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82 Ottobre - Novembre 2021
Speciale I diritti umani nella società contemporanea

Il Libro. «Umano, più umano» di J.M. Esquirol

Essere umano non significa spingersi al di là dell’umano,
ma rendere più intenso l’umano che è nell’umano,
renderlo più profondo: è questo il valore più grande di tutti
J.M. Esquirol, Umano, più umano

Sulla fragilità, sulla debolezza umana e, soprattutto, sulla bellezza di questa fragilità: «cosa può esserci di più umano di una simile debolezza?», si chiede il filosofo catalano Josep Maria Esquirol dell’Università di Barcellona, che dipana il discorso nel suo ultimo saggio Umano più umano. Un’antropologia della ferita infinita, edito da Vita e Pensiero, rispondendo a perché, riguardo all’ideologia, «è così triste aspirare e credere di spingerci ben oltre l’umano e insieme avere così poca umanità!». Un viaggio nell’esistenza umana, nell’anima.

Per l’Autore la società odierna ha perso la propria umanità già da molto tempo; altrimenti non si spiegherebbero i numerosi danni, soprattutto ambientali, causati dall’uomo. Ma non demordiamo, siamo ancora in tempo per rimediare: anche con piccoli gesti, tutti noi possiamo salvaguardare il nostro «piccolo angolo di mondo».

Ci ricorda che il nome proprio identifica l’essere umano come entità vivente, unico nel suo genere; tutte le azioni quotidiane hanno una loro identità perché compiute dall’uomo. «Il nome è quindi soltanto la traccia che conduce verso ciò che davvero importa: la profondità dell’umano». La persona comincerà a compiere quei gesti quotidiani che non avrebbero senso di esistere senza l’umano: rispondere, parlare e pensare.

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J.M. Esquirol, Umano più umano. Un’antropologia della ferita umana, Collana Transizioni, Vita e Pensiero, Milano 2021, trad. it.,, pp. 184, euro 16,00

Siamo «un inizio assoluto», un’esperienza metafisica difficile da concepire: non esistiamo e un attimo dopo invece sì, veniamo al mondo, ci viene dato un nome e ci creiamo una nostra identità e una nostra umanità.

Quante ferite ci sono in un essere umano si chiede l’Autore. Siamo toccati da quattro realtà fondamentali con cui abbiamo a che fare per tutta la nostra esistenza: la vita, la morte, il mondo e il tu, che convergono in un unico punto infinito, creando l’essere umano. Si può notare che ogni ferita ha un nome specifico che la identifica. L’essere umano sviluppa un alto livello di sensibilità ed è questo che lo rende umano: l’umano sente e, allo stesso tempo, sa di sentire. Il filosofo Esquirol chiama questo fenomeno «ripiegamento del sentire», rappresentato come un abbraccio che avvolge tutti gli elementi che costituiscono la misteriosa e meravigliosa essenza della vita.

Ferite, prosegue l’Autore, che non sono quantificabili e visibili ma nascono e si evolvono all’interno di ognuno di noi in modo progressivo e graduale; “sorpassano” l’essere umano diventando “solchi”: «La ferita è un solco in cui l’infinitudine di ciò che ferisce produce un seme in grado di crescere, maturare e dare frutti. La cura dell’anima non è altro che un lavoro immane su questi solchi». La ferita, aggiunge, conduce l’attenzione verso ciò che ci ferisce, ma al contempo verso noi stessi, in quanto soggetti passivi della ferita. Trascendenza e riflessività: insieme.

Conclude, affermando che il ripiegamento del sentire è la massima sensibilità dell’umano; il grado di apertura che fa sì che tutti vengano attraversati, feriti, dall’infinito. Racchiude logica e razionalità, ma anche fragilità, sensibilità e una luce che illumina il nostro cammino. «Allora risulta che avere cura di noi stessi è darci luce, lume, cioè, non lasciare che la ferita si chiuda- respiriamo grazie ad essa – né che la profondità si perda- è il mistero che siamo».

© Bioetica News Torino, Ottobre 2021 - Riproduzione Vietata