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120 Febbraio 2026
Bioetica News Torino Febbraio 2026

Dignità della vita Una sentenza innovativa

Quando comincia la vita? O meglio, da quale momento si riconoscono dignità e diritti all’essere umano? Per lo Stato italiano l’embrione (cioè dal concepimento al terzo mese) non ha ancora sviluppato suddetti presupposti e quindi si può ricorrere alle pratiche abortive (Legge 194 del 22 maggio 1978). Lo status giuridico inizia dal quarto mese, ovvero dal passaggio da embrione a feto. A questo punto non è più legalmente possibile l’Interruzione Volontaria di Gravidanza.  Tale scenario, ormai tristemente consolidato nei nostri costumi, potrebbe subire un inaspettato mutamento di orizzonte. Un fatto di cronaca ha tuttavia squarciato il velo. Nell’ottobre scorso in un ospedale di  Napoli è morta una piccola per asfissia perinatale causata dal tardivo intervento dell’équipe sanitaria con il parto cesareo. La Corte di Cassazione, esprimendosi sull’accaduto, ha sancito con un ordinamento che la perdita del feto a causa di un errore medico costituisce un danno per i genitori. Scrivono i giudici: “Il decesso del feto determina la risarcibilità del danno da perdita del rapporto parentale, che si manifesta prevalentemente in termini di intensa sofferenza interiore tanto del padre, quanto e soprattutto della madre”. Ne parliamo con tre esperti i quali, da prospettive e competenze diverse, possono aiutarci ad approfondire e far luce su una questione alquanto delicata e, per certi versi, nuova, non tanto per le ricadute medico-legali, quanto per l’attribuzione al feto di un valore morale. 

In primis il giurista, Maurizio Cardaci. 

Avvocato, cosa può significare questa sentenza?

E’ difficile valutare quali possano essere gli sviluppi futuri, tuttavia dobbiamo rilevare che quanto è avvenuto è significativo e meritevole di rilevanza sia nell’ambito giurisprudenziale che del costume e della nostra società nel suo insieme. In tempi recenti l’orientamento giuridico distingueva tra morte del feto e morte del neonato. Questo approccio è stato superato attraverso alcuni pronunciamenti: oggi la morte del feto comporta piena perdita del rapporto parentale.  La Cassazione ha pertanto  stabilito che la relazione genitoriale si forma durante la gestazione e  non è solo potenziale, che la morte del feto lede un rapporto affettivo già in atto e  infine che il danno da perdita del rapporto parentale va risarcito come se il bambino fosse nato vivo, cioè anche quando il figlio muore prima o durante il parto. Una prospettiva decisamente innovativa. Non esiste quindi differenza ontologica né risarcitoria tra morte del feto a termine, nato morto o neonato deceduto subito dopo. Si  esprime in tal modo un concetto più ampio, cioè nello specifico, un giudizio morale ed esistenziale, distinto dal danno meramente biologico della vittima. 

Parallelamente all’ambito giuridico, il pronunciamento della Corte rimette al centro del dibattito il valore del diritto naturale e l’inviolabilità della vita dal concepimento alla morte, ribadendo il continuum biologico e creaturale.

Cosa ne pensa Giuseppe Zeppegno, nel suon ruolo di bioeticista e Presidente del Centro Cattolico di Bioetica?

È parere unanime dei biologi che lo zigote, prima cellula da cui prende avvio una nuova vita, possiede già un patrimonio genetico umano ed è capace di svilupparsi autonomamente seguendo un dinamismo interno che coordina gradualmente la formazione dell’organismo completo. Chi riconosce l’importanza di queste evidenze scientifiche sostiene che la vita va tutelata fin dal suo concepimento. Il Magistero ecclesiale ha fatto suo questo inequivocabile dato. Nell’Istruzione Donum vitae e in successivi pronunciamenti, ha, infatti, affermato che «l’essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento». Alle medesime conclusioni sono giunti anche istituzioni pubbliche. È spesso citato al riguardo il Comitato Warnock, commissione istituita dal governo britannico nei primi Anni ’80 per esaminare le implicazioni delle nuove tecniche di fecondazione artificiale. Nel rapporto finale ha sostenuto che «biologicamente non è possibile identificare un singolo stadio nello sviluppo dell’embrione oltre il quale un embrione in vitro non dovrebbe essere tenuto in vita». Ciò che vale per gli embrioni in vitro, vale in modo del tutto coerente per tutti gli esseri umani in formazione. Come spesso accade nei contesti in cui, con palese ambiguità, non prevale la verità scientifica, il medesimo comitato ha però stabilito la legittimità della sperimentazione embrionale entro i primi 14 giorni dalla fecondazione, anche qualora ne comporti la distruzione. Al contrario, la Corte costituzionale, nella dolorosa vicenda in cui una non adeguata valutazione medica nella fase finale della gestazione ha provocato la morte di una bimba appena nata, ha sostenuto che «la tutela del concepito ha un sicuro fondamento costituzionale». Non posso non rilevare, con vivo apprezzamento, che in questo caso la Corte non ha avvalorato un utilitaristico ed equivoco interesse di parte, ma ha riconosciuto l’inoppugnabile verità scientifica, già acclarata peraltro da precedenti pronunciamenti costituzionali.

Maternità, genitorialità, famiglia e tutela delle fragilità sono tematiche da sempre al centro delle attività del Movimento per la Vita, di cui Valter Boero è Presidente.

Professore, la recente Ordinanza della Cassazione può rappresentare un cambiamento di paradigma ed incidere sulle dinamiche della nostra società?

La Sentenza, trattando il risarcimento per un figlio nato morto per un errore medico,  ha messo in chiaro ciò che tutti sapevano,  ma che per tanti anni  si era ignorato: tra madre e figlio, anche prima della nascita vi è un rapporto affettivo, vi è un legame profondo e fortissimo. Un legame affettivo che coinvolge anche il padre, i fratelli e i nonni e può essere risarcito.  I Giudici infatti, con grande onestà intellettuale e liberi da pregiudizi, non potevano ignorare quanto  comunemente  ora si osserva con le ecografie  sin dal secondo mese di gravidanza: i figli, quando sono nel grembo materno, mangiano, si muovono e dormono. Seguono il ritmo della mamma, tra i due vi è un legame che cresce in intensità sin da quando la donna si rende conto di aspettare un figlio. E’ una attesa piena di prospettive e si fanno dei progetti come li fanno i fidanzati che si abbracciano e baciano affettuosamente. I Giudici non potevano ignorare che, proprio per questo legame affettivo tra mamma e nascituro, enormi sono le sofferenze delle donne che perdono un figlio durante la gravidanza  anche solo per  cause  naturali, per non parlare di quelle che sono state indotte a interrompere la gravidanza…  Il Giudice romano della Suprema Corte ha “cassato” infatti la sentenza dei Giudici di Napoli  che frettolosamente  avevano giudicato la relazione affettiva tra la madre e il figlio  ancora in grembo solo “potenziale” e ha accolto le richieste risarcitorie dei genitori, riconoscendo  una piena relazione affettiva  tra madre e figlio  già durante la gravidanza. I  Giudici di Napoli sono stati scavalcati anche da Filumena Marturano che aveva ben chiaro che “I figli sono figli”. Una sentenza, quella della Cassazione, che  comunque  porrà qualche difficoltà d’ora in avanti a chi sostiene che il figlio in grembo è solo un figlio potenziale… 

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