70 Luglio Agosto 2020
Speciale Società e sanità: Tra la solitudine degli operatori sanitari e la solitudine dei malati

«Isole di solitudine…. che aspettano un po’ di speranza» Un saluto del Vice Presidente nazionale AMCI

Il tema della solitudine del medico e dell’ammalato è purtroppo un tema che troviamo spesso lungo il nostro cammino professionale e che ci angoscia da tempo, ma di recente è di ancor più drammatica attualità: per noi medici, ma anche e soprattutto per gli ammalati di Covid-19. Sì perché questa drammatica pandemia ha creato, ineludibilmente, nuove forme di solitudine e di povertà, inasprendo le condizioni preesistenti, già di per sé, molto gravose. 

Per noi medici, nel corso della nostra vita professionale, capita (non di rado) di sentirci soli, per qualche decisione clinica, o per come gestire alcune situazioni gravi o delicate per i nostri pazienti. O per come relazionarci, non solo con i pazienti, ma anche con le famiglie, con i colleghi ed i vari operatori sanitari. Ma dobbiamo, soprattutto, considerare la solitudine dell’ammalato, spesso impreparato a combattere contro una grave malattia, ma anche contro lindifferenza della nostra società, che si culla spesso nell’effimera illusione che la malattia, il dolore − e ancor più la morte − siano ombre che toccano solo la vita degli altri e mai la nostra.                 

E qui mi sia consentita la citazione di Mons. Enrico Masseroni, già Arcivescovo di Vercelli e scomparso alcuni mesi fa che, nel suo decalogo per la sanità, affermava: «Questa società sta sotto il mito della salute, il mito della seconda età o dell’eterna giovinezza, rischiando di creare emarginazioni, dimenticanze e solitudini.»

Ed in un altro suo scritto, lo stesso Masseroni sottolineava che

L’ombra del Getsemani […] come sul volto di Gesù scende opprimente sul volto del sofferente aggredito dal male che non perdona. Il Getsemani recide rapporti ed amicizie. Pure accanto a noi ci sono isole di solitudine, persone sotto la croce, sole, malate, disperate che aspettano l’angelo del conforto, per restituire, talora, un po’ di voglia di vivere, un po’ di speranza. C’è bisogno di amore gratuito per vincere la cultura della solitudine, del pensare a se stessi.

Sì perché, di fronte alla sentenza di una grave malattia, spesso ci si sente più fragili e vulnerabili, a volte addirittura disperati, e molti ammalati non riuscirebbero a sopportare le loro fatiche e sofferenze senza l’aiuto della fede.  Anche perché, lo sappiamo bene, con la fede siamo tutti meno soli: gli ammalati… ma anche noi medici. E così possiamo combattere e vincere tutte le nostre paure ed angosce, ma solo insieme; solo tenendoci per mano e uniti. Sì, cari amici, uniti nella fede in Gesù, che ci rende fratelli nello spezzare lo stesso pane.

Il tema proposto oggi è alquanto stimolante e ci stimola a fare molte considerazioni, ma non voglio rubare altro tempo e quindi ringrazio ancora Sua Eccellenza monsignor Mario Delpini per la sua straordinaria Lettera al medico, «Stimato e caro Dottore…» (Centro Ambrosiano, 2019) , in cui esprime (e ci conferma) tutto il sostegno e l’amorevole vicinanza Sua personale, ma anche di tutta la Chiesa, per noi medici; e che, proprio grazie a questo Suo messaggio, ci sentiremo meno soli.  E con Lui ringrazio di cuore, anche a nome di tutta la Presidenza Nazionale, tutti gli amici e colleghi dell’Ordine dei Medici e della Sezione Amci di Milano, dal Presidente Cozzi, all’Assistente Aramini, con Anzani, Vismara, con tutti i vari dirigenti ed iscritti.

Per cui, in conclusione, mi permetto di proporre ai vari relatori di oggi un quesito:

Al giorno d’oggi quali sono i doveri ed i limiti del medico, ma anche i suoi problemi ed angosce, nell’affrontare un malato gravemente sofferente? Come può aiutarlo a superare le paure, le sofferenze e la sua sensazione di solitudine?


Non so se  in questo Convegno (come, del resto in tutti i Convegni), riusciremo a dare delle risposte esaustive, ma almeno ci poniamo il problema, cercando di reagire a questi cruciali problemi ed interrogativi esistenziali. E, credetemi… non è poco!