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82 Ottobre - Novembre 2021
Speciale I diritti umani nella società contemporanea

L’etica di un’esistenza degna

Sapere, potere, agire: i luoghi della filosofia


In un convegno di filosofe e filosofi, intitolato Sapere, potere, agire, mi permetto di azzardare una prospettiva etica, al fine di mettere in tensione le tre parole chiave: sapere, potere, agire1. Non mi domando che cosa viene prima, se è il sapere che dà il potere di agire; o se viceversa è un’azione, una decisione, che apre una radura in cui scopriamo la verità, in cui veniamo a sapere cose nuove; oppure ancora se è un’abilità, un potere, una skill, una capacità speciale (per esempio una virtù esercitata, come quella di un saltatore olimpico) quella che consente di avere una buona performance e di conoscere così il sapore della vittoria. 

No, cerco i luoghi in cui le tre dimensioni (sapere, potere, agire) entrano in sinergia. E trovo questi luoghi nel cuore della filosofia. Ma dove esattamente li trovo? Qual è il cuore della filosofia? Tra i miei maestri ho avuto una formidabile studiosa di neoscolastica, che aveva il pallino per la sintesi, secondo la lezione di Tommaso. Era Sofia Vanni Rovighi. La Vanni, come la chiamavamo. La Vanni, in un librettino divulgativo, in cui pretendeva di esporre addirittura una definizione della filosofia, scrisse, tra lo sconcerto di noi studenti, che la designazione “ricerca delle cause prime” non le piaceva e che preferiva quest’altra: «giustificazione razionale delle valutazioni morali»2. Insomma la filosofia era questo: cercare di vedere come stanno le cose (un “sapere”) e individuare perché propendiamo per una certa azione buona (ecco l’ambito dell’”agire”) e ci sentiamo autorizzati a condannarne un’altra, che contestiamo come cattiva. Così facendo ci attribuiamo un “potere” – terza parola – il potere di valutare.

La filosofia e le storie

Il destino volle che questa definizione si incarnasse nella mia vita e nella mia professione di bioeticista clinico. Sono molte le posizioni favorevoli al primato dell’etica sulla teoresi. Pensiamo alla riabilitazione della filosofia pratica, che ha segnato (con epicentro tedesco) la seconda parte del secolo scorso. Pensiamo ‒ per ciò che concerne la teologia ‒ alla rilevanza della categoria di fede, una categoria pratica, nel senso che la fede (la fides qua creditur) è figura costitutiva di ogni agire morale. Il credente dà fiducia a racconti dell’origine, i quali sono indimostrabili in maniera univoca e incontrovertibile sul piano dottrinale. Senza queste storie di salvezza ‒ dicono i teologi ‒ non si comprende il senso delle norme. Non si capisce ad esempio il senso del Sinai, cioè la consegna del Decalogo, a prescindere dalla vicenda dell’Esodo, cioè a prescindere dalla vicenda grata e imprevista di una liberazione dal despota, dal faraone.

Senza storie non è possibile far filosofia, se la si intende (suggeriva la Vanni) come la giustificazione razionale delle valutazioni morali. Perché? Per due motivi. Il primo è che senza una storia non comprendiamo il significato di un’azione e quindi non possiamo giudicarla. Il fotogramma di un’azione non basta, abbiamo bisogno della sequenza e più ampiamente della trama, dell’intero plot di un film, per capire il senso del gesto concreto compiuto da un dato personaggio in una situazione specifica.

