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119 Gennaio
Bioetica News Torino Gennaio 2026

La nascita della coscienza Tra neuroscienze, filosofia e teologia della vita nascente

La complessità del mondo che ci circonda ha portato inevitabilmente alla frammentazione dei saperi. Ormai, in tutti gli ambiti, troviamo delle specializzazioni se non addirittura delle ultra specializzazioni. In Medicina, ad esempio, tra i cardiologi vi sono gli aritmologi, gli emodinamisti, etc. Tuttavia se la conoscenza è un prodotto dell’ingegno, il suo oggetto deve essere la persona nella presunzione  di bene nei suoi confronti. Riportare l’umano al centro significa recuperare una visione olistica in grado di mettere le varie competenze a confronto in una prospettiva dialogica e non conflittuale. La fede e la ragione – scriveva S.Giovanni Paolo II nell’Enciclica Fides et Ratio – sono come due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità.

Enrico Larghero


Domandarsi quando nasca la coscienza significa interrogare l’enigma del passaggio dalla vita biologica alla vita soggettiva, dalla mera esistenza all’esperienza vissuta. È una domanda che abita tre territori: quello delle neuroscienze, che cercano correlati misurabili; quello della filosofia, che riflette sul significato dell’esperienza; e quello della teologia, che vede nella nascita della coscienza l’emergere della persona come mistero, vocazione, immagine di Dio.

Nella prospettiva fenomenologica, la coscienza non è un oggetto tra gli altri, ma la condizione del nostro essere-nel-mondo: è apertura, relazione, orizzonte. Husserl parlava di “vita intenzionale”, Merleau-Ponty di “corpo proprio”. La teologia cristiana coglie in questo movimento originario una risonanza profonda: la coscienza è il luogo in cui l’essere umano è chiamato, interpellato, messo in relazione con un Tu divino e con gli altri.

In questo senso, l’emergere della coscienza è più che un fatto biologico: è l’apparire della possibilità stessa della relazione e della risposta. È il punto in cui la creatura comincia a “sentire” il mondo e, misteriosamente, ad appartenervi.

Per secoli si è creduto che il neonato fosse privo di vera esperienza. Questa visione, filtrata da un certo razionalismo cartesiano, riteneva che la coscienza iniziasse solo con la capacità di riflettere o di pensare. Ma le neuroscienze degli ultimi decenni hanno incrinato radicalmente questo paradigma.

Oggi sappiamo che: i prematuri rispondono al dolore con pattern cortico-talamici complessi; i neonati discriminano voci, volti e stimoli visivi; i feti tardivi apprendono regolarità sonore e riconoscono violazioni nelle sequenze acustiche; reti come il default mode network, collegate alla vita interiore, compaiono prima della nascita.

Questi dati non dimostrano una coscienza riflessiva, ma suggeriscono che, già prima del parto, il bambino non è un organismo neutro: è un soggetto in formazione, un embrione di coscienza.

La teologia cristiana ha sempre riconosciuto la centralità del corpo: dalla creazione dell’uomo “plasmato dalla terra” al Dio che si fa carne. Merleau-Ponty, con linguaggio filosofico, dice lo stesso: il corpo è la condizione della coscienza, non il suo ostacolo.

Il grembo materno — luogo teologico e biologico insieme — appare come la prima “dimora” in cui la soggettività prende forma. Non è uno spazio vuoto, ma un mondo di ritmi, suoni, voci, movimenti. Le neuroscienze mostrano che in quel grembo il feto comincia davvero a riconoscere, distinguere, apprendere. Il mondo prenatale diventa così il primo laboratorio della vita interiore.

Gli studi indicano che la coscienza non può emergere prima della formazione delle connessioni talamo-corticali, intorno alla 24ª settimana. Senza questa struttura, non c’è integrazione sensoriale e dunque non c’è esperienza. Ma questo dato fisiologico non esaurisce tutto il fenomeno.

La filosofia e la teologia ricordano che: il cervello abilita, ma non spiega la coscienza; l’esperienza soggettiva non è riducibile ai suoi correlati neurali; la persona è più del suo funzionamento cognitivo.

Nella prospettiva cristiana, la persona è tale non perché è cosciente, ma perché è voluta, amata, chiamata. La coscienza è il luogo in cui questa vocazione si illumina gradualmente, non ciò da cui essa dipende ontologicamente.

Le neuroscienze confermano ciò che la fenomenologia e la teologia intuivano: la coscienza non nasce in un istante, come una luce che si accende, ma cresce progressivamente come una trama di relazioni, memoria e integrazione. Tra la 24ª e la 40ª settimana, il feto acquisisce forme elementari di continuità temporale e di risposta agli stimoli. Dopo la nascita, la coscienza si espande nella reciprocità, nello sguardo, nel contatto.

Il bambino non entra nel mondo come una tabula rasa, ma come un sé nascente, già intessuto di memoria sensoriale e di relazioni.

La filosofia sottolinea l’emergere della soggettività; la teologia ne contempla il senso ultimo: la coscienza è il luogo in cui la creatura si riconosce come destinataria di una chiamata, luogo di libertà e di responsabilità morale. La sua genesi non è solo un processo biologico, ma un evento di rivelazione progressiva.

Alla fine, neuroscienze, filosofia e teologia convergono su un punto: la coscienza è un mistero che si lascia illuminare, ma non si lascia catturare. Possiamo descrivere le condizioni che la rendono possibile; possiamo analizzare i passaggi che la fanno emergere; ma non possiamo spiegare perché da un tessuto di cellule e sinapsi nasca una voce interiore, un “io”, un volto del mondo che esiste solo per un soggetto.

La coscienza, che affiora già nel ventre materno come intuizione primordiale, è il primo segno della nostra vocazione al dialogo, alla relazione, alla trascendenza. Nasce lentamente, come una luce che cresce, ma non cessa mai di rinviare oltre sé stessa.

Santo Lepore

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