Con L’ultimo turno (Heldin), la regista svizzera Petra Volpe firma un’opera che segna un punto di svolta nel panorama del cinema europeo contemporaneo. Dopo Dreamland (2013) e il pluripremiato The Divine Order (2017), Volpe torna a interrogare la società, scegliendo come teatro narrativo l’ospedale, luogo simbolo delle fragilità collettive.
Presentato in anteprima alla Berlinale Special Gala, il film si afferma come un atto di denuncia ma anche come un’esperienza emotiva che sfianca, commuove e lascia lo spettatore senza respiro.
La protagonista è Floria Lind, infermiera in un ospedale cantonale svizzero, interpretata da una straordinaria Leonie Benesch. L’arco narrativo si concentra su un’unica giornata lavorativa, un vero e proprio tour de force fatto di emergenze, codici rossi, pazienti in attesa, medici irreperibili e un reparto stremato da una cronica carenza di personale. Al suo fianco, solo una dottoranda alle prime arm. Troppo poco per reggere il peso di vite che oscillano tra la vita e la morte.
Volpe ci trascina nei corridoi illuminati al neon, tra barelle che sfrecciano e stanze che custodiscono drammi silenziosi. La routine diventa una corsa contro il tempo, fatta di disinfettanti, farmaci, improvvisi collassi e sorrisi forzati, con Floria costretta a comprimere la propria umanità dietro la maschera della professionalità.
Leonie Benesch, il cuore pulsante del film
Dopo aver stupito in La sala professori, Benesch conferma qui il suo talento poliedrico, regalando un’interpretazione che resterà nella memoria. Nei panni di Floria, è una maratoneta emotiva e fisica: corre, ascolta, consola, resiste. Ma soprattutto mostra la crepa sotto l’armatura, quel rischio di cedimento che rende il personaggio tanto autentico quanto universale.
Il suo lavoro attoriale alterna ironia e dolcezza a scatti di frustrazione, fino a esplodere in momenti di ribellione liberatoria – come quando getta dalla finestra l’orologio di un paziente privilegiato, simbolo di una società che pretende puntualità mentre altrove la vita si spegne. È la dimostrazione che anche nella disperazione si può intravedere un atto di resistenza.
Petra Volpe orchestra il racconto con uno stile a metà tra documentario e cinema di tensione. La macchina da presa segue Floria con occhio vigile e implacabile: ogni long take, ogni dettaglio chirurgico – una mano che cerca il farmaco giusto, una porta che sbatte, un respiro affannoso – diventa parte di una partitura visiva quasi musicale.
Il montaggio di Hansjörg Weißbrich imprime al film la precisione di un orologio svizzero, mentre la fotografia di Judith Kaufmann trasforma l’ambiente ospedaliero in un palcoscenico dove la luce sterile convive con lampi di umanità. Non c’è artificio, solo la crudezza della realtà restituita con intensità cinematografica.
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