Uno studio della Stanford University mostra che anche una riduzione moderata delle vaccinazioni può favorire il ritorno di malattie un tempo debellate. Sebbene riferita agli Stati Uniti, l’analisi è rilevante anche per l’Europa e mette in evidenza il rischio nel breve e nel lungo periodo. Ne emerge una lettura bioetica della vaccinazione come responsabilità collettiva e intergenerazionale, non riducibile a una scelta individuale.
Cosa potrebbe accadere se i vaccini che ci hanno protetto in tutti questi anni scomparissero?
Non si tratta di uno scenario horror di un film fantascientifico, ma della domanda che si sono posti alcuni ricercatori della Stanford University in California. Il loro lavoro è consistito nell’analisi delle possibili conseguenze sanitarie che gli Stati Uniti incontrerebbero nel caso si attuasse una drastica riduzione della profilassi vaccinale o peggio se si decidesse di interromperla. Attraverso modelli statistici proiettati su un arco di venticinque anni, lo studio ha simulato il possibile ritorno di malattie un tempo endemiche.
Sebbene l’analisi sia riferita agli Stati Uniti, le sue conclusioni risultano rilevanti anche per il contesto europeo e italiano. Le polemiche emerse negli ultimi anni sull’efficacia e sulla sicurezza dei vaccini, amplificate della pandemia da Covid-19, hanno favorito la diffusione di disinformazione e rafforzato la sfiducia nei confronti delle istituzioni sanitarie e della scienza.
I social media hanno peraltro contribuito a diffondere e rafforzare questo clima di sfiducia, trasformando dubbi individuali in convinzioni collettive. Il risultato è che tali convinzioni finiscono per essere poste sullo stesso piano delle informazioni scientifiche, rendendo difficile la comprensione di concetti complessi come i rischi e i benefici per la salute individuale e collettiva.
Le istituzioni e la politica dal canto loro hanno agito in modo indiretto alla diffusione di queste convinzioni contrarie presentando i vaccini come opzionali se non addirittura come oggetto di controversia. È quanto accaduto di recente negli Stati Uniti quando il ministro della sanità Robert Kennedy Jr con un suo intervento pubblico ha spostato il dibattito da una gestione basata sulla prevenzione di routine a una che mette in discussione la disponibilità stessa e la raccomandazione dei vaccini. La politicizzazione di un tema particolarmente delicato come quello dei vaccini allontana il dibattito dalle evidenze scientifiche, compromettendo la chiarezza dell’informazione e la fiducia collettiva.
Eppure, l’obbligatorietà delle vaccinazioni ha consentito negli anni di debellare malattie mortali o gravemente invalidanti come poliomielite, morbillo, rosolia e difterite.
Il successo di queste campagne ha reso tali malattie invisibili nella vita quotidiana, attenuando la percezione del rischio e facendo venir meno, in parte della popolazione, il senso dell’urgenza della prevenzione.
I modelli previsionali risultanti dalla ricerca descrivono scenari di forte allarme etico e sanitario qualora si verificasse una riduzione significativa delle vaccinazioni. Malattie considerate appartenere al passato tornerebbero a produrre disabilità permanenti e gravi sofferenze. Sarebbero colpiti in modo particolare i soggetti più fragili. La poliomielite riapparirebbe con il rischio di paralisi irreversibili, il morbillo causerebbe un elevato numero di decessi in pochi decenni e la difterite tornerebbe a essere una malattia spesso fatale.
Particolarmente rilevante il caso della rosolia, i cui effetti più drammatici ricadrebbero sui nascituri: la riduzione della protezione vaccinale aumenterebbe il rischio di gravi malformazioni congenite, trasformando una scelta individuale in un danno irreversibile per altri. Inizialmente, la diffusione sarebbe contenuta dall’immunità residua, ma con il passare delle generazioni la perdita di protezione collettiva favorirebbe un ritorno stabile di queste infezioni.
La rinuncia alla vaccinazione si configura così non come un atto neutro, ma come una decisione con profonde implicazioni etiche, che mette in discussione la responsabilità verso i più vulnerabili e verso le generazioni future.
Lo studio evidenzia inoltre una forte non linearità del rischio, variazioni anche minime nei tassi di copertura vaccinale produrrebbero effetti sproporzionati: una riduzione significativa, fino al dimezzamento delle coperture, renderebbe altamente probabile il ritorno su larga scala di tutte le malattie considerate, mentre un aumento del 5% sarebbe sufficiente a ridurre quasi completamente il rischio di ricomparsa. In ogni caso, il rischio tende ad accumularsi nel tempo, con l’ingresso di nuove generazioni non immunizzate.
In Italia le vaccinazioni pediatriche mantengono livelli generalmente elevati grazie all’obbligo vaccinale. Tuttavia, permangono alcune criticità, come le differenze tra territori, una partecipazione irregolare alle vaccinazioni non obbligatorie e il mancato rispetto dei richiami in età adulta. In un mondo sempre più connesso, anche il sistema sanitario italiano resta esposto al ritorno di malattie oggi controllate e alla crescita di gruppi di persone non adeguatamente protette.
Nel complesso, la modellizzazione non descrive soltanto uno scenario estremo, ma funge da lente per interpretare le vulnerabilità latenti dei sistemi sanitari contemporanei. La stabilità attuale non è un dato acquisito, bensì un equilibrio dinamico. Ne deriva che la questione vaccinale non può essere ridotta a una scelta individuale, ma va compresa come una responsabilità collettiva e intergenerazionale, in cui piccoli scostamenti presenti possono produrre conseguenze rilevanti nel futuro.
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