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122 Maggio 2026
Bioetica News Torino Maggio 2026

Cure palliative: la situazione Colloquio con Giovanni Bersano, Direttore S. C. Distretto Courgné ASLTO 4 e coordinatore clinico della rete regionale

Nessuno vuole morire. Nessuno vuole soffrire. Così scrive Mons. Mario Delpini, Presidente della Conferenza Episcopale Lombarda nella sua Introduzione alla recentissima pubblicazione della LEV “Il libro bianco per la promozione delle Cure palliative in Italia”. E’ l’occasione per fare nuovamente il punto sul fine vita,   argomento sempre divisivo e di grande attualità, che ha registrato nel febbraio 2026 uno sviluppo inquietante, ovvero il via libera al primo caso di suicidio medicalmente assistito in Piemonte. La Regione ha deliberato, pur in assenza di una legge nazionale, l’applicazione della Sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale che  prevede il diritto al suicidio per i pazienti in possesso di determinati requisiti (patologia irreversibile, sofferenze insopportabili, trattamenti di sostegno vitale). 

Questa soluzione drammatica, al di là delle controversie politiche e giuridiche, si ammanta di ideologie e pregiudizi ed esclude  l’approccio olistico e globale della palliazione, rispettosa della famiglia, del malato e della sua dignità.

Ne parliamo con Giovanni Bersano, Direttore S.C. Distretto Cuorgnè ASLTO 4 e Coordinatore clinico della Rete regionale di Cure palliative.

Dottor Bersano, qual è la situazione in Italia della Cure Palliative?

Nel nostro Paese a 16 anni dalla promulgazione della Legge 38/2010 le Strutture di Cure palliative sono diffuse ma, come spesso capita in Italia, lo sono ancora “a macchia di leopardo”. Accanto a strutture di eccellenza clinica e organizzativa ve ne sono altre che “arrancano” nel rendere realmente esigibili, su tutto il territorio nazionale, i diritti sanciti dalla Legge 38 la quale, a mio parere, meriterebbe peraltro un aggiornamento tale da rafforzarne l’effettiva applicazione. E’ un dato di fatto, dimostrato da numerose ricerche, che le Cure palliative siano costantemente cresciute ma che questa crescita sia stata disomogenea e che la domanda superi significativamente l’offerta. Il Rapporto OCSE 2023 rileva, infatti, che nei paesi OCSE accede alle Cure Palliative il 40% di chi ne avrebbe bisogno e, per quanto riguarda l’Italia solo il 35%.

Il Piemonte come si pone rispetto alle altre Regioni?

 Il Piemonte, da questo punto di vista, è una Regione virtuosa nel senso che in ogni ASL è attiva una Struttura pubblica di Cure Palliative operante nei vari setting (ambulatorio, ospedale, domicilio e hospice) con una significativa partecipazione di organizzazioni del Terzo Settore da sempre attive in questo ambito e che spesso sono state promotrici e pioniere nell’erogazione dei servizi domiciliari e residenziali, facendo realmente la storia del palliativismo.

 La nostra Regione dispone di una quantità soddisfacente di Hospice (20 strutture con 245 posti letto), recentemente rafforzata pur non omogeneamente distribuiti ma che permette comunque di offrire assistenza specialistica residenziale quando non sia possibile, per vari motivi, l’assistenza domiciliare.

In base alla sua lunga esperienza, quali sono i principali “nodi” da sciogliere?

Il tema Cure Palliative non è solo accademico e di percorsi formativi per gli operatori ma è soprattutto un fenomeno che interessa il modo di interpretare la Medicina dei nostri tempi; la cura non è unicamente portare la persona malata alla guarigione ma continuare a farsi carico della persona quando questo non è possibile. Ciò è tanto più vero se si considera che le malattie croniche rappresentano l’86% dei decessi, colpiscono oltre l’80% degli over 65 anni e assorbono oltre il 70% delle risorse. Questi dati ci dovrebbero indurre a non considerare le Cure palliative marginali, bensì a renderle precocemente integrate nel percorso di cura in modo che i malati siano realmente e costantemente accompagnati grazie alla trasversalità delle competenze tipica dei palliativisti e alla loro attitudine alla multidisciplinarietà e multiprofessionalità sostanziata dal metodo di lavoro in equipe.

 Parlando di competenze, nell’esercizio pratico della Medicina, prima tra tutte è la competenza relazionale della quale si avverte estrema necessità soprattutto per chi, come noi, è immerso nella cultura occidentale oggi profondamente individualista. Non a caso il cardinale Radcliffe nel suo recente libro “La sorpresa della Speranza” insiste sul fatto che “essere umano significa essere relazionale”. Questo è il primo nodo, a mio avviso fondamentale e ineludibile. Seguono la necessità di rafforzare e portare a compimento quanto previsto dalle normative nazionale e regionali che hanno disegnato quanto è indispensabile realizzare per rendere le strutture pubbliche veramente efficaci (personale medico e infermieristico dedicato, percorsi assistenziali e sicurezza di continuità assistenziale, dotazioni di strumenti e logistica adeguata a soddisfare i bisogni clinici, psicologici, spirituali e sociali dei malati che affrontano l’ultimo tratto di vita).

Quali prospettive per il futuro? Realisticamente, cosa ritiene si possa fare per migliorare l’assistenza, tutelare la vita e la sua dignità in condizioni di fragilità?

L’erogazione di Cure palliative è sancito dal decreto LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) del 2017 e il decreto Ministeriale 77/2022 è fondamentale per adeguare l’assistenza territoriale (case e ospedali di comunità, centrali operative territoriali, impiego di strumenti di telemedicina ecc) anche in forza dei finanziamenti correlati al PNRR. Dovremmo sforzarci di resistere alle utilitaristiche e spesso strumentali istanze di chi si ricorda delle cure palliative solo in occasione di contingenze anche molto importanti.  La cultura delle Cure Palliative è volta all’accompagnamento, alla solidarietà, al miglioramento della qualità di vita anche quando le situazioni sono disperate e non è lecito ridurla ad una serie di prestazioni “al bisogno”.  Occorre tempo per la realizzazione di tutti questi progetti con l’ulteriore difficoltà legata alla carenza di personale umano che pone seri interrogativi di realizzazione, tuttavia penso che sarebbe quanto mai opportuno che ciascuno di noi, a tutti i livelli (politico, organizzativo, professionale), applicasse il celebre motto gramsciano che contrappone l’ottimismo della volontà al pessimismo che può derivare dall’analisi della realtà, senza mai dimenticare l’esortazione di S. Paolo a sperare contro la speranza.

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dottor Giovanni Bersano

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