienza soggettiva.

Il sesto e ultimo capitolo, scritto da Bianca Tosatti, storica dell’arte, denuncia la generale indifferenza della storia dell’arte ufficiale verso gli intrecci e le ibridazioni culturali che pure rappresentano il fondamento di ogni società. Scrive Tosatti: «soprattutto per quel che riguarda l’Italia è accertato che ciò che la cultura tramanda da molti anni (nei libri di testo, nei musei…) non è che una selezione delle creazioni del passato e del presente, un ristretto numero di opere che vengono proposte e interpretate dal pensiero dominante come la nervatura, l’ossatura della storia dell’arte, trascurando la totalità e perdendo la visione d’insieme: l’infinita produzione di pensiero viene ridotta a pochi oggetti, siano dipinti o scritti, dichiarati “i migliori” e tramandati in quanto tali».

Che vengano o meno considerate a livello artistico, è innegabile che il fenomeno dell’emigrazione di massa rappresenti la conditio sine qua non affinché possano crearsi nuove culture e forme di pensiero. Come scrive Pompeo Martelli nella prefazione di questo volume: «la nozione di ibridazione è ambigua perché si potrebbe sottintendere che esistono culture pure. Ma tutte le culture sono ibride, prodotti di stratificazioni e selezioni che hanno luogo come conseguenza di processi di incontro. Ibridazione […] è invece una nozione che serve a denotare, piuttosto che una qualità, una sostanza delle culture, un processo dinamico di incontro, trasmissione e scambio».


MARTELLI_ Ibridazione Pensiero Scientifico Editore cop 2019
MARTELLI P. (ed.)

Ibridazione

Politiche delle cure e delle culture

Collana «Saperi»
Il Pensiero Scientifico Editore, Roma 2019, pp.164
€ 20,00