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76 Febbraio 2021
Inserto Cure palliative in tempo di pandemia

Riflessioni dagli incontri “Amci e Spiritualità” di Torino

Fratelli Tutti

Nella prima serata organizzata dall’Amci di Torino incentrata sull’enciclica Fratelli tutti la relazione principale è stata affidata a padre Luciano Manicardi, priore della Comunità di Bose, di cui ricordo ancora anche la bellissima relazione ai Medici Cattolici del Piemonte “Stare accanto al sofferente”, organizzata da Bruno D’Angeli il 20 ottobre 2018 a Bose, e in cui ci aveva parlato, in particolare, di vulnerabilità, come indicatore dell’umano, dignità umana, cura e resilienza, tema quest’ultimo che in questi tempi di pandemia, ricorre molto spesso e con drammatica attualità.

Ed ora tre brevi considerazioni riguardo all’Enciclica Fratelli tutti:

Assisi

Chi va ad Assisi incontra san Francesco e con lui la vera fraternità. E Papa Bergolio proprio per questo ha scelto il nome di Francesco, in quanto ha voluto fondare il suo pontificato su pace, rispetto del creato e fraternità ed ha infine firmato ufficialmente il 3 ottobre scorso la sua ultima enciclica Fratelli tutti proprio ad Assisi.

Come ha sottolineato padre Enzo Fortunato:

Eravamo abituati alle foto di rito in cui il Papa siglava l’Enciclica su un tavolo di legno con accanto il cerimoniale della Santa Sede. Questa volta ci siamo trovati con il Papa che guarda san Francesco e firma la sua terza Enciclica su un “tavolo di roccia”, facendo diventare Assisi “altare e cattedra di pace”, come la definì Giovanni Paolo II

Anche noi, Medici Cattolici, abbiamo incontrato San Francesco, proprio pochi giorni dopo. Ed infatti ci siamo ritrovati ad Assisi dal 15 al 18 ottobre, in occasione del Ritiro spirituale nazionale, guidato dal nostro Assistente nazionale Cardinale Edoardo Menichelli. E, nell’occasione, abbiamo avuto anche la possibilità di pregare davanti a Carlo Acutis, esposto alla venerazione dei fedeli, e che era stato proclamato Beato dalla Chiesa, sempre ad Assisi il 10 ottobre e quindi solo pochi giorni prima del nostro Ritiro.

Chiara Lubich

Ricordo poi che ricorre il centenario della nascita di Chiara Lubich; lo ha anche ricordato la Rai con il recente film biografico, in cui si sottolineavano alcuni aspetti significativi del suo carisma. Un carisma che si fonda proprio sulla fraternità universale!

Per cui ci sono, evidentemente, degli stretti legami tra  l’Encilica Fratelli Tutti e  Chiara Lubich; basti pensare a tutto quello che Lei ha scritto, che ha vissuto, alla sua passione per l’unità del mondo e della famiglia umana. E l’Enciclica rappresenta quindi anche un vero e proprio manifesto di un nuovo umanesimo: lo stesso umanesimo di Chiara.

Ed oltretutto voglio ricordare che avevo conosciuto Chiara Lubich diversi anni fa, proprio a Torino, in un meeting del Movimento dei Focolari, invitato dall’amico Fabrizio Fracchia.

Il Samaritano

«E si presa cura di lui!» È una straordinaria frase del Vangelo, che ricorre spesso nei nostri Convegni; una frase che ci scuote dal torpore del qualunquismo e dell’indifferenza ed interpella le nostre coscienze. Ed anche Fratelli tutti ci richiama alle nostre responsabilità, individuali e collettive di medici (ma anche di cattolici), di fronte alle nuove sfide di questi nostri tempi tormentati e segnati dalla sofferenza, che si affacciano sulla scena internazionale. Anche se il solo proclamarci fratelli e fare dell’amicizia sociale il nostro abito, certamente non basta.

Perché, come afferma Papa Francesco

Siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate. Ci siamo abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente (FT, 64).

Anche perché l’impatto della fraternità è spesso dirompente; ed impone una costante attenzione alle esigenze del prossimo, di ogni prossimo: sia esso persona, popolo o comunità. Ce lo dice chiaramente questa enciclica, che ruota intorno all’amore fraterno ed universale, al di là di ogni appartenenza, anche identitaria (FT, 81).

E l’immagine del Buon Samaritano per noi è un monito, ma anche un modello di vita, richiamandoci ad un concreto aiuto a chi soffre e a chi è bisognoso. E noi medici non dobbiamo neppure fare molta fatica per incontrare il nostro prossimo, è sempre con noi, nel volto dei nostri ammalati e dei tanti sofferenti che incontriamo ogni giorno.

Ed infine non possiamo dimenticare la conclusione di Gesù, che è anche una richiesta esplicita a tutti noi medici, operatori sanitari, uomini e donne di buona volontà: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37), che ci richiama a mettere da parte ogni diversità e, davanti alla sofferenza, a farci vicini di chiunque si trovi in difficoltà.

E dunque, io non dico più che ho dei “prossimi” da aiutare, ma che mi sento chiamato a diventare io stesso prossimo dei nostri fratelli più piccoli e di chiunque abbia bisogno!

