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76 Febbraio 2021
Inserto Cure palliative in tempo di pandemia

“Samaritanus Bonus”: riflessioni sul fine vita

Il 25 giugno 2020, il Santo Padre Francesco ha approvato la Samaritanus Bonus, una Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, del 14 luglio 2020, firmata dal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Cardinale Luis F. Ladaria, s.j. e dal Segretario Arcivescovo monsignor Giacomo Morandi. La Samaritanus bonus si pone in continuità con il ricco magistero sui temi del fine vita, ma con caratteristiche proprie. Essa risponde a un mutato contesto culturale, medico e giuridico, e riflette lo stile pastorale di papa Francesco e la sua attenzione per gli aspetti di fragilità e vulnerabilità dell’esperienza umana. La Lettera consta di cinque sezioni, di cui farò una breve sintesi.

Prendersi cura del malato

Parte dalla constatazione che «è difficile riconoscere il profondo valore della vita umana quando, nonostante ogni sforzo assistenziale, essa continua ad apparirci nella sua debolezza e fragilità» (SB. 1), ma è proprio questa vulnerabilità che «dà fondamento all’etica del prendersi cura» a imitazione del Buon Samaritano. Per questo la Lettera chiede a chi si prende cura delle persone in fasi critiche e terminali della vita «di avere uno sguardo contemplativo» che non si impossessa della vita dell’altro, ma ne coglie la unicità e irripetibilità e se ne prende cura.
Guarire, infatti, non è sempre possibile, ma si può sempre avere cura.

 L’esperienza vivente del Cristo sofferente e l’annuncio della speranza

Nella seconda sezione  si afferma la possibilità di sperimentare «la vicinanza del Dio fatto uomo alle molteplici forme dell’angoscia e del dolore che possono colpire i malati e i loro familiari, durante le lunghe giornate della malattia e nel fine vita».
Il Cristo crocifisso si offre al sofferente come «interlocutore credibile a cui rivolgere la parola, il pensiero, a cui consegnare l’angoscia e la paura». 

Il “cuore che vede” del Samaritano 

La terza sezione ci chiede di avere il cuore che vede del Samaritano per aprirci alla compassione e lasciarsi interrogare dalla fragilità riconoscendo in essa una chiamata di Dio a riconoscere la vita quale dono sacro e inviolabile.

Gli ostacoli culturali che oscurano il valore sacro di ogni vita umana:

Nella quarta sezione vengono evocati gli ostacoli culturali che oscurano il valore sacro di ogni vita umana: un uso equivoco del concetto di dignità del morire, una comprensione erronea della compassione che porta all’eutanasia, l’individualismo esasperato che condanna alla solitudine e impoverisce le relazioni personali scartando le vite più fragili.

L’insegnamento del Magistero

La quinta sezione si colloca su questo sfondo antropologico; è la più estesa ed è dedicata all’insegnamento del Magistero.
È la trattazione più approfondita finora prodotta dal Magistero intorno all’etica del fine vita ed è articolata in dodici punti.

Nel solco e nella lontananza dall’insegnamento della Chiesa

La Lettera inoltre presenta tre punti fermi e sottolinea tre sì e tre no a cui ci si deve attenere seguendo l’insegnamento autorevole della Chiesa, rispetto all’eutanasia, al suicidio medicalmente assistito, alla sospensione dei supporti vitali e alla cosiddetta “sedazione profonda”.

Tre sì
  1. sì a rinunciare al cosiddetto “accanimento terapeutico” nel significato originale e autentico del termine: «ostinarsi nel praticare terapie inappropriate» rispetto allo stato clinico del paziente e perfino onerose e dannose per lui; e non, invece, in quello surrettizio di «prosecuzione delle cure fisiologiche essenziali» per le funzioni vitali del malato;
  2. sì alle “cure palliative” in riferimento all’assistenza non strettamente terapeutica – di natura medico-infermieristica, psicologica, spirituale e sociale – rivolta a migliorare e accompagnare la vita del paziente inguaribile e del disabile cronico grave, ma senza, in alcun modo, porre in essere azioni od omissioni volte ad abbreviarla intenzionalmente;
  3. sì alla “sedazione” farmacologica, limitatamente ai casi in cui questa si renda necessaria per alleviare il dolore inarrestabile e non sia la condizione scelta intenzionalmente per sopprimere la coscienza neuropsicologica prima di attuare un protocollo clinico volto a causare la morte del paziente.
Tre no
  1.  no all’eutanasia, intesa come ogni azione od omissione che di sua natura e nelle intenzioni di chi la decide, la attua o la consente conduce alla morte anzitempo del malato o del disabile grave in qualunque stadio della sua vita post–natale: dal neonato e dal bambino affetti da malattie congenite inguaribili all’adulto con una grave patologia cronica o degenerativa per la quale non esiste una terapia efficace, sino al paziente in fase terminale di malattia, all’anziano non più autosufficiente fisicamente e cognitivamente e a chi si sta avvicinando alla morte;
  2. no al suicidio medicalmente assistito, in tutte le situazioni e condizioni in cui si può presentare la richiesta da parte del paziente stesso, sia essa contestuale o pregressa (la cosiddetta “disposizione anticipata”), condivisa o non condivisa da congiunti, medici, infermieri, legali e altri soggetti coinvolti nella decisione;
  3. no alla sospensione di idratazione e nutrizione nei soggetti in “stato vegetativo” o “di minima coscienza” e in altre condizioni assimilabili a queste per cronicità e inguaribilità, per le quali la somministrazione di acqua, elettroliti e sostanze alimentari risulta efficace nel mantenere le funzioni fisiologiche vitali e l’omeostasi del corpo.

