65 Gennaio 2020
Bioetica News Torino Gennaio 2020

Antropologia tra scienza, filosofia e teologia: orizzonti a confronto

In breve

Di fronte al pluralismo di visioni riguardanti i diversi approcci antropologici si rende necessario un metodo. Seguiamo il criterio degli «orizzonti» di B. Lonergan («Il metodo in teologia»,, Città Nuova, Roma 2001, cap. X). Per l’Autore gli orizzonti sono «l’ambito dei nostri interessi e della nostra conoscenza; sono la fonte fertile di ulteriore conoscenza e interesse; ma sono anche i confini che limitano» (Ibid., p. 267). Ogni posizione è pertanto caratterizzata da un orizzonte. Misurando i diversi orizzonti antropologici in bioetica potremo verificare le ricadute in riferimento alla effettiva tutela della vita debole. Si conclude con il rapporto tra il rispetto della vita e società democratica.

«Orizzonti» e «Conversioni»:l’approccio di B. Lonergan Si rende necessario un metodo per analizzare le diverse visioni del significato della vita umana. Seguiamo l’approccio offerto da Bernard Lonergan (Il metodo in teologia, Città Nuova, Roma 2001).

I. Differenti «orizzonti»

[caption id="attachment_33169" align="alignleft" width="293"]FRANCO CIRAVEGNA BNT G. OLDANO 11 .01.2020 Prof. Franco CIRAVEGNA ©Bioetica News Torino[/caption] Le differenze tra orizzonti possono essere complementari, genetiche o dialettiche (cf. B. LONERGAN, cit., cap. X). Le differenze complementari di orizzonte derivano dalla limitatezza umana. La limitatezza rende necessaria la complementarietà; ma questa non vuol dire di per sé conflitto. Le differenze genetiche di orizzonte sono in relazione tra loro come fasi successive di un processo di sviluppo. Neanche esse di per sé portano al conflitto. Lo sviluppo come vero miglioramento è piuttosto raro. Infatti una vera innovazione è opera di un genio; inoltre il rispetto della tradizione richiede una certa umiltà; ma i geni sono rari; quelli umili ancora di più. Le differenze dialettiche di orizzonte sono descritte così da B. Lonergan: «La presenza o assenza di conversione intellettuale, morale e religiosa danno origine a orizzonti dialetticamente opposti. Mentre le differenze complementari o genetiche possono venire colmate, le differenze dialettiche comportano un vicendevole rifiuto». Le differenze dialettiche di orizzonte per essere superate domandano una conversione.

II. L’autotrascendenza e le tre conversioni

Lonergan afferma: «L’uomo arriva all’autenticità nell’autotrascendenza». L’autotrascendenza si coglie meglio nel contesto della conflittualità nella vita umana. Il conflitto di base prende origine dalla tensione tra i due mondi: processo di espansione del mondo del desiderio (senza limiti) e il restringersi progressivo del mondo dei limiti (cf. GS 10): [caption id="attachment_33050" align="alignleft" width="600"]Figura 1. Mondo del desiderio e dei limiti_ Antropologia CIRAVEGNA Figura 1. Mondo del desiderio e mondo dei limiti. L’autotrascendenza di B. Lonergan[/caption] Segue un paradosso che riguarda la libertà: una persona può esercitare la libertà se è pronta ad autolimitarsi. La tensione tra i due mondi non è da fuggire, ma da assumere nella prospettiva della decisione, del dono di sé. In questo contesto si riesce a vedere come l’autotrascendenza comporta una tensione tra l’io in quanto trascende e l’io in quanto è trasceso. Nel pensiero di Lonergan l’autotrascendenza umana ha tre forme fondamentali: Autotrascendenza verso la verità: corrisponde alla conversione intellettuale (realismo critico). Autotrascendenza verso i valori oggettivi: corrisponde alla conversione morale (si opta per il valore contro le soddisfazioni). Autotrascendenza verso Dio: corrisponde alla conversione religiosa (offre una speranza che rende sopportabile la tensione tra desiderio e limite).

