Ancora pochi giorni per iscriversi al Master di Bioetica. Scopri i dettagli
70 Luglio Agosto 2020
Speciale Società e sanità: Tra la solitudine degli operatori sanitari e la solitudine dei malati

La vocazione speciale del medico: la “sollecitudine divina” verso l’uomo

Dio crea la vita e con la sua immanenza ne garantisce anche spiritualmente e fisicamente la sua tutela e il mantenimento. La riflessione sul rapporto che da sempre si svolge tra il medico e il sofferente, anche nei lunghi periodi di oscurità di una Medicina dotata di scarsi strumenti a causa delle poche conoscenze, porta a considerarlo come la metafora terrena del rapporto di Dio con l’uomo, pur con le ristrettezze che caratterizzano i limiti della natura umana. 

Infatti, l’azione del medico, in quanto rivolta alla tutela della vita umana e alla cura degli eventi patologici allo scopo di ristabilire lo stato di salute, riflette in qualche modo la sollecitudine divina verso l’uomo. Assistere è una vocazione speciale del medico, come indica l’espressione originaria latina adsistere, che letteralmente significa “stare accanto”’. 

Da sempre nell’azione del medico, in tutti i tempi, è insita l’ancestrale inclinazione di “prendersi cura’”, “compatire” «…come segno di quella compagnia ineliminabile che l’uomo è destinato a farsi, a dispetto di tutte le sue meschinità», come spiega il medico e artista Giorgio Bordin, nell’introduzione al suo libro Curare e Guarire. La Malattia nell’Arte Pittorica Occidentale. In questo atteggiamento del medico verso chi a lui si rivolge è inscritta la presenza di Cristo, come insegna Gesù nella parabola del buon samaritano.

Quali solitudini, del medico e del paziente, ieri e oggi? E con la pandemia da Covid-19?

Nessuno, più del medico, attraverso i sofferenti che a lui ricorrono, ha l’opportunità di scrutare il mondo interiore dell’umano, di conoscerne gli aspetti comportamentali, le emozioni, le ansie, le fragilità, le paure, anche se più o meno mascherate o compensate. In sostanza di percepirne la dimensione psicologica e spirituale, che, pur variando fra i diversi soggetti, rivela denominatori di somiglianza fra loro.

Tuttavia, in questa indagine, soprattutto nel passato, e fino alle soglie della modernità, il medico, come conseguenza del diritto di supremazia che vantava su chi a lui ricorreva, si è trovato ad affrontare le sue rivelazioni umane senza valutarne in profondità il vissuto e dunque rimanendo in una condizione di sostanziale isolato distacco rispetto al paziente e il cui riflesso psicologico procurava uno stato di assoluta solitudine.
Quanto al paziente, questi, ancora più del medico, a causa della posizione subalterna nei suoi confronti, trovandosi in una condizione di totale dipendenza, ha provato anch’egli, per un lungo periodo storico, uno stato di disagio e imbarazzo che, proprio nel rivelargli segretamente se stesso, contribuiva a generare anche in lui il dramma spirituale della solitudine. 

Di fatto, per lunghi secoli, ha dominato un principio di assoluta superiorità del medico e una tacita accettazione delle sue iniziative e decisioni da parte del paziente; rapporto per il quale ben si è adattata la definizione di Medicina paternalistica, che stava a indicare il potere assoluto del medico nel rapporto con il paziente. Si è generato così un tipo di solitudine che non è la solitudine con se stessi, e neppure la solitudine come conseguenza della privazione degli altri, come è tragicamente avvenuto in questa drammatica pandemia, a causa della quale medici e ammalati hanno vissuto, e ancora vivono, una condizione di solitudine profonda e di isolamento dal resto del contesto umano. Questi sono i due tipi di solitudine prospettati nello schema del professor Carlo Cazzullo, uno dei padri della psichiatria italiana. Si tratta invece di un ulteriore e diverso tipo di solitudine: una solitudine che si crea reciprocamente tra i due componenti medico e paziente, per mancanza di comunicazione tra loro.

La solitudine con se stessi, è quella condizione che consente di porsi il problema del senso della vita, favorendo molte riflessioni, sostiene l’emerito Psichiatra professor Enrico Smeraldi. Il medico ne è coinvolto nell’ambito della sua azione, in relazione alle decisioni delicate, quando non addirittura vitali per la vita altrui. E la fatica eccessiva dovuta a un impegno quotidiano intenso sia in senso quantitativo sia per la stressante difficoltà delle decisioni che il medico deve assumere con il carico di una responsabilità che molto spesso si deve sobbarcare in una condizione di completa solitudine con se stesso. E il protrarsi di questa situazione genera uno stato di esaurimento nella vita professionale del medico, oggi conosciuto come fenomeno di burnout segnalato, in particolare, nella letteratura statunitense e che secondo uno studio della Mayo Clinic colpirebbe il 50% dei medici americani.

Ma il rapporto tra il medico e il paziente che a lui si rivolge, ha subìto nel tempo un lungo  e profondo processo evolutivo, legato sia al progresso delle conoscenze nel campo della biomedicina sia a un più equilibrato rapporto etico-giuridico tra i due agonisti. Lo sviluppo di tale processo, da un lato ha offerto al medico, grazie al progressivo miglioramento delle conoscenze tecniche, una maggiore efficacia della propria azione, dall’altro lato il miglioramento del livello culturale collettivo, ha consentito a ciascuno di raggiungere un grado di consapevolezza più elevato, che permette di inserirsi nell’azione del medico con una più attiva e responsabile partecipazione. Infatti, come ricorda Benedetto XVI  «il malato vuole essere guardato con benevolenza, non solo esaminato; vuole essere ascoltato, non solo sottoposto a diagnosi sofisticate; vuole percepire con sicurezza di essere nella mente e nel cuore del medico che lo cura» (Udienza ai partecipanti a un Congresso di Chirurgia, ottobre 2008).

La burocrazia sottrae tempo alla relazione medico-paziente

La conseguenza di questa bilaterale trasformazione del rapporto tra le due entità ha prodotto un più equilibrato e partecipato rapporto da parte di entrambi: il medico ha migliorato la sua cultura tecnica, il paziente ha elevato la sua capacità di comprensione dei problemi legati alla sua salute. Ne è scaturito un rapporto assai più dialogico e narrativo tra le due componenti, che ha favorito un più profondo e reciproco scambio di percezioni con il risultato di ridurre le distanze e quindi lo stato di isolamento di ciascuno nei confronti dell’altro. Questa evoluzione del rapporto del medico con il paziente ha dunque instaurato un legame di intesa assai più intimo e profondo. Ma lo sviluppo della medicina moderna ha creato anche una serie di ostacoli burocratici tali da imporre al medico regole che tendono a limitare questo scambio di umani significati costringendolo ad adempiere compiti formali, a soddisfare, come ricorda il professore Alfredo Anzani  (Convegno Amci – sezione di Milano, Solitudine del Medico, solitudine del Malato, 1 febbraio 2020, Milano), procedure amministrative, a compilare la cartella clinica elettronica.

Quanto più il medico saprà superare questi elementi di distrazione nel suo percorso professionale, tanto più riuscirà a mantenere e a perfezionare sempre di più gli scambi psicologici e spirituali con chi lo cercherà per migliorare non solo il proprio stato di salute, ma anche il suo rapporto con se stesso.

© Bioetica News Torino, Luglio 2020 - Riproduzione Vietata