70 Luglio Agosto 2020
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Il DDL Zan sulla omotransfobia. Il vuoto legislativo? Lo colmiamo con l’educazione

Dopo circa un anno di silenzio o per lo meno di apparente tranquillità circa le diatribe sulle coppie di fatto, i diritti dei gay e la questione gender, ecco in questi giorni riaffiorare l’annosa questione scatenata questa volta dalla discussione presso la Commissione Giustizia della Camera di cinque disegni di legge (ddl che portano la firma di alcuni parlamentari tra i quali Zan, Boldrini, Scalfarotto, Perantoni e Bartolozzi), quali modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del Codice Penale e altre disposizioni in materia di contrasto alla violenza e alla discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere, nonché l’istituzione di centri antiviolenza e della Giornata nazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia.

Cosa prevedono gli articoli?

Quindi, agli articoli di legge in materia di violenza e discriminazione razziale, etnica, nazionale e religiosa sopra citati, vi è la proposta di aggiungere l’aggravante della discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, definendo le sanzioni per il reato di omofobia e di transomofobia. Inoltre, il disegno di legge prevede l’istituzione della giornata nazionale contro l’omo-lesbo-bi-transfobia, che sarà fissata il 17 maggio, non considerabile giorno festivo, ma che prevederà cerimonie, incontri e iniziative scolastiche per il contrasto alle forme di violenza e discriminazione. Nel ddl Zan, poi, si passa alla prevenzione e al contrasto dell’omotransfobia con un incremento di 4 milioni di euro del fondo delle politiche per le pari opportunità, al fine di istituire un programma per la realizzazione di consultori su tutto il territorio nazionale, al fine di garantire un supporto legale, sanitario, psicologico e di mediazione sociale alle vittime di violenza omotransfobica e a tutti coloro ritenuti vulnerabili a causa del proprio orientamento sessuale. Se la legge dovesse essere approvata, le persone LGBT verranno dunque considerate soggetti vulnerabili e l’ISTAT realizzerà con cadenza almeno triennale delle indagini sui fenomeni legati all’omotransfobia, misurando le discriminazioni e le violenze, oltre che studiare le caratteristiche dei soggetti a rischio.

Per i Vescovi cattolici «Confusione normativa» con rischio di aprire a «derive liberticide»

Obiettivo più che condivisibile visto che, come afferma Papa Francesco in Amoris laetitia (n. 250), «nessuna persona dev’essere discriminata sulla base al proprio orientamento sessuale». Ma, come spiegano i vescovi della Presidenza della Cei, c’è il rischio concreto che queste proposte si traducano in una confusione normativa e nella possibilità di nuove discriminazioni verso coloro che esprimono un diverso pensiero in materia.

La Presidenza della Cei, infatti, a fronte di questi nuovi disegni di legge, il 10 giugno 2020 ha prontamente commentato affermando che «esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio», e inoltre ha evidenziato che la certezza che ogni cittadino sia già tutelato dalla legge italiana

porta a guardare con preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la Commissione Giustizia della Camera dei deputati contro i reati di omotransfobia […] e un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide.

La Cei, inoltre, ha sottolineato che «le discriminazioni, comprese quelle basate sull’orientamento sessuale, costituiscono una violazione della dignità umana, che, in quanto tale, deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni. Trattamenti pregiudizievoli, minacce, aggressioni, lesioni, atti di bullismo, stalking… sono altrettante forme di attentato alla sacralità della vita umana e vanno perciò contrastate senza mezzi termini».

La Presidenza della Cei ha esplicitato la propria preoccupazione circa le possibili conseguenze di tale legge:

Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma, e non la duplicazione della stessa figura, significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso. Crediamo fermamente che, oltre ad applicare in maniera oculata le disposizioni già in vigore, si debba innanzitutto promuovere l’impegno educativo nella direzione di una seria prevenzione, che contribuisca a scongiurare e contrastare ogni offesa alla persona. Su questo non servono polemiche o scomuniche reciproche, ma disponibilità a un confronto autentico e intellettualmente onesto».