III. La scelta non arbitraria tra orizzonti

Perché una differenza dialettica di orizzonte si può superare soltanto con una conversione? Perché in ciascuno dei tre settori fondamentali della vita − che corrispondono alle tre conversioni − ci vuole un principio, un punto di partenza, una cosa più ovvia di tutte; ma questa non si può dimostrare facendo riferimento a una cosa ancora più ovvia. Secondo Lonergan non si può dimostrare infatti un orizzonte: «You cannot prove a horizon» (The Philosophy of God and Theology, p. 41). Benché non si possa dimostrare un orizzonte, si possono paragonare orizzonti diversi. L’orizzonte più ampio sarà quello migliore rispetto a quello più limitato. Alcune immagini per suggerire l’idea: l’atleta ha un orizzonte migliore rispetto al pigro che non vuole allenarsi; il santo ha un orizzonte migliore rispetto ha chi non lotta molto contro le tentazioni; l’amico ha un orizzonte più ampio rispetto all’opportunista. Ciascuna delle tre conversioni rappresenta l’arrivo in un orizzonte più ampio. In questo senso Lonergan parla dell’uomo che arriva all’autenticità nell’autotrascendenza. Nelle parole di S. Giovanni della Croce l’uomo deve uscire dalla propria casa (La notte oscura). Però l’uomo è sempre tentato, proprio a causa della tensione tra desiderio e limite di farsi Dio, usurpando il ruolo centrale di Dio. L’unico modo fattibile di “farsi Dio” è restringere il mondo in cui la persona vive, creando un mondo così piccolo e ridotto che l’uomo possa sembrare Dio di questo micro-universo. Invece di uscire dalla propria casa, l’uomo vorrebbe identificare la sua casa con l’universo. Le tre conversioni si possono riesaminare sotto questo aspetto, cioè come allargamento dell’orizzonte della persona: a.  In riferimento alla conversione intellettuale. Il giudizio è subordinato a delle condizioni: non posso identificare la verità con ciò che mi piace, né con le mie impressioni, né con le mie idee fisse. b. In riferimento alla conversione morale: non posso identificare il bene con le mie soddisfazioni. Se sono centrato sulle mie soddisfazioni, perdo la possibilità di sacrificio, di conseguenza la possibilità di responsabilità verso gli altri e l’amicizia profonda. c. In riferimento alla conversione religiosa. Tocca questa domanda: chi è Dio? Io o un altro a cui devo arrendermi senza condizioni? Non è sufficiente scegliere se stessi come oggetto profondo dell’amore. Ripercorrendo sinteticamente il nostro itinerario: – Il bene umano ha delle parti qualitativamente diverse. – Una vita buona consisterà in una sintesi o composizione di beni parziali che corrisponde al bene integrale della persona. – Ci sono diversi modi possibili di fare tale sintesi che dipendono alle diverse visioni del bene integrale della persona, cioè da differenti approcci antropologici. – Adoperando l’analisi della dialettica offerta da Lonergan abbiamo visto qualcosa delle radici di tale diversità, in particolare a proposito delle differenze dialettiche di orizzonte. – Come passo verso il superamento delle differenze dialettiche di orizzonte si è suggerita la possibilità di paragonare orizzonti diversi per scoprire il migliore.

Bioetiche a confronto: quali garanzie per la tutela della vita debole?

Individueremo lo sviluppo di alcuni approcci in Bioetica con attenzione alla loro risonanza sociale. Alla luce del metodo di Lonergan confronteremo i diversi orizzonti esplicitati, verificando quale è in grado di tutelare effettivamente la vita debole.

I. L’utilitarismo sociale

È una concezione empiristico-sensista che pone una priorità del sentimento, della sensazione, dell’istinto, più che della ragione. Ciò che è decisivo, sul piano dell’agire, non è tanto la capacità di ragionare, quanto quella di provare piacere e dolore. Ricordiamo alcuni autori che fanno proprio questo approccio: P. Singer e M. Tooley. Il primo Autore sostiene che alcuni esseri appartenenti a specie diversa dalla nostra sono persone, invece altri esseri umani non lo sono; nessuna valutazione oggettiva si può attribuire alla vita di esseri umani che non sono persone1. Il secondo Autore afferma che un organismo possiede un serio diritto alla vita solo se possiede il “concetto di sé” come soggetto2. L’utilitarismo sociale propone due principi in Bioetica: – L’uguale considerazione degli interessi; – La massimizzazione del piacere e la minimizzazione del dolore per il maggior numero di individui. Il primo principio suppone la sensitività, cioè almeno il possesso della capacità neuro-fisiologica. Il principio si estende “biocentricamente” oltre i confini dell’umano includendo anche gli animali in quanto appunto senzienti, restringendosi però rispetto ad alcuni esseri umani non senzienti: zigoti, embrioni, feti, individui in stato di ipnosi, individui con gravi lesioni cerebrali. Il secondo principio riguarda la massimizzazione del piacere e la minimizzazione del dolore per il maggior numero di individui senzienti. Si evidenzia la debolezza dello statuto morale e giuridico riconosciuto ai soggetti senzienti: rispetto e tutela sono garantiti solo nella misura in cui il soggetto abbia una esperienza di vita più piacevole che spiacevole. L’orizzonte dell’utilitarismo sociale porta a giustificare la sperimentazione su embrioni umani (non senzienti), l’uso di tecniche di fecondazione artificiale, l’aborto nel caso di gravi malformazioni del feto, l’eutanasia senza consenso.
Alcune osservazioni
Il piacere e il dolore non sono accertabili in quanto la semplice rilevazione della reattività del sistema nervoso centrale non prova l’esistenza di stati di coscienza. È anche problematico l’allineamento delle sensazioni del piacere e del dolore, umane e non umane, essendo per l’uomo impossibile uscire dalle proprie categorie conoscitive antropologiche. Come già notato all’inizio, dall’”io” al “noi”, non si passa così facilmente: un dolore che a noi pare insopportabile può diventare per l’altro una ragione di vita.

