In questi giorni le cronache hanno richiamato l’attenzione sul caso emblematico di un uomo di 40 anni che attende una risposta alla sua richiesta di suicidio assistito, presentata all’ASLTO4 otto mesi fa. Ne parliamo con il Prof. Giuseppe Zeppegno, Presidente del Centro Cattolico di Bioetica. Professore, analizzando la questione secondo una prospettiva di biogiuridica e biodiritto ci troviamo di fronte ad un bivio, ad una apparente contraddizione difficilmente conciliabile. Da un lato, il principio di autodeterminazione del malato, dall’altro la possibilità di accogliere tale disposizione da parte della Regione Piemonte, sulla falsariga di quanto è già avvenuto in Toscana. Il sistema giuridico italiano si fonda sul civil law e quindi sul valore fondativo della nostra Costituzione. L’Articolo 32 richiama infatti al diritto alla salute per tutti. Permettendo ad una singola Regione di legiferare, non viene meno questo principio fondamentale? Non rischiamo di avere in Italia una Sanità a “macchia di leopardo”?
Da troppo tempo in Italia si è avviato il dibattito sulle questioni di fine vita senza addivenire a conclusioni legislative. Sembra tutt’oggi evidente che la politica non sia propensa a giungere in breve tempo ad una chiara definizione della questione visto che la seduta del 2 luglio 2025, in cui la commissione istituita in Senato ha concluso i lavori, non ha avuto ancora seguito perché sono stati costantemente posti cavilli procedurali che impediscono la discussione in aula. Le Regioni, stimolate soprattutto dall’incessante determinazione dell’Associazione Luca Coscioni di promuovere una legge sul suicidio assistito, si stanno muovendo in modo autonomo con esiti contrastanti. Si provoca così una deprecabile bagarre che non risponde affatto ai dettami costituzionali. Le leggi riguardanti i diritti fondamentali, le norme penali e i profili civili, infatti, possono essere espresse solo dal Parlamento.
Ritiene comunque utile, al di là di una legge, che la Regione possa prevedere dei Comitati etici che, secondo una prospettiva ampia e plurale svolgano un ruolo consultivo in merito a singoli casi clinici complessi?
Ritengo di prioritaria importanza la possibilità di giungere quanto prima a legiferare una normativa nazionale al fine di evitare il perpetrarsi della disorientante frammentazione interpretativa attuale. Non credo sia opportuno che si concentri l’attenzione unicamente sul suicidio assistito, ma che si propongano primariamente più efficaci protocolli di assistenza e cura per le persone gravate da patologie irreversibili. Stabiliti protocolli chiari, può essere molto opportuna l’istituzione di comitati etici regionali consultivi. Una tale scelta avrebbe l’indiscusso vantaggio di favorire un discernimento plurale, capace di considerare la complessità della situazione esistenziale, psicologica e sociale della persona. I pareri dei comitati non devono avere valore vincolante, ma suggerire al paziente capace di intendere e volere – o al suo fiduciario se incapace – e ai medici che lo hanno in cura, linee di indirizzo etico e clinico. Per una valutazione ampia ed articolata è opportuno che tali comitati siano formati da una equipe composta da diverse figure professionali (medici con diverse specialità, bioeticisti, giuristi, palliativisti, psicologi, assistenti sociali, ecc.).
La questione dei “casi limite” viene spesso posta in modo strumentale, tale che l’eutanasia e il suicidio assistito siano l’unica strada percorribile per porre fine ad una vita di sofferenza ed ormai priva di senso. È proprio così, oppure si possono percorrere altre strade eticamente e deontologicamente unanimemente più accettabili?
Non è stato diffuso il quadro clinico in cui versa il quarantenne che chiede il suicidio assistito ma è noto che l’Asl di competenza gli ha riconosciuto di diritto di ottenerlo perché la sua situazione risponde ai criteri fissati dalla Corte costituzionale nelle sentenze n. 242/2019, 135/2024 e 66/2025. Tali criteri esigono che la patologia sia irreversibile, le sofferenze fisiche o psicologiche siano intollerabili, ci sia dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e il paziente abbia la capacità di prendere decisioni libere e consapevoli. Quando si verificano queste gravi situazioni patologiche il suicidio assistito non è l’unica soluzione. Ci sono molteplici possibilità di intervento. Prima tra tutte le cure palliative che avvolgono la persona con tutte le attenzioni necessarie per alleviare la sofferenza (terapie antalgiche, trattamento delle infezioni e dei sintomi respiratori, supporto psicologico e spirituale, ecc.). Se, specialmente nelle fasi di fine vita, il dolore è molto forte e non è diversamente trattabile, può essere inoltre applicabile la sedazione palliativa profonda. È anche opportuno sospendere non solo i trattamenti di sostegno vitale, ma anche le terapie che non portano più alcun beneficio, prolungano indebitamente il processo di morte e sono troppo gravosi da sopportare. Sono soluzioni che, a differenza dell’eutanasia e del suicidio assistito, non rinunciano a sostenere e accompagnare il sofferente. Se queste attenzioni saranno potenziate da un adeguato sostegno economico, troppo spesso mancante in ambito sanitario, la richiesta di provocare la morte si ridurrà enormemente.
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