Il secondo motivo è che noi siamo le storie in cui crediamo. Dietro alle teorie, che diciamo di sostenere, lavorano racconti dell’origine, che disegnano il ruolo, i doveri, i destini degli esseri umani nel mondo. Da questi racconti le teorie traggono i concetti e i principi con cui costruire i propri apparati speculativi e difendere o contestare certe valutazioni. Così avviene ad esempio per l’idea di estraneità morale: ricorderete H.T. Engelhardt Jr. e la sua convinzione che tra medico e paziente c’è estraniamento come tra individui che non si conoscono e che si temono perché sono due autonomie individuali potenzialmente in guerra tra loro. Ora dietro questa nozione del texano Engelhardt sta (come ha fatto notare Warren T. Reich) Hobbes, il Leviatano (1651), sta il mito della guerra di tutti contro tutti. D’altra parte, dietro l’etica della cura (una galassia di posizioni care al pensiero femminile, al pensiero della differenza) sta la favola di “Cura”, quella riportata dal mitografo romano Igino nella sua raccolta di Fabulae. Heidegger la ricorda in Essere e tempo (1927) e la rielabora per istituire la sua centrale nozione di cura (die Sorge), declinata in aver cura d’altri e prendersi cura di cose.

Potremmo fare altri esempi. Dietro certi contrattualismi troviamo una vera e propria parabola fondativa: ci sono contraenti originari, animati dalla comune passione per un covenant (un patto, un’alleanza, un accordo solenne), che si recano in un luogo mitico per preparare e siglare una promessa definitiva. È un luogo da cui tutto può essere valutato imparzialmente. I costituenti immaginano di porsi dietro un velo d’ignoranza, e così, animati dal sogno di un mondo giusto, scovano le regole eque di allocazione delle scarse risorse disponibili. Rawls docet.

L’arte nella vita filosofica

C’è dunque una storia dietro la teoria. O meglio, dentro la teoria. Perché mito e logos non si sono mai separati. Il potere del mito e il sapere del logos consentono l’agire giustificato. Perché? Perché mito e logos non si sono mai separati. Il potere del mito e il sapere del logos consentono l’agire giustificato (così potremmo dire con le tre parole chiave congressuali). Nietzsche, ricostruendo la «nascita della tragedia», vide imbarcata sulla stessa scialuppa platonica (e quindi salvata una volta per tutte), l’antica sapienza ellenica, da cui certi presuntuosi retori pensavano invece (e qualcuno lo pensa tuttora) di potersi emancipare, una volta che la filosofia vera fosse sorta e avesse soppiantato il mito3.

Non è stato così. Non è così. Piuttosto si potrebbe congetturare che la filosofia è lo stesso mito che continua con altri mezzi. La filosofia è quella dimensione del racconto, in cui la storia si ferma e vengono esplorate, accanto alle ragioni che possono venire dette soltanto nella pluralità e nel tempo, quelle altre ragioni che valgono sempre, per ogni personaggio e per ogni evento.

C’è ora un passo conseguente che dobbiamo fare. Il mito, abbiamo detto, è una forma, un’ala della ragione (perché la ragione è più della semplice teoresi astratta, geometrica). Ebbene la letteratura mitica è una forma d’arte, tant’è che i greci la rappresentavano a teatro. L’arte è dunque intimamente presente nel discorso filosofico e più ancora nella vita filosofica, come la chiamava Hadot.

Chi fa bioetica incespica spesso in questa duplicità di significato. Si dice che un’azione è bella: è un bel gesto! Per converso si dice che un racconto è buono: è un buon racconto! Per qualificare un trattamento medico come “adeguato”, congruo sul piano umano per “quel” paziente, si dice che è proporzionato (una delle parole più usate nella bedside ethics), e noi sappiamo che  claritas, integritas e appunto debita proportio erano le tre condizioni di bellezza secondo le teorie scolastiche.

Etica ed estetica

Un’altra osservazione. Non è vero che la scelta morale coincida col bilanciamento ponderato di piaceri e dispiaceri, di soddisfazioni e frustrazioni, di gioie e dolori, come se potessimo misurare materialisticamente le due esperienze contrarie su due piatti della medesima pesatura, adottando le stesse unità di calcolo. No! Quando prendiamo decisioni per esempio in merito a dilemmi di fine vita, noi ci preoccupiamo dell’effetto che avrà lo stadio finale della vita, così come potremmo preoccuparci dell’effetto che avrà l’ultima scena di un’opera teatrale, o l’ultima strofa di un poema sull’intera opera creativa.