II. Il neocontrattualismo

Si allarga il soggettivismo in una prospettiva intersoggettiva3. Secondo il neocontrattualismo non esiste una verità oggettiva comune; si pensa a due livelli della morale: – il livello dell’elaborazione di specifiche concezioni sul bene e sul male create e pattuite nel contesto di “comunità morali”; – il livello formale dell’ “accordo libero” tra le comunità morali. Il neocontrattualismo conosce due principi: – il principio di autonomia (o del permesso); – il principio di beneficenza. Il neocontrattualismo legittima in Bioetica gli interventi sperimentali, non terapeutici, su zigoti ed embrioni umani, qualsiasi tecnica di fecondazione artificiale, l’aborto e, in linea di principio, l’infanticidio, nella logica del primato del soggetto autonomo. È inoltre considerata lecita l’eutanasia con o senza consenso.
Alcune osservazioni
Se la comunità morale si fonda sull’accordo degli agenti morali, esso non è riconducibile ad una semplice procedura formale, convenzionale e pragmatica. L’accordo, per essere pensato e pattuito presuppone il dialogo tra i contraenti; ma il dialogo annulla l’estraneità tra i contraenti. L’accordo presuppone anche il valore della convivenza pacifica rispetto al disvalore della violenza. Ma tale prospettiva di pensiero risulta intollerante quando autonomie opposte fossero in conflitto. La morale dell’autonomia non è un’etica formale procedurale, con intenzioni neutrali; al contrario indica una precisa presa di posizione: l’opzione per il soggettivismo nella forma dell’intersoggettivismo etico.

III. Il personalismo ontologicamente fondato

Il personalismo ontologico sottolinea la rilevanza del concetto di persona in senso classico, nell’ambito delle questioni bioetiche: «persona est individua substantia rationalis naturae». La tesi centrale della bioetica personalista è individuabile nell’affermazione dell’identità tra persona ed essere umano. Tale tesi è giustificata mediante il richiamo alla sostanzialità individuale riferita all’umano, in opposizione all’empirismo e al funzionalismo. La proprietà, le funzioni, le azioni ineriscono alla sostanza individuale che le sostiene, unificandole sincronicamente e permanendo diacronicamente alla loro mutevolezza; la sostanza è pertanto la condizione ontologica reale della presenza o dell’esercizio attuale di determinare capacità e comportamenti4. Se inteso in senso sostanziale individuale, l’essere umano è caratterizzato dalla razionalità che lo distingue ontologicamente dagli altri esseri viventi, ma per “natura”, cioè per il semplice fatto di esistere. In tal senso il possesso della ragione appartiene costitutivamente all’essere dell’uomo a prescindere dall’accertamento del raggiungimento di una certa fase di sviluppo. La definizione ontologica di persona consente pertanto di applicare il concetto a tutte le fasi della vita umana, dal concepimento alla morte cerebrale totale: l’essere umano è persona in virtù della sua natura razionale, non “diventa” persona o “cessa” di essere persona in forza del possesso attuale o della perdita di certe proprietà. La natura stessa, in prospettiva finalistica, ha una valenza normativa: la vita umana va difesa in quanto espressione di una vita personale dinamicamente protesa alla manifestazione di sé. Tale approccio può essere collocato nella prospettiva autotrascendente del donare se stessi. Il personalismo ontologicamente fondato, senza negare la capacità di scelta in cui consiste il destino e il dramma della persona, intende affermare uno statuto oggettivo ed essenziale della persona. Essa è innanzitutto un corpo spiritualizzato, uno spirito incarnato, che vale per quello che è e non soltanto per le scelte che fa. Anzi, in ogni scelta, la persona impegna ciò che è. Volendo trarre, sul piano della Bioetica, delle conseguenze da questa visione personalista dell’uomo, possiamo sintetizzarle in queste istanze: – il valore personalista della corporeità; – il principio della difesa della vita fisica come valore fondamentale; – il principio di totalità; – il principio di libertà e responsabilità; – il principio di socialità; – il principio di solidarietà; – il principio di sussidiarietà. Per scegliere in modo corretto tra approcci diversi, abbiamo bisogno di un metodo. In particolare, si sente l’esigenza di fare chiarezza sulle radici delle diversità di impostazione in Bioetica per poter meglio dialogare e discernere. L’approccio di Lonergan sembra rispondere a questo obiettivo.

