Nel 2006 la prima edizione del Master. A colloquio con il professor Giuseppe Zeppegno, respnsabile del corso che riparte il 18 ottobre 2026
Il prossimo 16 ottobre inizierà il nuovo Corso di Bioetica, ma questa iniziativa nasce da molto lontano. Infatti la Bioetica della Facoltà Teologica di Torino compie 20 anni. Da allora si sono verificati nel mondo significative cambiamenti, sia a livello culturale che geopolitico. Inevitabili le ricadute sulla disciplina. Ne parliamo con Giuseppe Zeppegno, Responsabile del Corso e Presidente del Centro Cattolico di Bioetica.
1. Professor Zeppegno, è tempo di bilanci. Nel lontano ottobre del 2006 Elio Sgreccia inaugurava la prima edizione del Master Universitario in Bioetica. Quali i suoi ricordi?
Ricordo quel 13 ottobre 2006 come l’inizio di un’avventura accademica e umana davvero significativa perché ancora oggi è viva e ha dato la possibilità a più di duemila persone provenienti da tutta Italia, in prevalenza medici e operatori sanitari, ma anche insegnanti, giornalisti, giuristi e religiosi, di avere una seria formazione bioetica. Il Master trovò subito il sostegno decisivo di mons. Mario Rossino, allora direttore del Ciclo di Specializzazione in Teologia Morale Sociale della Facoltà Teologica di Torino. Fu lui ad accogliere il progetto, a finanziarne l’avvio e a garantirne la dignità accademica. Fondamentale fu poi la collaborazione del Cardinal Elio Sgreccia, allora Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che contribuì alla progettazione del percorso e accettò con grande disponibilità di inaugurare il primo corso con una sua prolusione. La sua presenza conferì autorevolezza all’iniziativa e ci incoraggiò a proporre una bioetica fondata sulla centralità e sulla dignità della persona umana. Fin dall’inizio desiderammo integrare la riflessione etica con una solida preparazione scientifica. Per questo coinvolgemmo la Scuola di Medicina dell’Università di Torino. L’allora preside, professor Giorgio Palestro, che successivamente assunse l’incarico di primo presidente del Centro di Bioetica dell’Arcidiocesi, accolse con entusiasmo la proposta, concesse il patrocinio e favorì la partecipazione di numerosi docenti della sua Facoltà, ai quali si aggiunsero giuristi, sociologi, zoologi ed esperti di altre discipline.
2. Cosa è cambiato in questi due decenni?
Il ventennio trascorso è stato segnato dal passaggio dalla fiducia in una globalizzazione armonica a una condizione di pervasiva fragilità e instabilità. Il mondo è stato attraversato da quattro grandi eventi traumatici: gli attentati dell’11 settembre 2001, la crisi finanziaria ed economica del 2008, la pandemia da SARS-CoV-2 e la drammatica recrudescenza dei conflitti armati. A ciò si sono aggiunti l’irruzione della globalizzazione digitale, l’impatto dell’intelligenza artificiale e, soprattutto, l’acuirsi della crisi ecologica e climatica. Parallelamente, la bioetica tradizionale di matrice anglosassone — a lungo focalizzata in modo pressoché esclusivo sulla clinica — ha mostrato la propria insufficienza di fronte alla complessità dei problemi emergenti. Sottomessa alle logiche dell’ideologia neoliberista, la disciplina ha rischiato di cedere alla biopolitica e al biodiritto il proprio compito maieutico. Negli ultimi anni si è così affermata la consapevolezza che le questioni etiche non possono essere ristrette al solo ambito medico, poiché la salute umana è interdipendente con la giustizia sociale, le disparità socioeconomiche mondiali e la tutela dell’ambiente.
3. Quale futuro per la Bioetica in un mondo in rapido divenire?
Il futuro della bioetica risiede nel passaggio decisivo verso una bioetica globale e integrativa, capace di proporsi come autentica coscienza critica dell’evoluzione tecno-scientifica. Di fronte a un mondo attraversato da trasformazioni rapide e complesse, la disciplina deve adottare una metodologia transdisciplinare, in grado di connettere le scienze biologiche e mediche con la filosofia, il diritto, le scienze sociali e le diverse tradizioni culturali e religiose. La bioetica del futuro deve quindi assumere come principio guida la vulnerabilità, condizione ontologica e antropologica universale dell’essere umano, strutturalmente fragile e legato da relazioni di ineludibile interdipendenza. Questo cambio di prospettiva sposta il baricentro dell’etica dalla sola autodeterminazione alla solidarietà, alla co-responsabilità e alla giustizia distributiva globale, necessarie per affrontare l’accesso equo alle cure, le problematiche riguardanti le migrazioni e le disuguaglianze sistemiche, ma anche le sfide poste dall’intelligenza artificiale. Come richiama papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica humanitas, occorre riconoscere le potenzialità dell’IA senza cedere al paradigma tecnocratico né alle narrazioni transumaniste e postumaniste che tendono a ridurre la persona a un insieme di dati, prestazioni e funzioni superabili: la tecnica deve rimanere al servizio dell’essere umano, salvaguardandone il limite, la libertà, le relazioni e l’irriducibile dignità. Inoltre, la bioetica futura deve ampliare il proprio sguardo alla cura dell’intero ecosistema, convergendo con la prospettiva dell’ecologia integrale promossa da papa Francesco e condivisa da numerosi scienziati e leader religiosi. Infine, per esercitare una reale forza trasformativa, deve tradursi in un capillare impegno educativo a tutti i livelli formativi, orientando le scelte sociali e politiche verso il bene comune planetario e la tutela delle generazioni future.
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