L’articolo ripercorre la storia dell’amianto, da materiale ritenuto magico e incombustibile nell’antichità alla sua diffusione industriale tra Ottocento e Novecento. Nonostante le prime evidenze dei danni alla salute emergessero già agli inizi del Novecento, interessi economici e disinformazione ne ritardarono il bando. Le fibre di amianto, altamente inalabili, causano gravi patologie come asbestosi e mesotelioma, con effetti ancora oggi presenti a causa dei lunghi tempi di latenza. L’articolo evidenzia come la tardiva regolamentazione abbia generato un enorme costo umano e sanitario.
Scrive Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historia: «È stato scoperto, ormai da tempo, un lino che non brucia. […] Questo materiale, quando lo si trova, raggiunge il valore delle perle più pregiate. Dai Greci viene detto asbéstino per le sue proprietà naturali». Più avanti dirà: «L’amianto, simile all’allume, è inattaccabile dal fuoco. Protegge contro tutti i malefici, in particolare quelli dei magi».
Plutarco racconta di un lino incombustibile. Nel Milione Marco Polo ne decanta la resistenza al fuoco e si narra che Carlo Magno abbia usato una coperta ignifuga.
Asbestos, termine greco che vuol dire “inestinguibile”, “perpetuo” considerato magico per le sue particolari e straordinarie proprietà e la sua resistenza al fuoco.
Siamo abituati a chiamarlo genericamente amianto, asbesto, ma in realtà si tratta di un gruppo di minerali appartenenti alla classe dei silicati: crisotilo, crocidolite, amosite, antofillite, tremolite e actinolite. Può essere presente nel suolo come componente naturale dei giacimenti mineralogici ed è anche possibile trovarlo associato ad altri minerali come per esempio il talco.
Una delle prime cave di amianto crisolito venne scoperta in Canada nella regione del Québec nel 1877, il prodotto estratto era destinato per la maggior parte all’estero, Asia e America Latina. Negli anni successivi l’estrazione dell’amianto si sviluppò anche in altri Paesi: Russia, Sudafrica e Italia. In Piemonte, a Balangero, a pochi chilometri da Torino, era attiva la più grande cava di amianto d’Europa.
L’Amiantifera di Balangero iniziò la sua attività estrattiva nel 1918, incrementando progressivamente la produzione fino a raggiungere decine di migliaia di tonnellate di amianto all’anno nei periodi di massima operatività. Nel corso degli anni ’50 e ’60, la miniera impiegava oltre 300 lavoratori, tra operai e impiegati.
Grazie alle sue proprietà fisiche (resistenza al calore e al fuoco, elevata capacità isolante, resistenza chimica, flessibilità, costo molto basso) trovò applicazione in centinaia di prodotti industriali. Venne largamente impiegato in edilizia, nei trasporti, nella realizzazione di tessuti tecnici antincendio e in diverse applicazioni domestiche.
La domanda crescente di manufatti in amianto portò anche in Italia all’apertura di fabbriche di cemento‑amianto: Lombardia, Emilia-Romagna, Puglia. In Piemonte a Casale Monferrato nel 1907 iniziava la sua produzione il più grande stabilimento di cemento-amianto d’Europa, la Eternit. Ben presto divenne il marchio più conosciuto, sinonimo stesso di costruzione moderna: i suoi prodotti si trovavano nei tetti, nei tubi, nei capannoni, nelle guarnizioni idrauliche, ovunque.
La produzione e il successo sembravano inarrestabili, eppure già da diversi anni circolavano documenti medici e ricerche scientifiche che dimostravano la pericolosità del minerale. Lo stesso Plinio osservò, in modo assolutamente empirico, che gli schiavi addetti alla lavorazione del materiale si ammalavano più facilmente e avevano una salute più fragile.
Se l’intuizione di Plinio fosse stata confermata da adeguate evidenze scientifiche e tradotta in misure preventive, nel corso dei secoli si sarebbero potuti evitare innumerevoli casi di malattia legati all’esposizione all’asbesto.