IV. Tutela della vita debole: orizzonti a confronto

Seguendo la nostra metodologia paragoniamo gli orizzonti, valutando quale è in grado di tutelare effettivamente la vita debole. a. Orizzonte del “vantaggio” È proprio dell’utilitarismo sociale: tutto ciò che è vantaggioso è buono; ma il vantaggio è dato dalla massimizzazione del piacere e dalla minimizzazione del dolore. Per chi è questo vantaggio? Solo per le persone che hanno già dei vantaggi; non è certo per l’embrione umano, per il feto, per il sofferente, per il malato terminale. b. Orizzonte del “monologo” È proprio della prospettiva contrattualista. L’accordo garantito dal neocontrattualismo è tra i soggetti più forti; ma se esiste un dialogo, dovrebbe essere fra tutti i soggetti; ciò non accade. In nome di un dialogo si giunge al monologo: i forti sono autoreferenti e non accettano interferenze da parte dei soggetti deboli che di fatto non sono ammessi al tavolo delle trattative. c. Orizzonte “autotrascendente” È proprio dell’approccio personalista, soprattutto quello ontologicamente fondato. L’orizzonte che è indicato non è riduttivo; è più ampio perché suppone le tre conversioni descritte da Lonergan, a partire da quella intellettuale. Quando il soggetto è aperto al conoscere secondo il realismo critico e sceglie i valori anziché le soddisfazioni, scopre il senso del donarsi. In questa disponibilità fondamentale di apertura propria dell’autotrascendenza non ci sono limiti al riconoscimento dell’Altro come Tu divino e dell’altro come tu umano, qualunque sia la sua condizione.

V. Bioetica e democrazia

Qual è il rapporto tra rispetto della vita e società democratica? Una democrazia che non pone più alla sua base il comandamento «Non uccidere» può ancora dirsi un ordinamento giusto della società? Non è forse entrata in contraddizione con se stessa? Gli orizzonti esaminati, diversi dal personalismo cristiano, pongono esattamente questo problema sociale. Ciò che caratterizza una società democratica non è la possibilità di esprimere liberamente qualsiasi opinione e di confrontarla con l’opinione degli altri, affinché da tale confronto emerga quella sostenuta dalla maggioranza dei cittadini. Questo aspetto è certamente importante, ma non è tutto. Vi è qualcosa che definisce la sostanza della democrazia in modo molto più adeguato: la volontà precisa di rispettare ogni uomo senza distinzione. Il libero dibattito delle opinioni, secondo le regole democratiche della maggioranza e della minoranza, può svilupparsi senza pericoli unicamente quando viene preliminarmente riconosciuto il primordiale diritto alla vita di tutti e di ciascuno. Quando una società pone in questione tale fondamento si giunge alla perversione della sua natura democratica. La verifica sulla effettiva tutela della vita debole, secondo gli orizzonti considerati, ci rende attenti nel valutare la natura democratica di ogni società.

Conclusione

Nell’orizzonte del personalismo ontologicamente fondato la vita ed il suo senso è compreso come donarsi, avendone cura, per amore: dal concepimento, alla vita sana, a quella sofferente e morente; in qualsiasi situazione di vita si può fare di essa un dono d’amore: non c’è orizzonte più grande di questo. L’antropologia personalista continua a tenerlo aperto, soprattutto nelle questioni che interpellano la Bioetica.
Note
1.  Cf. P. Singer, Etica Pratica, Liguori, Napoli 1989, p. 102 2. Cf. M. Tooley, Abortion and Infanticide, Clarendon Press, Oxford 1983, pp. 25-55 3. H.T. Engelhardt, Manuale di bioetica, Il Saggiatore, Milano 19992 4. Cf. E. Sgreccia, Manuale di Bioetica, vol. I, Vita e Pensiero 20074

Bibliografia
ENGELHARDT H.T., Manuale di bioetica, Il Saggiatore, Milano 19992 LONERGAN B., Il metodo in teologia, Città Nuova, Roma 2001 P. SINGER, Etica pratica, Liguori, Napoli 1989 E. SGRECCIA, Manuale di Bioetica, vol. I, Vita e Pensiero, Milano 20074.
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