Viviamo tempi di gravissime violazioni alla dignità umana. Da un lato, forme “antiche” di violenza, quali guerre, migrazioni, conflitti sociali e ambientali, povertà; dall’altro nuove questioni legate al mutamento dei paradigmi culturali, alle prospettive aperte dalle tecnoscienze che generano speranza, ma al contempo proiettano un’ombra di inquietudine dall’inizio alla fine della vita (aborto, fecondazione in vitro, eutanasia e suicidio assistito, tra i vari esempi). Si impone una profonda riflessione che partendo dal reale possa riproporre un modello in grado di coinvolgere non solo le Istituzioni, ma anche famiglie, educatori, operatori, con l’obiettivo di riaffermare il Vangelo della Vita. Il recente Documento di Papa Francesco “LA VITA E’ SEMPRE UN BENE”, oltre che un simbolico commiato sui temi della Pastorale emersi durante il suo Pontificato, può costituire il fulcro di un progetto esistenziale intorno alla proposta cristiana per l’uomo contemporaneo.
Enrico Larghero
Il sussidio La vita è sempre un bene, redatto dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita è stato pubblicato in occasione del 30° Anniversario dell’Enciclica Evangelium vitae. Come ha rilevato il Card. Kevin J. Farrell, Prefetto del Dicastero, il nuovo documento ha lo scopo di avviare processi di rinnovamento pastorale. Vuole essere la risposta alle tante preoccupazioni che sorgono a causa delle gravi violazioni della vita umana che si perpetuano «in tanti Paesi, tormentati da guerre e da ogni genere di violenza».
Due urgenze si pongono in modo ineludibile. La prima ci ricorda che è giunto il tempo di allargare lo sguardo oltre le tematiche di inizio e fine vita che, per troppo tempo, hanno catalizzato l’attenzione generale impedendo un approccio globale alle nuove questioni emergenti. La seconda nasce dall’esigenza di non delegare la riflessione bioetica ai soli esperti, ma di renderla parte integrante di ogni cammino ecclesiale.
Queste istanze erano già state auspicate dalla lettera Humana communitas, indirizzata l’11 febbraio 2019 da Papa Francesco al Presidente della Pontificia Accademia per la vita in occasione del XXV anniversario della sua istituzione. Nel testo si chiedeva di dare spazio, senza tentennamenti, ad alcune indifferibili priorità: «comprendere le trasformazioni epocali che si annunciano»; prestare attenzione «all’impatto dell’ambiente sulla vita e sulla salute»; verificare l’influsso delle nuove tecnologie che «avvalendosi dei risultati ottenuti dalla fisica, dalla genetica e dalle neuroscienze, come pure della capacità di calcolo di macchine sempre più potenti» possono «intervenire molto profondamente nella materia vivente»; «affrontare le domande che si pongono nel dialogo tra le diverse culture e società che, nel mondo di oggi, sono sempre più strettamente a contatto».
La desiderata apertura alle nuove frontiere della bioetica non si vuol far coincidere con il disinteresse per l’area medica. L’intento dichiarato è quello di ampliare l’orizzonte della ricerca senza escludere alcun ambito. Dovrà soprattutto essere integralmente rinnovato il metodo di lavoro. Sarà indispensabile – osserva ancora il sussidio – «creare spazi di incontro e dialogo con un linguaggio chiaro, coerente con il Magistero; testimoniare e formare al rispetto della dignità della persona umana in ogni ambito pastorale: nella catechesi a bambini e adulti, nella pastorale giovanile, nell’accompagnamento dei fidanzati, delle famiglie, nei contesti missionari, nelle università e nelle scuole cattoliche. Soprattutto è necessario formare operatori, che a loro volta sappiano formare famiglie, sposi, giovani, al rispetto della vita umana nelle loro scelte di vita quotidiana».
Nell’ambito specifico del fine vita si dovrà incrementare l’impegno alla diffusione delle cure palliative che – come ricorda il Comitato Nazionale per la Bioetica – offrono la possibilità di dare sollievo al malato terminale con «una cura globale e integrata, finalizzata a preservare e migliorare la qualità di vita dei pazienti con malattie gravi cronico-evolutive per alleviare il dolore e la sofferenza». Allo stesso tempo si dovrà diffondere la promozione di un accompagnamento olistico a quanti vivono l’ultimo tratto della loro esistenza terrena e alle famiglie provate dalla perdita di una persona cara. Altrettanto importante sarà il rilevamento delle obiezioni mediche, culturali e legali che vengono poste a proposito del suicidio assistito, dell’eutanasia e della pena di morte perché – come indica il Catechismo della Chiesa Cattolica – «un’azione oppure un’omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un’uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. Sarà altresì opportuna la sensibilizzazione per la donazione e il trapianto di organi che – come ha ricordato il compianto Papa Francesco – «si pone non solo come atto di responsabilità sociale, bensì quale espressione della fraternità universale che lega tra loro tutti gli uomini e tutte le donne». Occorre anche incoraggiare una adeguata stesura delle disposizioni anticipate di trattamento, utili nel caso venga a mancare la capacità decisionale. Come ha ricordato il recente documento Piccolo lessico del fine vita della Pontificia Accademia per la Vita, le disposizioni non sono prive di ombre perché vengono intese da alcuni come una scelta arbitraria di anticipare la morte. Però, possono essere compilate senza disconoscere «che la vita terrena è una benedizione di Dio», ma ricordando al contempo che «non costituisce il valore supremo e assoluto», pertanto, si può chiedere che siano evitati i trattamenti sproporzionati che hanno l’unico negativo scopo di prolungare il processo di morte.
Sarà un cammino complesso ma certamente foriero di buoni frutti nella misura in cui ogni vescovo, sacerdote, religioso, religiosa e laico sarà aiutato a operare negli ambiti che gli sono propri per diffondere il rispetto di ogni vita e dell’intero ecosistema.
Giuseppe Zeppegno

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