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122 Maggio 2026
Bioetica News Torino Maggio 2026

Bioetica: le prospettive Le riflessioni emerse dal convegno della Pontificia Accademia Alfonsiana "Sfide Attuali e previsioni future".

Il progresso tumultuoso ed inarrestabile degli ultimi decenni ha fatto emergere, a più livelli, alcune problematiche, le cui ricadute coinvolgono tutti. Il nuovo che avanza soppianta il vecchio, ma non sempre migliora la nostra esistenza. Una riflessione critica è pertanto fondamentale ed in tal senso la Bioetica, sin dalle sue origini, ha cercato di svolgere un ruolo di disciplina di sintesi tra i saperi. Per poter continuare la sua “mission” di coscienza critica deve però rinnovarsi, modellarsi sulle istanze emergenti e, in tal modo, potrà continuare ad essere un punto di riferimento, a guidare le scelte morali nell’era globale con l’obiettivo di garantire un futuro rispettoso della vita, della dignità umana e dell’ambiente.

Enrico Larghero


Da più parti si sostiene che la bioetica stia attraversando una fase di crisi. Questa diagnosi non nasce dal nulla. La bioetica è sorta come coscienza critica in un periodo segnato da profondi mutamenti della medicina. I progressi nella rianimazione, nei trapianti, nella fecondazione artificiale e nella genetica sollevavano interrogativi nuovi e inquietanti. A ciò si aggiungeva il peso ancora vivo delle sperimentazioni disumane condotte nei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale. Tali abusi avevano mostrato in modo drammatico i rischi di una ricerca scientifica priva di limiti etici.

Nello stesso periodo cresceva anche la consapevolezza dei danni causati dall’inquinamento ambientale. La salute umana e l’equilibrio dell’ecosistema apparivano sempre più minacciati. In questo contesto si avvertì con forza l’esigenza di criteri etici condivisi. Essi dovevano orientare l’innovazione scientifica, tutelare la dignità delle persone e promuovere il rispetto per l’intero mondo vivente. La bioetica rispose a questa esigenza e, per diversi decenni, offrì un contributo rilevante soprattutto in ambito biomedico.

Fin dalle origini la disciplina si caratterizzò per una forte vocazione interdisciplinare. Accolse tra i suoi principali interlocutori anche i teologi. Il loro apporto risultò decisivo, poiché la teologia morale, sia cattolica sia protestante, disponeva già di una riflessione sistematica sui temi della vita. Con il progressivo consolidarsi della bioetica come disciplina autonoma, tuttavia, emerse la necessità di ampliare ulteriormente gli orizzonti teorici. Le diverse correnti filosofiche assunsero perciò un ruolo sempre più centrale.

Questo pluralismo, però, ebbe anche effetti problematici. Le interpretazioni etiche si moltiplicarono e spesso entrarono in conflitto tra loro. La bioetica divenne così una disciplina estremamente eterogenea. Di conseguenza, perse la capacità di offrire criteri chiari e condivisi per orientare la pratica clinica e la ricerca scientifica. L’originaria forza propulsiva si affievolì progressivamente.

In questo vuoto si inserì il biodiritto. Le questioni bioetiche cominciarono a essere regolate in misura crescente dalle leggi. I criteri giuridici finirono per orientare le scelte cliniche e scientifiche. Il dibattito, però, si spostò dalle sedi della riflessione etica ai tribunali e ai parlamenti. Questo processo contribuì a rendere la bioetica una disciplina sempre più stagnante e marginale.

Tale situazione però non è destinata a durare. Si stanno infatti aprendo nuovi e promettenti orizzonti per il pensiero e per l’agire bioetico. Lo ha mostrato chiaramente il convegno “Le prospettive della bioetica. Sfide attuali e previsioni future”, organizzato dalla Pontificia Accademia Alfonsiana e tenutosi a Roma nei giorni scorsi. L’obiettivo dichiarato era quello di risvegliare una disciplina affaticata, incoraggiando i bioeticisti a superare i confini tradizionali e ad aprirsi a stimoli transdisciplinari, multiculturali e interconfessionali.

Nel suo intervento introduttivo, mons. Renzo Pegoraro ha analizzato la complessità della situazione attuale. Ha sostenuto che gli schemi consolidati e i pareri ormai stereotipati possono essere superati. A questa prospettiva si è collegato anche l’intervento del prof. Henk ten Have, medico e filosofo di rilievo internazionale. Dal 2003 al 2010 ha ricoperto il prestigioso ruolo di direttore della “Divisione etica della Scienza e della tecnologia” dell’UNESCO e in questa veste ha contribuito alla stesura della “Dichiarazione universale sulla bioetica e i diritti umani”. Egli ha più volte affermato che la bioetica, nata in Occidente per rispondere a problemi circoscritti all’ambito clinico, è oggi chiamata ad assumere una responsabilità globale.

Secondo ten Have, alcune sfide contemporanee rendono inevitabile questo passaggio. La vulnerabilità accomuna sia l’umanità sia l’ecosistema. La crisi climatica, le pandemie, le migrazioni e l’espansione dell’infosfera creano forme inedite di interdipendenza. Questi fenomeni non conoscono confini e richiedono risposte che vadano oltre il livello individuale o nazionale. Per questo motivo, egli propone una bioetica capace di superare il paradigma individualista, dominante soprattutto nel contesto nordamericano ed europeo.

Una bioetica rinnovata dovrebbe integrare saperi diversi e favorire il dialogo. In questo modo sarebbe possibile evitare contrapposizioni sterili tra schieramenti ideologici inconciliabili. Gradualmente potrebbe emergere un linguaggio etico comune. Tale linguaggio sarebbe in grado non solo di tutelare i più fragili, ma anche di promuovere una responsabilità condivisa. L’obiettivo sarebbe quello di orientare l’agire collettivo verso forme di cura solidale e sostenibile, riconoscendo l’interdipendenza tra gli esseri umani, le istituzioni e il bio-regno.

Questo percorso, tuttavia, non è privo di condizioni. Come hanno sottolineato anche altri relatori, esso richiede un ridimensionamento dell’influenza del modello neoliberista occidentale. Un modello che, in passato, si è cercato di esportare indiscriminatamente in ogni contesto. È inoltre necessario avviare un dialogo interculturale e interreligioso autentico. Un dialogo capace di ascoltare non solo i problemi globali, ma anche le specificità locali. Solo così la bioetica potrà rinnovarsi senza rinunciare al rispetto dell’identità e della dignità di ogni essere umano.

Giuseppe Zeppegno

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