E' legittimo usare le biotecnologie per eliminare fragilità e insicurezze al fine di raggiungere benessere e realizzazione?
Attraverso riferimenti a Pascal, Seneca e Platone, l’autore mette a confronto la ricerca interiore della felicità con l’illusione, tipica della società dei consumi e del pensiero transumanista, di poterla ottenere tramite mezzi artificiali.
È giustificabile l’utilizzo di qualsiasi strumento che le biotecnologie ci mettono a disposizione per rimuovere quanto può essere fonte di preoccupazione, insicurezza e vulnerabilità al fine di ottenere salute, prestanza fisica e mentale, longevità e felicità?
Una miglior condizione fisica, intellettuale e cognitiva può rendere una persona più sicura di sé, più brillante, disinvolta di fronte agli altri e renderla più felice?
Questa è l’idea che sta alla base del pensiero bioliberale e transumanista.
La ricerca della felicità anima da sempre l’uomo lungo la sua storia. Si manifesta nel soddisfacimento dei bisogni primari e indispensabili, come il nutrirsi e il dissetarsi; altre volte si esprime nell’aspirazione a ciò che assume la forma del superfluo per spingersi, infine, verso desideri che non appartengono né all’ordine del naturale, né a quello del necessario, come il desiderio di fama, di successo e di potere.
Nei Pensieri Pascal così scrive a proposito della felicità: «Tutti gli uomini cercano di essere felici. Non ci sono eccezioni, per quanto diversi possano essere i mezzi impiegati. Tutti mirano a questo fine».
La percezione della felicità varia in base all’altezza dell’asticella che ciascuno pone per se stesso. Ad alcuni è sufficiente poter condurre una vita dignitosa per sé e la propria famiglia, oppure godere di salute discreta. Si è felici nell’aiutare il prossimo, oppure, come suggerisce papa Francesco, nel servire il Signore.
I filosofi ed i pensatori da sempre si domandano se la felicità debba essere ricercata intimamente, scrutando nel profondo della propria anima, oppure, se possa essere insegnata come una qualunque altra disciplina.
Seneca sostiene che non basta desiderare la felicità, ma è necessario comprendere cosa essa sia realmente e quale sia la strada giusta per raggiungerla. Lo sforzo incessante e cieco, privo di una chiara consapevolezza del cammino, rischia di allontanare dall’obiettivo. Questo accade, ammonisce Seneca, quando si seguono le passioni o i desideri superficiali anziché affidarsi alla guida sicura della ragione e della virtù.
Così scrive Seneca al fratello:
“Gaglione, fratello caro, tutti noi cerchiamo la felicità, ma non conosciamo la strada per raggiungerla.
È infatti difficile raggiungerla, e più ci impegniamo per cercarla, più ci allontaniamo da lei, se seguiamo una strada sbagliata; e se questa strada, porta poi in una direzione contraria, il tempo che impieghiamo per raggiungere la meta, si allunga ulteriormente.
Quindi, dobbiamo essere davvero sicuri di quello che vogliamo e solo poi, cercheremo il modo per ottenerlo, e durante questo viaggio, ammesso che il percorso sia quello giusto, faremo bene a misurare ogni giorno il percorso che abbiamo fatto e quello che ancora ci rimane da fare1.
I percorsi, i mezzi e gli strumenti per cercare la felicità sono molteplici, difficilmente classificabili e impossibili da rintracciare in un manuale d’uso. La sua ricerca, così come la sua intensità, resta un’esperienza strettamente personale: non trasferibile, né replicabile.
L’attuale società dei consumi ha una straordinaria capacità di generare senza sosta nuovi desideri e promettere nuovi orizzonti di felicità che, nella maggior parte dei casi, si rivelano irrealizzabili o accessibili solamente ad un limitato numero di persone.
Queste promesse illusorie si trasformano in frustrazione, sofferenza, stress fino a degenerare in risentimento, rabbia e violenza. Ecco allora come il tema della felicità acquisti una valenza sociale e discriminatoria assumendo la dimensione di diritto universale e come tale da garantire. In questo senso, sostengono i bioliberali, lo Stato è chiamato ad assumersi la responsabilità di sostenere democraticamente il singolo che non dispone dei mezzi per raggiungere l’agognata felicità. Una rimodulazione della gerarchia tra bisogni primari, secondari e facoltativi2.
Se tutto può essere acquistato al fine di garantire la felicità, non suona più stonata l’affermazione secondo la quale un potenziamento dell’essere umano, nelle sue più svariate forme e modalità, sia fonte di benessere personale e felicità, anzi, sembrerebbe conformarsi alla formulazione data da Platone secondo il quale
È opinione diffusa che il bene maggiore sia la salute, che poi venga la bellezza e al terzo posto la ricchezza. A questi si ritiene che seguano moltissimi altri beni: l’acutezza della vista e dell’udito, l’avere tutti i sensi in eccellente forma e ancora essere tiranno per fare tutto ciò che aggrada. Ma il colmo della felicità si dice che sia la diretta conquista dell’immortalità, unitamente al possesso di tutti questi beni3 .
È giusto e lecito demandare alle biotecnologie il compito di procurarci la felicità? Le biotecnologie hanno il compito di alleviare le sofferenze e contribuire al recupero psico-fisico della persona colpita da una malattia. Quando però vengono impiegate per procurare artificialmente la felicità, il rischio è quello di perdere di vista la dimensione spirituale, esistenziale ed etica.
1. Seneca L. A., L’arte di essere felici, Newton Compton editori srl, Roma 2013,23.
2. Cfr., Giaccardi C., Magatti M., Macchine celibi, Il Mulino, Bologna, 2025, 75-83.
3. Platone, Leggi, II, 661 A – 661 B
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