Sostieni Bioetica News Torino con una donazione. Sostieni
121 Marzo - Aprile 2026
Bioetica News Torino Pasqua 2026

Il Film. “Hamnet”, di Zhao C.

Con Hamnet Chloé Zhao compie un’operazione cinematografica di rara densità lirica, confrontandosi con uno dei miti più delicati della letteratura occidentale, ovvero l’origine del genio shakespeariano. Lontano dalle ricostruzioni storiche didascaliche, il film (che si ispira al pluripremiato romanzo di Maggie O’Farrell) si muove sul crinale sottile tra cronaca di un lutto privato e genesi di un capolavoro universale.

Una regia di silenzi e natura

La forza della pellicola è tutto nella capacità di Zhao di importare la sua cifra stilistica (quel naturalismo contemplativo che abbiamo ammirato in Nomadland) nell’Inghilterra elisabettiana. La natura diventa co-protagonista: il vento tra le fronde e la luce naturale che avvolge le brughiere di Stratford restituiscono un’immediatezza tattile che smorza la solennità del dramma in costume. La cinepresa di Zhao osserva Agnes e Will come una giovane coppia travolta dalla perdita del figlio undicenne, Hamnet.

Un sodalizio attoriale d’eccellenza

Il film trova la sua più grande forza nelle interpretazioni di Jessie Buckley e Paul Mescal. Buckley tratteggia una Agnes Hathaway vibrante, una figura quasi sciamanica, radicata nella terra e nella conoscenza delle erbe, la cui sofferenza è restituita con una dignità composta ma lacerante. Mescal offre una prova di straordinaria sensibilità nel ruolo di un giovane William Shakespeare; il suo è un ritratto umano, lontano dalla retorica del “Bardo”, capace di mostrare l’uomo che tenta disperatamente di sublimare l’assenza attraverso la parola scritta.

La catarsi del finale

Nonostante il film non esiti a esplorare le vette del melodramma, la sua spinta emotiva è sempre sorretta da una costruzione formale rigorosa. La sequenza finale al Globe Theatre è senza dubbio uno dei vertici del cinema dell’anno. La sovrapposizione tra la messa in scena dell’Amleto e il ricordo del figlio perduto trasforma il teatro in un rito catartico. È qui che la tesi del film si compie: l’arte, più che una semplice imitazione della vita, è l’unico luogo in cui ciò che è andato perduto può continuare a esistere.

La sequenza della performance è costruita con un montaggio alternato che intreccia il sudore dell’attore sul palco con il respiro spezzato del ricordo di Hamnet. In questa sovrapposizione, il nome del figlio (che nell’Inghilterra elisabettiana era intercambiabile con quello del Principe di Danimarca) cessa di essere un etichetta tombale per diventare un’invocazione vitale. La scelta di utilizzare le armonie minimaliste di Max Richter sottolinea questa transizione, la musica sospende l’azione e trasforma il dolore privato di Will e Agnes in un’esperienza collettiva e universale.

L’interpretazione di Zhao suggerisce che la scrittura di Shakespeare nasca da una necessità viscerale di “riparare” la realtà. Il padre non ha potuto salvare il figlio dalla peste, ma sulla scena può almeno interloquire con il suo spettro, dando voce a ciò che è rimasto inespresso.

Agnes, osservando l’opera dal pubblico, comprende che il marito non ha “usato” la tragedia del figlio, ma l’ha protetta dall’oblio. In questo senso, Hamnet diventa una meditazione sul potere salvifico della narrazione. L’atto di raccontare non serve a dimenticare il dolore, ma a trasformarlo in un oggetto eterno, capace di parlare ai secoli.

© Bioetica News Torino, Aprile 2026 - Riproduzione Vietata

Sullo stesso tema: Bioetica e Cinema