La nota dei Vescovi si conclude con l’auspicio di un dialogo costruttivo all’insegna della libertà, da cui trarranno beneficio tanto il rispetto della persona quanto la democrazia. #Restiamoliberi è lo slogan scelto in questi giorni da diversi gruppi cristiani (Family Day, Pro Vita & Famiglia, Sentinelle in piedi, Alleanza Cattolica e molte altre sigle del mondo pro life pro family), che stanno esternando la loro inquietudine e il loro dissenso contro il ddl Zan, testo che istituisce un nuovo reato, quello di “omofobia” appunto, che non viene definito nello specifico dal legislatore, lasciando così enormi spazi a interpretazioni da parte della magistratura.

Una diversa interpretazione: le opinioni critiche sull’omosessualità non sono punite

A tal proposito, è interessante la posizione di un gruppo di omosessuali cristiani di Torino, che in una lettera pubblicata su «La Voce e il Tempo» (21/6/2020), sottolinea la non veridicità che una legge contro l’omofobia possa colpire la libertà personale di espressione, in quanto nessuno dei cinque testi di legge prevede la punizione di opinioni critiche sull’omosessualità. Difatti, continua la lettera, è netta la condanna della violenza, delle discriminazioni, della diffamazione (cosa ben diversa dalla critica!) e dell’istigazione a delinquere. Il tema delle diverse visioni e opinioni è, quindi, del tutto fuori questione: chi vorrà continuare a esprimere tesi critiche sull’omosessualità, potrà farlo serenamente, in quanto ciò che interessa a chi chiede una legge contro l’omofobia è di porre fine a offese e violenze basate sul pregiudizio verso determinate persone. 

Il rispetto è dato piuttosto da educazione, formazione delle coscienze

In questi giorni i diversi schieramenti politici stanno lavorando per stendere un testo definitivo che sia il più possibile condiviso. Al di là degli schieramenti e delle posizioni opposte, credo che il fatidico “vuoto” legislativo spesso citato dalle parti, sia segno di un‘urgenza attuale, non politica, né religiosa, tanto meno ideologica, bensì educativa. La tendenza in politica, così come nella morale, di occuparsi delle questioni più urgenti e scottanti legate alla questione dell’omosessualità o al gender o al transessualismo, finisce per proporre delle soluzioni di compromesso o di accomodamento che non vanno, però, alla radice del problema. Inoltre, si rischia di produrre dei contro-effetti, primo tra tutti l’arroccarsi sulle proprie posizioni provocando il conflitto.

Solo l’educazione delle persone, la formazione delle coscienze e dei cuori possono portare frutto per il rispetto di ogni persona umana la cui dignità è unica e inviolabile. Tutti i giovani desiderano imparare a distinguere ciò che li conduce al bene e alla realizzazione di sé. L’immenso compito educativo della famiglia, della scuola e di altre istituzioni, consiste nell’insegnare a vedere gli altri con gli occhi dell’amore, ad accogliere e a non giudicare, a rispettare la vita e le opinioni altrui, ma rimettendo se necessario le persone che incontriamo davanti alla loro coscienza, davanti alle loro scelte, svegliando la sete di verità.

Questo significa insegnare ad avere coraggio anche di dire di no. Il facile consenso spesso decide al posto nostro le norme della vita sociale e finisce per dirigere le nostre idee. Occorre, poi, insegnare a dialogare, ad ascoltare l’altro e ad aprirsi all’altro. Occorre superare l’ignoranza, perché solo se conosco chi sta di fronte a me posso interagire e confrontarmi senza pregiudizi né paura della diversità.

Ecco perché il problema non sta nel vuoto presunto o meno legislativo, bensì nel vuoto educativo. Insegnare ad accogliere tutte le forme di diversità, vedere in ogni individuo la sua unicità e originalità, significa arrivare a non aver bisogno di cercare sempre nuove norme che regolino la convivenza sociale