Fondamenti: il bene irrinunciabile della vita umana e la cura

Le ragioni che portano a questi “sì” e a questi “no” ruotano attorno a due fondamenti antropologici, clinici, etici e giuridici. Innanzitutto il valore fondamentale e il bene irrinunciabile della vita umana che – come scriveva San Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium vitae più volte citata nella Lettera della Congregazione – «è sempre un bene». Togliere la vita ad un malato che chiede l’eutanasia non significa – come spesso si sente affermare – «riconoscere la sua autonomia e valorizzarla», ma, al contrario, vuol dire «disconoscere il valore della sua libertà, fortemente condizionata dalla malattia e dal dolore, e il valore della sua vita». In questo modo si «decide al posto di Dio il momento della morte». Per questo, prosegue la Lettera, «l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario guastano la civiltà umana, disonorano coloro che così si comportano più ancora che quelli che le subiscono e ledono grandemente l’onore del Creatore».

Il secondo pilastro delle argomentazioni del documento è quello della fondamentale distinzione medico–infermieristica, clinica, antropologica ed etica tra “curare” e “guarire”, tra “prendersi cura” (in inglese “care”) della vita integrale di un ammalato e “fare terapia” (nel linguaggio anglosassone spesso indicata come “cure”) per cercare di sconfiggere o almeno di contrastare la malattia di cui il paziente soffre. La “cura” – il cui esempio evangelico, l’azione del Buon Samaritano (cf. Lc 10, 29-37), dà il titolo alla Lettera –, è il primo e fondamentale atto del medico e dell’infermiere, che precede, accompagna e sostituisce – nei casi e nelle circostanze in cui ogni altra azione clinica risulta essere inappropriata – gli atti della diagnosi, della terapia e della riabilitazione.

Atti medici e infermieristici che, purtroppo, ancora oggi non portano in ogni caso alla “guarigione”. «Guarire se possibile» il malato e il disabile, usando mezzi terapeutici – distinguibili formalmente e materialmente da quelli curativi –  proporzionati nei loro effetti benefici per il paziente e che non causano a lui sofferenze troppo gravose. Ma, al contempo, «avere cura sempre» di ogni malato, anche quando non è praticabile o deve venire sospesa la terapia.

Conclusioni

La Lettera si pone in continuità con tutto il Magistero precedente e quello attuale di Papa Francesco, riproponendo e ribadendo la posizione irrinunciabile della Chiesa in materia di “fine vita” terrena; anche in questo campo la Chiesa  si pone come madre e maestra.

La sfida della cultura contemporanea, nella sua complessità, ci domanda di avere uno sguardo particolarmente attento «ad ogni essere umano» al quale «va riconosciuto la dignità di persona» «dal concepimento fino alla morte naturale» (cf. CDF, Dignitas personae, n. 1). La questione fondamentale è quella di una capacità di contemplazione, cioè di un atto nel quale si lascia che la vita umana ci interpelli nel suo valore. Lasciarsi interpellare significa essere disponibili all’ascolto, al coraggio della verità e alle sue esigenze. Come nella parabola del Buon Samaritano, possiamo sempre porre la questione «chi è il mio prossimo» (Lc 10, 29-37), «chi è vita umana»? Troviamo la risposta solo quando ci coinvolgiamo personalmente nella disponibilità libera dell’amore: l’altro – chiunque sia – si rivela solo a chi è disposto ad avvicinarsi, a chinarsi, ad aiutare.

© Bioetica News Torino, Febbraio 2021 - Riproduzione Vietata