Così ha scritto giustamente Ronald Dworkin. Una vita potrebbe essere “sbagliata” anche se massimizza i piaceri. La vita si giudica così come giudichiamo, ad esempio, quelle opere letterarie, nelle quali certi brutti finali sfigurano quanto li precede. Sentiamo la responsabilità etica di fare delle nostre vite qualcosa di bello, qualcosa che sia degno di valore.

Ebbene, questa è un’intuizione estetica! Estetica ed etica vanno insieme. C’è dell’estetica nell’etica e c’è dell’etica nell’estetica. Ho provato a distinguere tre livelli in cui questa interazione funziona. Qui posso solo enunciare sinteticamente quello che intendo.

L’azione come un testo e il gesto morale come un’opera

Primo livello. Ricoeur ci ha insegnato a considerare l’azione come un testo e il gesto morale come un’opera. Di contro, l’atto artistico è un atto moralmente rilevante. La body art ha messo in scena i corpi, con le loro sensualità e le loro ripugnanze, perché questa dimensione valoriale conta nella performance del body artist. I narratori contemporanei hanno esplicitamente invocato un’alleanza con i fruitori, un patto narrativo, che ha sapore etico-giuridico. I fruitori di un racconto devono credere per capire. Devono accettare la promessa con cui il romanziere li invita nel suo mondo.

La critica d’arte somiglia all’etica applicata

Secondo livello, più riflessivo. La critica d’arte somiglia all’etica applicata. Entrambe le pratiche si domandano quali siano i valori in gioco nel testo o nell’azione. Si chiedono se ci sia coerenza tra questi valori, se la verità portata alla luce sia originale, emancipativa, rivelativa, oppure no, e vanno a caccia di parole per giustificare i loro giudizi. Il critico d’arte interpreta il testo artistico e ne indaga la verità nascosta. Non gli basta che il testo sia gradevole, anzi sospetta che un maquillage finale copra significati ingannevoli.

Le avanguardie del ‘900 definite “intrattabili” contestarono proprio che l’arte fosse una pura faccenda di “bellezza”, di piacevolezza suadente. I Dada si rifiutarono di mostrare oggetti ammiccanti e ricreativi a chi era stato responsabile del primo conflitto bellico mondiale e preferirono documentare la dissonanza del mondo reale.

Allo stesso modo l’eticista “applicato” (si perdoni il brutto termine) si chiede se un gesto, che i più definiscono anormale o innaturale (in senso descrittivo) e che quindi deprécano, non contenga invece un significato inedito di liberazione che, per quanto strano, meriterebbe invece l’applauso. I primi oppositori della schiavitù e i primi difensori dei diritti animali vennero considerati eversori, folli, oppure semplicemente bizzarri, ma in verità erano queste tesi di rottura ad essere normali e naturali (in senso prescrittivo).

Ogni tema di bioetica (dalla riproduzione artificiale al suicidio assistito) ripropone da capo questo compito spregiudicato (alla lettera: privo di pregiudizi) di interpretazione e critica.

Etica ed estetica sul piano speculativo

Infine c’è il livello della filosofia vera e propria, ove avviene un costante conflitto fra visioni diverse del mondo e dove vengono messi sotto il fuoco dell’analisi teorica i concetti, le regole, le intuizioni che la critica adotta. Questo è il livello propriamente speculativo dell’etica e dell’estetica.

Qui si prova ad assolutizzare o universalizzare un comando e si verifica se tiene o crolla. Qui ci si domanda se una cifra interpretativa resiste al contraddittorio tra diverse tradizioni morali: che cosa intendi quando proponi questo gesto come incondizionatamente buono? O questo imperativo come categorico? Non vedi quali contraddizioni alimenta? Non ti accorgi che quell’esempio (quel modo di dipingere o quella regola d’agire) non funziona in contesti alternativi? E allora come puoi, di fronte a queste eccezioni, proporlo come un gesto esemplare?

