La recente Giornata della Salute mentale richiama l’importanza da dedicare a questo tema di grande attualità. La riflessione, secondo il consolidato modello bio-psico-sociale, deve coinvolgere tutti, dalle Istituzioni ai cittadini, passando inevitabilmente dalle figure professionali degli operatori sanitari. I confini tra salute e malattia in tale ambito sono sfumati. Si apre un ventaglio di realtà con peculiarità diverse tra loro, ma accomunate da un profondo disagio esistenziale e relazionale. Ad una eziologia plurifattoriale segue una terapia articolata, ma che non può passare soltanto dai farmaci. Per tali ragioni la ricerca deve continuare sia nell’ambito scientifico che in quello socio-assistenziale. Nella consapevolezza che non sempre alle cure segue la guarigione, ma con la certezza ispirata al famoso psichiatra Franco Basaglia e cioè che “da vicino nessuno è normale”.
Enrico Larghero
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), già dai dati emersi nel 2019 una persona su otto nel mondo soffriva di un disturbo mentale-psichico, per un totale di circa un miliardo di individui. Tale realtà si è consolidata e rafforzata negli ultimi anni.
Ma cosa si intende esattamente per disturbo mentale-psichico? L’elenco dei disturbi mentali è lungo e complesso. L’attuale classificazione internazionale delle malattie (ICD-11 International Statistical Classification of Diseases) ne conta circa 200, tra cui disturbi affettivi come fobie, disturbi bipolari e post-traumatici, disturbi compulsivi, dipendenze, disturbi alimentari, deficit dell’attenzione, e vari disturbi della personalità, come il narcisismo e la schizofrenia. Tuttavia, non tutte le persone che affrontano difficoltà emotive o stress possono essere considerate malate. La gravità del disturbo è determinata dal grado in cui la vita quotidiana ne risulta compromessa.
Nel tempo, medici, psicologi e filosofi hanno proposto diverse teorie per definire cosa costituisce un disturbo mentale-psichico, ma nessuna ha ottenuto un consenso unanime. Questa ambiguità rende difficile interpretare dati come quelli dell’OMS: cosa si intende esattamente quando si parla di “disturbi mentali-psichici”? La comprensione dei disturbi mentali influisce anche sul modo in cui vengono studiati e trattati. Farmaci, psicoterapia, meditazione: quale approccio è il più efficace?
Una delle teorie più popolari è quella che collega la depressione a uno squilibrio di serotonina nel cervello. Questa visione, promossa anche dalla cultura popolare, ha portato alla diffusione di antidepressivi come il Prozac (principio attivo Fluoxetina). Tuttavia, ricerche recenti mettono in dubbio l’efficacia di questi farmaci, soprattutto nei casi meno gravi, e la stessa teoria della “carenza di serotonina” è stata criticata per la sua parzialità.
Gli antidepressivi, in effetti, possono essere utili, ma non è chiaro perché funzionino solo in alcuni casi. Studi recenti suggeriscono che questi farmaci potrebbero favorire la neuroplasticità, ossia la capacità del cervello di creare nuovi collegamenti sinaptici, il che spiegherebbe perché i loro effetti si manifestano solo dopo settimane di trattamento.
La sofferenza mentale non può essere ridotta a una semplice questione di chimica cerebrale. Ogni individuo è diverso, e le cause dei disturbi mentali sono complesse e multifattoriali. Riconoscere questa complessità è essenziale per sviluppare approcci più efficaci e umani nella cura dei disturbi mentali-psichici.
Nonostante decenni di ricerca, oggi conosciamo ancora poco sui biomarcatori che potrebbero diagnosticare con certezza i disturbi mentali. Non esistono esami del sangue, profili genetici o tecniche di imaging capaci di identificare in modo inequivocabile una malattia mentale. Di conseguenza, i terapeuti continuano a basarsi su interviste e checklist, come quelle del *Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders* (DSM) o dell’ICD, per diagnosticare i disturbi mentali. Questo metodo, però, lascia spazio all’interpretazione e non fornisce informazioni chiare sulle cause sottostanti.
Negli ultimi anni, molti psichiatri hanno preferito una classificazione “dimensionale”, che valuta il grado di compromissione della vita quotidiana piuttosto che incasellare i pazienti in diagnosi specifiche. Questo approccio considera anche le comorbidità, ossia la presenza contemporanea di più disturbi, e riflette la complessità delle sofferenze psichiche.
Oggi, alcune espressioni lievi dello spettro autistico, per esempio, vengono sempre più considerate varianti normali del comportamento umano, piuttosto che patologie. Questo cambiamento di prospettiva sposta l’attenzione dalle disfunzioni interne agli individui alle restrizioni imposte dal contesto sociale.
Quindi, le malattie mentali non possono essere ridotte a mere anomalie biologiche. Piuttosto, sono il risultato di una complessa interazione tra corpo, mente e ambiente sociale. Ad esempio, il fenomeno del “hikikomori” (comportamento di alcuni giovani, soprattutto maschi, che per settimane o mesi non lasciano la propria camera o il proprio appartamento e rifuggono da ogni contatto sociale) in Giappone, caratterizzato dall’isolamento sociale, riflette l’estrema formalità delle relazioni sociali in quel paese. Allo stesso modo, la diffusione di disturbi come il burnout è legata ai ritmi frenetici della vita moderna nelle società post-industriali.
In conclusione, i disturbi mentali rappresentano uno spettro di manifestazioni diverse, influenzate da molteplici fattori. Questi disturbi non possono essere pienamente compresi attraverso le categorie diagnostiche tradizionali, e ciò che consideriamo “normale” può cambiare nel tempo. Accettare questa complessità ci permette di affrontare con maggiore umanità e comprensione le sofferenze mentali, riconoscendo che le diagnosi sono strumenti utili, ma non infallibili. La prossima volta che ci chiediamo “ma è normale?”, potremmo considerare che la normalità è un concetto in continua evoluzione.
Santo Lepore
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