L’articolo confronta il pensiero di Thomas Hobbes con le piattaforme social contemporanee, mostrando come la cessione di libertà al Leviatano trovi oggi un parallelo nella delega di dati e decisioni agli algoritmi. Questo potere, non coercitivo ma pervasivo, orienta comportamenti e desideri, alimentando il capitalismo della sorveglianza e riducendo l’autonomia individuale, soprattutto nei giovani.
Nel XVII secolo Thomas Hobbes sosteneva che gli individui avrebbero dovuto, attraverso la stipula di un contratto sociale, cedere la propria libertà e il diritto all’autodeterminazione allo Stato, il quale in cambio avrebbe garantito ordine, pace e sicurezza. Questo perché le persone, secondo il filosofo inglese, erano incapaci di autogovernarsi senza cadere nel conflitto.
Oggi con le varie piattaforme social ci troviamo di fronte ad una situazione per certi versi analoga: le persone cedono le proprie informazioni personali, la tracciabilità e le preferenze intime a questi software bulimici di dati ed in cambio ricevono orientamento, consigli su cosa comprare, cosa leggere, come reagire di fronte alle diverse situazioni.
A differenza del Leviatano di Hobbes che fondava la Stato sulla coercizione e sulla detenzione della forza i social attuano una forma di controllo più fluida, subdola quasi impercettibile anticipando desideri, scelte e reazioni orientando l’utente nella direzione desiderata.
Certamente nel periodo in cui Hobbes scriveva il Leviatano queste situazioni specifiche non erano previste, ma rispondono coerentemente al suo pensiero antropologico: l’uomo preferisce essere indirizzato e guidato nelle situazioni anziché dover affrontare la situazione e prendere una decisione.
I social ci conoscono molto più di quanto conosciamo noi stessi e ogni azione, ogni parola, ogni immagine, ogni ricerca effettuata diventa un tassello informativo che va ad aggiungersi a quelli già presenti. Un surplus di informazioni raccolte che verranno utilizzate al momento opportuno per anticipare i comportamenti e influenzarli attivamente al fine di generare potenziali profitti.
L’utilizzo di queste piattaforme pone l’utilizzatore in una situazione di costante visibilità e ogni azione “pubblicata” è sottoposta a valutazione immediata da parte della community. Una condizione di competizione che genera ansia, aggressività e polarizzazione. Come nello stato di natura, dice Hobbes, manca una legge comune, così nello “stato” social vige l’arbitrio della comunità imprevedibile e volubile.
Ecco allora la necessità di conformarsi continuamente, di rinunciare alla propria spontaneità e al proprio pensiero, di applicare standard che conducono all’omologazione per scongiurare il dramma temuto: la morte social, l’invisibilità, diventare irrilevanti e subire l’esperienza dell’indifferenza altrui.
Ci troviamo in quello che Shoshana Zuboff definisce “Il capitalismo della sorveglianza”, un nuovo ordine economico, un modello in cui la ricchezza e il potere si fondano sulla raccolta e sulla manipolazione dei dati personali. La vita, i valori sociali, le esperienze personali, le emozioni delle persone diventano elementi da catturare e trasformare in materiale commerciale.
Sarah Wynn-Williams ex Direttrice delle Politiche Pubbliche di Facebook nel libro Careless People pubblicato all’inizio del 2025 rivela come, già nel 2017, la società stesse lavorando per ampliare il targeting pubblicitario verso la fascia di età compresa tra i 13 e i 17 anni. L’obiettivo era sfruttare la fragilità emotiva e comportamentale degli adolescenti.
La piattaforma sarebbe in grado di intercettare i momenti “critici” di ragazzi e ragazze filtrando parole chiave come “insicuro”, “stressato”, “ansioso”, “sconfitto”, “inutile”, “fallito”, oppure cogliere le preoccupazioni che i giovani esprimono riguardo al proprio corpo, come la perdita di peso o il desiderio di una muscolatura più robusta. Come rivela Wynn-Williams, lo stesso accade quando un adolescente cancella un selfie: questi momenti di insicurezza si trasformano in occasioni per spingere gli utenti ad acquistare sempre di più, attraverso la promozione immediata di prodotti per il corpo, cosmetici, abbigliamento alla moda, libri che promettono soluzioni ai problemi, e così via.
Il paradosso è che questa modalità non viene vissuta dagli adolescenti come un’invasione della propria privacy, ma, come già osservato, come qualcosa di lenitivo e “su misura”, perché il social si configura come un soggetto capace di consolare, comprendere e consigliare. In modo analogo viene percepito anche dagli adulti.
Si è come anestetizzati: viene meno la percezione del condizionamento e della manipolazione, attraverso cui l’individuo diventa monetizzabile e facilmente preda degli inserzionisti. «Sembra – commenta Wynn-Williams – un passo concreto verso il futuro distopico».
Secondo la Zuboff, per impedire che questa forma di capitalismo eroda definitivamente la democrazia e restringa la libertà, è necessario rivedere gli strumenti normativi presenti, in particolare quelli sulla privacy e sull’antitrust, spesso inadeguati a contenere lo strapotere delle piattaforme social e restituire centralità all’essere umano e alla sua autonomia. In modo particolare i giovani devono essere aiutati a riconoscere i propri stati emotivi e educati nel saperli gestire in prima persona senza dover ricorrere ad un algoritmo.
Le piattaforme sono strumenti e come tali devono essere considerate e utilizzate, non possono e non devono diventare surrogati sostitutivi delle relazioni umane, né oggetti di legame sostitutivo, come nel caso dei “fidanzati” virtuali arrivati perfino a essere sposati come accaduto di recente in Giappone.
© Bioetica News Torino, Gennaio 2026 - Riproduzione Vietata