Va da sé che etica ed estetica si aiutano. Gadamer ricordò in Verità e metodo un’antica intuizione di Platone e cioè che il bene e il bello sono attributi di qualcosa che merita di essere scelto per sé stesso (e non in vista di altro) e che subordina a sé ogni altro termine come semplice mezzo.

Platone aggiungeva che nel tentativo di cogliere il bene in sé, questo si rifugia nel bello. Il bello avrebbe un vantaggio di partenza: è più suscettibile di essere percepito, perché appare prima e con più evidenza. Appare con certezza, anche se non ancora con verità. Nella ricerca del bene, scriveva Platone, ciò che si mostra è il bello. Nella condanna del male, ciò che dapprima spontaneamente inseguiamo, come un furfante, è ciò che è brutto, che fa ribrezzo, ciò che disgusta.

Per sapere, occorre interrogare il disgusto. Infatti nel gusto entrano in risonanza piacere e sapere. Se io gusto qualcosa, vengo a conoscere meglio l’oggetto. Non potrei cogliere tali qualità senza esporre il mio corpo all’impatto con ciò che tocco o assaggio.

Conclusioni

Potremmo dire (con le parole chiave del convegno): il sapere si acquisisce agendo, inseguendo le tracce di una vita buona. E viceversa il mestiere di vivere, il potere di scegliere li scopriamo e esercitiamo attraverso il sapere, ponendoci la domanda: perché chiamo bella questa esperienza? Perché definisco buona, riuscita, well-done questa decisione morale?

Aveva ragione il filosofo Luigi Pareyson4. Sia il gesto artistico sia l’azione etica possiedono una loro intrinseca legalità, tale che le regole del giudizio vanno ricavate dall’opera stessa, di cui facciamo esperienza. È l’opera (etica o estetica) a dischiudere un universo valoriale, da cui trarre norme, regole e principi utili per esprimere un giudizio su quell’opera, su quel gesto.

Non si tratta di applicare una legge generale (una legge data a priori, a monte dell’esperienza, e conosciuta preliminarmente a ogni mediazione storica) all’opera che ci scuote e ci dà da pensare. La verità non è là, nel cielo stellato, fissa, indipendente dalla nostra storia emotiva, a sovrastarci immobile e silenziosa. No. Cielo stellato e legge morale, riconosceva Kant, suscitano ammirazione e venerazione dentro di noi. Quando un manufatto artistico ci scuote, quando un gesto eticamente complesso ci intriga, siamo costretti a partire da tale irripetibile esperienza cognitiva ed emotiva.

Un’azione moralmente encomiabile suggerisce, come un innovativo testo letterario, una sua intrinseca regola d’applicazione; è innovativo e liberante poiché reinventa a suo modo anche la legge con cui interpretarlo e giudicarlo.

Il potere di agire bene è conquistato attraverso il sapere, attraverso la critica, che va a vedere come stanno le cose e giustifica le valutazioni che ne diamo. La bontà è una figura di bellezza; l’opera riuscita è un’attestazione di giustizia.

Note

1 Questo articolo è l’esposizione orale da noi tenuta al Convegno della Società Svizzera di Filosofia, in Lugano, nell’agosto 2021. Le note e la bibliografia si trovano nel testo esteso, in corso di pubblicazione come Atti del Convegno Sapere, potere, agire. Ringraziamo la presidentessa del meeting, professoressa Guenda Bernegger, per il permesso accordatoci.

2 S.  VANNI ROVIGHI, Istituzioni di filosofia, Brescia 1982, La Scuola,  p. 7

3  F. NIETZSCHE,  La nascita della tragedia. Ovvero grecità e pessimismo ( a cura di P.  Chiarini), Bari 1982, Laterza, p. 101

4 L. PAREYSON, Estetica. Teoria della formatività, Milano 1974, Sansoni

 

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