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120 Febbraio 2026
Bioetica News Torino Febbraio 2026

Il Film. “La Grazia”, di Sorrentino P.

Lo sanno bene i fan di Sorrentino: nel suo cinema c’è un momento in cui il sacro e il profano smettono di farsi la guerra per accomodarsi sullo stesso divano di velluto. Accade puntualmente anche ne La Grazia, l’ultima fatica del regista partenopeo (reduce dal concorso di Venezia 2025 e uscito nelle sale lo scorso 15 gennaio) che segna il settimo, inevitabile sodalizio con un Toni Servillo ormai fuso nel DNA del suo autore.

In passato abbiamo avuto il divo Giulio e l’esuberante Silvio, qui Sorrentino ci conduce nei corridoi felpati del Quirinale per spiare Mariano De Santis, un Presidente della Repubblica immaginario ma dolorosamente verosimile. Un uomo che incarna l’Articolo 87 della Costituzione con la stessa stanca solennità con cui indossa un cappotto di sartoria: un simbolo di unità nazionale che, nel segreto delle sue stanze, combatte contro lo spettro della nostalgia (e il colesterolo).

Il dubbio come atto rivoluzionario

Sorrentino abbandona le vertigini estetiche di Parthenope per abbracciare una sobrietà quasi monacale, pur senza rinunciare ai suoi amati colpi di scena. De Santis è un vedovo inconsolabile che fuma di nascosto e ascolta i testi di Gué Pequeno (che nel film viene addirittura insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica, in un tipico guizzo di geniale assurdità sorrentiniana).

Il cuore del racconto, però, è l’esercizio del dubbio. Il Presidente è schiacciato tra due richieste di grazia che hanno tutto l’aspetto di specchi deformanti della sua coscienza: un ex professore che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer e una donna vittima di abusi che ha pugnalato il marito aguzzino. In un’Italia che urla certezze sui social, De Santis sceglie la via più difficile: quella dell’incertezza morale, consultandosi con un Papa rasta e parlando con la figlia Dorotea (una solida e dolente Anna Ferzetti), giurista incaricata di redigere una legge sull’eutanasia che diventa testamento spirituale.

Ma è proprio quando il mandato scade e i riflettori del potere si spengono che l’uomo De Santis sente il bisogno di una voce. In una telefonata notturna e clandestina alla direttrice di Vogue, l’ex Capo dello Stato si spoglia della corazza istituzionale. De Santis descrive i vestiti della moglie defunta, il “verde d’autunno” e l’azzurro dei suoi occhi e trasforma un possibile servizio patinato in una vera e propria confessione laica. Ed ecco che che Sorrentino vince la scommessa: la “Grazia” del titolo diventa uno stato dell’anima, una forma di empatia residua in un mondo che ha smesso di ascoltare.

Sorrentino firma un film sul perdono, verso gli altri ma soprattutto verso se stessi e verso quei tradimenti vecchi di quarant’anni che ancora bruciano sotto la cenere. La Grazia è un’opera che più che insegnare la politica, intende mostrare quanto possa essere alto il prezzo dell’integrità.

Un film sobrio, tagliente e profondamente umano, che ci restituisce un regista capace di filmare il vuoto del potere riempiendolo di straordinaria, fragilissima vita.

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