75 Gennaio 2021
Speciale Bioetica dell'Infanzia

Social e minori. Riflessione con la neuropsichiatra infantile Pia Massaglia Dopo la vicenda di Palermo in cui una bambina di 10 anni perde la vita "probabilmente" a causa di un gioco nei social ma che vede violata la tutela dal divieto di iscriversi per i minori di 13 anni

Adolescenza _Maria Pia MASSAGLIA 2019
Intervista a Pia Massaglia
Neuropsichiatra infantile

Il caso.  Alcuni giorni fa a Palermo una  bambina di appena 10 anni perde la vita in casa,  molto probabilmente  a causa di  un “gioco” pericoloso sui  social network sulla  quale  la Procura di Palermo e dei minori stanno facendo gli accertamenti sulle responsabilità per istigazione al suicidio. A seguito della vicenda il Garante per la protezione dei dati personali il 22 gennaio scorso ha richiesto alla piattaforma Tik Tok,  commerciale e molto seguita dai giovanissimi,  su cui  risulta iscritta la bambina, il blocco immediato dell’uso dei dati degli utenti «che si trovano sul territorio italiano per i quali non vi sia assoluta certezza dell’età e, conseguentemente del rispetto delle disposizioni collegate al requisito anagrafico». E dall’altro un portavoce della società di Tik ToK –  si apprende dall’Ansa –   ha disposto il blocco per tutti gli account del social «per i quali non sia stata accertata con sicurezza l’età anagrafica».

Appena un mese fa, comunque  lo stesso Garante contestava alla stessa società  che le modalità di iscrizione al social network non tutelino adeguatamente i minori:  «Il divieto di iscrizione al di sotto dei 13 anni, stabilito dal social network, risulta infatti facilmente aggirabile una volta che si utilizzi una data di nascita falsa. Tik Tok di conseguenza non impedisce ai più piccoli di iscriversi né verifica che vengano rispettate le norme sulla privacy italiane, le quali prevedono per l’iscrizione ai social network il consenso autorizzato dei genitori o di chi ha la responsabilità genitoriale del minore che non abbia compiuto 14 anni».

Alcuni giorni più tardi, in data 27 gennaio lo stesso Garante amplia la tutela dei minori per la protezione dei dati personali sui social, a seguito della vicenda palermitana,  aprendo un fascicolo anche su Facebook e Instagram, chiedendo di fornire «una serie di informazioni, a partire da quanti e quali profili avesse la minore e, qualora questa circostanza venisse confermata, su come sia stato possibile, per una minore di 10 anni, iscriversi alle due piattaforme».

 

INTERVISTA

La vicenda ha destato sconcerto e una forte preoccupazione a partire in primis dai genitori medesimi che hanno donato gli organi della bimba, certi che «avrebbe detto ‘si, fatelo’. Era una bambina generosa» –  e a cui siamo vicini nel dolore -,  dal mondo della scuola e delle istituzioni  per la perdita drammatica “insensata” e, se come sembra  proprio a causa di un gioco di sfida, tra i tanti on line quale fenomeno diffuso tra i giovani,  di “inconsapevolezza” nel perdere la propria vita per un  “potere” di sé  da esibire agli altri.

D. Fino a dove arriva la responsabilità dei genitori in generale e quale è quella della società per tutelare i figli nell’educarli a costruire un futuro,  a divertirsi per la loro età con giochi “educativi”   e non farli cadere “vittime” di una qualunque trappola nell’immenso oceano “planetario” del web,  ben confezionata,  che li condurrà  verso una  forma di “schiavitù” anche fino alla distruzione di se stessi?

 Il Commissariato di Polizia di Stato on line tra alcune raccomandazioni per i genitori sulle “Challenge on line” avverte che «alcune “challenge” espongono a rischi medici (assunzione di saponi, medicinali, sostanze di uso comune come cannella, sale, bicarbonato etc), altre inducono a compiere azioni che possono produrre gravi ferimenti a sè o agli altri (selfie estremi, soffocamento autoindotto, sgambetti, salti su auto in corsa, distendersi sui binari, etc).  Era il  2018 quando a Bari un gruppo di giovani tredicenni è stato salvato dal gioco estremo di “Blue Whale” grazie alle iniziali indagini della  Polizia di Stato su segnalazione.

R. Mi sembra che la metafora dell’oceano sia molto calzante nell’illustrare alcune caratteristiche del web: la vastità (potenzialmente illimitata), la variabilità della superficie (dalla calma piatta dei siti didattici ai vortici delle sfide estreme), il sommerso (deep web) enormemente espanso e dedito ad attività non gestibili alla luce del sole. Certo non affronteremmo una traversata oceanica con una piccola zattera o una barca di cartone, tanto meno vi lasceremmo andare alla deriva bambini e ragazzi. Occorrono mezzi sicuri ed un equipaggio per “navigare” in internet in sicurezza, senza essere attirati dalle suggestioni di molte proposte negative, che, come il canto delle sirene di omerica memoria, trovano terreno fertile in fragilità, desideri e solitudini, promettendo successo e celebrità.

