Come acqua che scorre e irriga…così il dono

di Anna Maria Derossi e Maria Teresa Materia *
pubblicato il 4 dicembre 2012
Come acqua che scorre e irriga…così il dono

Se provassimo a chiudere gli occhi e ad associare alla parola “dono” un’immagine, probabilmente ciò che penseremmo più spontaneamente è un regalo, un fiore, i propri figli, le persone che si amano. Meno immediatamente facciamo l’uguaglianza: “Io uguale dono”, esprimendo così la consapevolezza che ciascuno di noi è dono; è dono di Dio, dono per l’altro.

Questa realtà così bella e così importante ci mette di fronte alla nostra creaturalità e getta le basi per un modo nuovo di porsi nei confronti di Dio, di noi stessi, del mondo. «Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario» (Benedetto XVI).

Troppe volte invece, schiacciati dall’ansia di prestazione, da attese che si trasformano in pretese, da relazioni a senso unico dimentichiamo che noi a priori siamo dono, noi siamo il frutto di un pensiero d’amore che prende carne e sangue ad immagine e somiglianza di Colui che ci ha creati ed è il donante e il donato nella logica trinitaria. Accogliersi, percepirsi, ascoltarsi come realtà donata illumina i nostri cuori di speranza.

Sappiamo che a prescindere c’è un Tu che ci ha a cuore, che ciascuno di noi è il dono che Dio fa a se stesso e di cui si prende cura in ogni istante. Ma Colui che ci accoglie come dono, si fa dono per noi nell’incarnazione di Cristo suo Figlio. Nella misura in cui anche noi ci apriamo all’altro e ci doniamo totalmente, sperimentiamo che diventiamo sempre più uomini perché esprimiamo la verità di noi stessi. Il dono indica quindi di per sé relazione, dice gratuità, dice accoglienza, prossimità, vicinanza, meraviglia, stupore, consolazione.

Ciascuno di noi è realtà donata che a sua volta si fa dono per l’altro. Lo aveva capito chiaramente san Giuseppe  Cottolengo per cui dire «Deo gratias» era il vedere ogni cosa con gli occhi di Dio, leggere i segni del Suo amore nella consapevolezza che ogni cosa, ogni avvenimento, ogni situazione è impregnata di un principio buono, da cui ne consegue non il buonismo, ma quella carità «Caritas Christi urget nos» che riconosce la dignità all’altro qualunque sia la condizione in cui esso si trovi.

 Riguardo alla virtù della Giustizia il servo di Dio si mostrava esattissimo a riferire interamente a Dio tutto il bene che ridondava nella Piccola Casa, o si faceva in essa, senza mai nulla attribuire a sé medesimo. Egli era solito a dir sempre, che la Divina Provvidenza aveva fatto questo o quello; raccomandava in ogni istante ai ricoverati di ringraziare la Divina Provvidenza; e per qualunque benefizio che ricevesse, egli era solito rispondere con quel motto Deo gratias, il quale motto gli era famigliare, e passò dopo di lui come in eredità nella Piccola Casa (Costamagna).2

Il Cottolengo ci insegna la riconoscenza verso Dio e verso i fratelli come disposizione fondamentale per costruire relazioni autentiche, aprendo il cuore alla verità. «Imparare di nuovo a dire grazie è un passo importante in un cammino spirituale, perché dice un atteggiamento, dice una propensione del cuore ed insieme la costruisce, e non è un dire solo a parole, ma con i fatti, con la vita, con la condivisione profonda e senza ombre» (Mazzuconi).3

Donarsi e donare diventano la possibilità concreta di esprimere la nostra gratitudine e riconoscenza restituendo all’altro ciò che noi stessi abbiamo ricevuto in dono. Nel linguaggio gestuale di una comunità di religiose audiolese, la parola “carità” è espressa proprio attraverso i gesti delle mani che partendo dal cuore si sovrappongono creando un movimento di apertura e di dono verso l’altro.

Ciò che noi doniamo è ciò che noi stessi abbiamo ricevuto. Nella vita quotidiana della Piccola Casa facciamo esperienza che nessuno è così povero da non poter donar nulla, perché ha comunque se stesso, la propria vita che diventa parola, chiamata, segno, e allo stesso tempo nessuno è così ricco da potersi dire autosufficiente, bastante a se stessa. Ecco il Natale; la Parola si è fatta carne ed è venuta ad abitare in mezzo a noi. Gesù, Sole che sorge dall’alto illumini le coscienze di ogni uomo, ravvivando il desiderio di Dio, Unica e Somma Verità in cui ritrovare se stessi e gli altri come fratelli per vivere la pienezza della nostra umanità.


Bibliografia

1 Benedetto  XVI, Omelia, 24 aprile 2005

2 Costamagna  G., PO, sess.179, in vol. 3910, f. 988

3 Mazzuconi D., «Spiritualità cottolenghina e laicato: pluralità e armonie tra stili di vita», in Spinti dalla carità di Cristo sulle orme di S. G. Cottolengo a 150 anni dalla morte. 1842-1992. Atti del Convegno, Torino 13-14-15 novembre 1992, Torino 1993, pp. 167-182

(*) Suor Anna Maria Derossi
Coordinatrice Corso di Laurea in Infermieristica, Facoltà di Medicina e Chirurgia «A. Gemelli», Università Cattolica «Sacro Cuore» – Torino
Responsabile S.C. Formazione e Qualità, Presidio Ospedale «Cottolengo» – Torino

Suor Maria Teresa Materia
Educatrice Professionale
Corso di Laurea in Infermieristica, Facoltà di Medicina e Chirurgia «A. Gemelli», Università Cattolica «Sacro Cuore» – Torino
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