Samaritanus Bonus

Dopo la serata del 12 gennaio in cui il priore di Bose Luciano Manicardi aveva magistralmente illustrato e commentato l’Enciclica Fratelli Tutti, nel nostro secondo incontro del 23 febbraio  abbiamo approfondito un altro importante documento del Magistero: la Lettera Samaritanus Bonus, sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita. La lettera era stata pubblicata il 22 settembre del 2020 a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede, per fornire alla comunità cristiana ‒ e a tutto il mondo della sanità ‒ alcune indicazioni precise proprio sul tema del fine vita.

Come avevamo già visto, nel precedente incontro del Corso, nell’ultima Enciclica Fratelli tutti il Papa fa ampio riferimento alla parabola del Buon Samaritano, così come, ovviamente, nella Lettera Samaritanus Bonus. Per cui ci domandiamo: cosa  possiamo trarre dal raffronto tra questi due testi? Possiamo sicuramente affermare che i due testi, oltre al comune fondamento antropologico e teologico, sono complementari, perché applicano la stessa icona evangelica del Buon Samaritano, anche a due situazioni ben diverse, eppure assai connesse tra di loro, essendo ambedue essenziali per la vita, e la dignità dell’uomo, soprattutto nel nostro Paese e nella nostra civiltà.

Samaritanus Bonus identifica il Buon Samaritano con Cristo stesso, medico delle anime dei corpi, e che accoglie la domanda di salute trasformandola in domanda di salvezza eterna. Da qui la necessità di prendersi cura del nostro prossimo: delle sue ferite e del suo dolore.  Anche perché, come sottolinea la Lettera:

La gestione organizzativa e l’elevata articolazione e complessità dei sistemi sanitari contemporanei possono ridurre la relazione di fiducia tra medico e paziente ad un rapporto meramente tecnico e contrattuale, un rischio che incombe soprattutto nei Paesi dove si stanno approvando leggi che legittimano forme di suicidio assistito ed eutanasia volontaria dei malati più vulnerabili.

Lo straordinario sviluppo delle tecnologie biomediche ha accresciuto, in modo esponenziale, le capacità cliniche della medicina nella diagnostica, nella terapia e nella cura dei pazienti. E la Chiesa (e con essa, ovviamente, anche noi Medici Cattolici), guarda sempre con speranza alla ricerca scientifica e tecnologica, e vede in esse una favorevole opportunità di servizio al bene integrale della vita e della dignità di ogni essere umano1. Tuttavia, questi stessi progressi della tecnologia medica, seppur assai preziosi, non sono di per sé determinanti per qualificare il senso proprio ed il valore della vita umana. E infatti, ogni progresso nelle abilità degli operatori sanitari richiede una crescente e sapiente capacità di discernimento morale2, per evitare un utilizzo sproporzionato e disumanizzante delle tecnologie, soprattutto nelle fasi critiche o terminali della vita umana.

Concludendo, possiamo quindi affermare che la Lettera Samaritanus Bonus ci offre sicuramente un chiarimento morale ed un indirizzo pratico, nella convinzione che occorre «una unità di dottrina e prassi». Non si limita quindi a ribadire il messaggio del Vangelo, già di per sé molto significativo e paradigmatico, o ricordare alcuni importanti insegnamenti del Magistero, ma si preoccupa soprattutto di mettere a nostra disposizione alcuni orientamenti pastorali, precisi e concreti, nell’etica del prendersi cura; più precisamente del prendersi cura di tutta la vita e della vita di tutti.

Questi sono degli orientamenti ai quali noi medici dovremo fare sempre riferimento, nella nostra pratica quotidiana ed in modo particolare nel nostro approccio al malato grave e terminale. Questa Lettera si propone di illuminare i pastori e i fedeli, ma anche noi medici, nelle nostre preoccupazioni e dubbi, circa l’assistenza medica, spirituale e pastorale dovuta ai malati nelle fasi critiche e terminali della vita. Il che spiega perché Samaritanus Bonus non rappresenta solo uno strumento di riflessione o un riferimento etico-morale, ma un dono provvidenziale per tutti noi.

Nella Nuova Carta degli Operatori Sanitari del 2016 si afferma che «servire la vita significa, per l’operatore sanitario, rispettarla ed assisterla fino al compimento naturale». E nella stessa poi si sottolinea anche che

Al malato, nella fase terminale della sua malattia vanno somministrate tutte le cure, che gli consentano di alleviare la penosità del processo del morire. Queste corrispondono alle cosiddette cure palliative, che con una risposta assistenziale ai bisogni fisici, psicologici, spirituali tendono a realizzare una “presenza amorevole, attorno al morente e ai suoi familiari”.

Per cui deve essere proprio questa la vera risposta – cristiana, ma anche umana –- al dolore, alla sofferenza e alla morte, comunque essa si manifesti e segni la vita umana, anche perché questa rappresenta poi anche un inconfondibile indicatore dell’umanesimo della nostra cultura e del livello di civiltà che essa ispira.

Note

1 PONTIFICIO CONSIGLIO PER GLI OPERATORI SANITARI,  Nuova carta degli Operatori sanitari, LEV, Città del Vaticano 2016, n. 6

2 BENEDETTO XVI, Lett. Enc. Spe salvi (30 novembre 2007), n. 22: AAS 99 (2007), 1004: «Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore (cfr. Ef 3, 16; 2 Cor 4, 16), allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo»

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