La pericolosità dell’amianto, nonostante il termine greco significhi “puro”, “immacolato”, risiede nella sua struttura fisica costituita da sottilissime fibre facilmente inalabili. Queste fibre, hanno un diametro oltre mille volte inferiore a quello di un capello umano, ma hanno un’altissima resistenza alla trazione, simile se non superiore a quella dell’acciaio. Entrate nell’organismo si comportano come dei piccoli aghi che producono delle infiammazioni croniche, danneggiano altre cellule e provocano cicatrici irreversibili.
Nel 1924 la morte di Nellie Kershaw, giovane operaia della Turner Brothers in Inghilterra, fu attribuita a una grave fibrosi polmonare provocata dalla presenza nei suoi polmoni di particelle minerali di amianto. Il medico che curò l’indagine sulla morte di Nellie definì per la prima volta quella patologia “asbestosi”. Purtroppo, la malattia non venne riconosciuta ed il caso volutamente archiviato.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante la quale l’amianto venne impiegato per proteggere soldati e mezzi militari dagli incendi provocati dalle esplosioni, nuovi studi scientifici confermarono che l’esposizione alle sue fibre era associata allo sviluppo del cancro ai polmoni.
Nel 1955 Richard Doll, medico, epidemiologo e fisiologo britannico, pubblicò sul British Journal of Industrial Medicine lo studio “Mortality from Lung Cancer in Asbestos Workers”, risultato di una analisi compiuta sui lavoratori di una fabbrica inglese di amianto. I dati prodotti evidenziarono un tasso di mortalità per cancro polmonare fino a 14 volte superiore rispetto alla popolazione generale.
Si trattava di dati inequivocabili avvalorati scientificamente; tuttavia, lo studio di Doll presentava un limite: aveva considerato solo i lavoratori di una fabbrica di trasformazione dell’amianto, senza valutare i danni provocati dall’uso dei manufatti né l’esposizione ambientale o domestica che poteva derivare dal loro impiego.
Nel frattempo, la grande industria dell’amianto, attraverso l’Asbestos Information Committee, promosse nel Regno Unito, tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, un’intensa operazione di comunicazione volta a minimizzare i rischi per la salute e difendere gli interessi economici del settore.
Si trattò di una sistematica diffusione di fake news, proprio mentre le malattie professionali legate all’amianto stavano aumentando in modo significativo e le autorità di controllo preposte iniziavano a considerare norme più severe.
Gli studi scientifici e medici proseguirono incessantemente e portarono alla definitiva conferma che anche coloro che non lavoravano direttamente a contatto con il minerale potevano ammalarsi. Era sufficiente entrare in contatto con indumenti di lavoro contaminati, oppure risiedere nell’area limitrofa a miniere, fabbriche o edifici contenenti amianto. Venne accertato che anche basse concentrazioni di fibre di amianto possono comportare il rischio significativo di sviluppare la malattia, il cui periodo di latenza è molto lungo, variando in genere tra 20 e 40 anni.
L’Italia è stato uno dei primi Paesi a mettere al bando l’amianto con la Legge 257/1992, che proibì l’estrazione, la produzione e la commercializzazione. A livello europeo, il bando completo fu sancito nel 1999 (Direttiva 1999/77/CE), con l’entrata in vigore nel 2005 in tutti gli Stati membri.
A livello mondiale, solo 62 Paesi (tra cui tutti quelli appartenenti all’Unione Europea) hanno messo al bando l’amianto, in altri Paesi (Russia, Cina, Brasile) continua ad essere estratto, lavorato ed utilizzato.
La storia dell’amianto mostra come il ritardo tra l’attuazione di sistemi di prevenzione e regolamentazione normativa si sia tradotto in un costo umano altissimo. Anche se il Registro Nazionale Mesoteliomi (ReNaM), attivo dal 2002, ha dichiarato che il picco dovrebbe essere stato superato, il numero dei decessi per mesotelioma pleurico o per tumore ai polmoni è destinato purtroppo a continuare visto il lungo periodo di latenza della malattia.
Come abbiamo visto per troppo tempo hanno prevalso la logica economica e gli interessi industriali a scapito della tutela della salute dei lavoratori e della popolazione.
© Bioetica News Torino, Aprile 2026 - Riproduzione Vietata