Rispetto alla responsabilità, certo occorrono maggiori regolamentazioni generali, quindi a carico della società, che rendano meno facilmente raggiungibili certi abissi, ma come NPI credo che in ogni caso il compito educativo principale si svolga nell’ambiente di vita, quindi in famiglia e a scuola. Purtroppo con l’isolamento e la didattica a distanza, a seguito della pandemia in corso, si è reso necessario, anzi auspicabile, l’utilizzo maggiore dei dispositivi tecnologici e si sono allo stesso tempo rarefatte le occasioni di incontro e di rapporto in presenza. Da un lato gli adulti hanno allentato gli eventuali limiti precedenti, dall’altro i bambini/ragazzi in solitudine hanno esasperato il bisogno di mettersi alla prova, anche in modo fisico. Mi addolora molto che il richiamo ad una maggiore attenzione sia ora legato alla morte di una bambina, del resto ricordo che la legge sul 71/2017 cyberbullismo è stata promossa dalla senatrice Elena Ferrara, insegnante di Carolina Picchio, suicidatasi a seguito di una gogna virtuale.

D. Quali disagi riscontra oggi nella sua professione legata all’uso dei social nei bambini e nei giovani? E in quali modalità potrebbe essere dato, se lei non ritiene invece sconsigliabile, l’uso di un cellulare e il suo mondo di social in mano ai bambini di età inferiore ai 13 anni?

R. Come neuropsichiatra infantile da anni riscontro nei soggetti con fragilità, disagio e/o disturbo psichico l’influenza nefasta di messaggi pesantemente negativi per la salute e la vita: vere e proprie istigazioni ai disturbi alimentari, all’autolesionismo e al suicidio. In termini generali ho potuto osservare come la dedizione ai social contribuisca a rarefare la trama di relazioni autentiche, a coltivare le apparenze, a camuffarsi in identità fittizie, anche falsificando età e genere.

Certo dal mio punto di vista ritengo sconsigliabile l’uso del cellulare in autonomia sotto i 13 anni, quindi auspico una condivisione con gli adulti di riferimento, con tempi regolati e obiettivi specifici, anche di svago. Ricordo di aver potuto constatare molte volte in ospedale la gioia e il beneficio per i bambini/ragazzi ricoverati del collegamento a distanza con i familiari e con la propria classe. In questo caso, come ora per l’isolamento, i cellulari, ben utilizzati, possono essere strumento di rapporto e di esperienze di crescita.

Anche oltre i 13 anni auspico limiti temporali e l’utilizzo di programmi di parental control, che consentono di impostare tempi di utilizzo, monitorare o filtrare l’accesso a attività o contenuti impropri o rischiosi.

D. Che cosa si potrebbe fare  o la sua categoria professionale propone al riguardo,  per  proteggere ma anche ad educare i bambini e giovani al rischio delle insidie della rete? Queste spaziano dai “giochi all’estremo”,  a prescindere dalla motivazione che porta a tale opzione di scelta, vuoi per spavalderia o  suggerita da altri, per provare se stessi o  perché assoggettati da altri compagni, all’adescamento da parte di persone senza scrupoli per la commercializzazione illecita di materiale pedopornografico, alla vendita illecita di sostanze stupefacenti, al cyberbullismo.

R. Come per tutte le altre esperienze di vita occorre educare e regolare. Si deve quindi attivare al riguardo una comunicazione aperta e sincera, che illustri pro e contro, aiutando ad identificare gli aspetti positivi e quelli negativi, in modo da favorire nei ragazzi scelte consapevoli e prevenire comportamenti lesivi per sé o per altri. Poi, come dicevo prima, è preziosa la possibilità di sperimentare insieme, che introduce concretamente ad un utilizzo corretto. Ormai è chiaro che quanto accade nel virtuale ha ripercussioni notevoli, e anche drammatiche, nel reale, con le innumerevoli derive da lei segnalate, che poi giungono alla ribalta per fatti di cronaca ormai irreparabili.

Certo i genitori devono anche assumersi la responsabilità di porre limiti ai figli e di indicare loro una rotta percorribile in sicurezza, attuando in prima persona scelte probabilmente impopolari, ma sicuramente adeguate a tutelarli.

© Bioetica News Torino, Gennaio 2021 - Riproduzione Vietata