Half Man (la nuova miniserie HBO creata e scritta da Richard Gadd) arriva come una mazzata silenziosa. E non concede una via di fuga.
Gadd, già autore del fenomeno Baby Reindeer, torna con qualcosa di ancora più ambizioso e, per certi versi, più perturbante: una storia sulla mascolinità distrutta dall’interno, sull’infanzia come condanna a vita, sul modo in cui certi legami (quelli che avrebbero dovuto salvarci) finiscono per trascinarci sul fondo.
La serie segue Niall e Ruben, fratellastri adolescenti che si trovano a condividere un tetto e una miseria familiare comune. La dinamica tra i due si consolida intorno a una scena cardine (girata con un’intelligenza visiva rara) in cui eros, coercizione e dipendenza si fondono in qualcosa di irrisolvibile.
La serie da quel momento si muove verso l’accumulazione. Ogni episodio aggiunge strati al trauma. Jamie Bell offre forse la prova più intensa della sua carriera. Il dolore di Niall non è mai urlato, mai esibito: è incistato, vetriforme, quasi incomprensibile a se stesso.
Bell costruisce un personaggio la cui omofobia interiorizzata non è un difetto narrativo ma l’asse portante di tutta la sua psicologia. Gadd, dal canto suo, interpreta Ruben con un’economia di gesti che spaventa: l’andatura pesante, i grugniti che potrebbero essere affetto o preludio alla violenza, la voce calata in un registro quasi animale.
Non si capisce mai da che parte stia, e questa ambiguità (tenuta senza tentennamenti per sei ore) è il vero tour de force della scrittura.
La sceneggiatura è densa, stratificata, a tratti quasi eccessiva nel catalogo dei mali sociali che porta in scena: misoginia, classismo, omofobia, genitorialità abusiva, malattia mentale non curata. Gadd non risparmia nulla e non consola nessuno. Quando la critica americana paragona la scrittura a quella di The Wire, esagera di poco. C’è però un rischio concreto: che la serie, nel voler essere enciclopedica del dolore, perda di vista la singolarità di certi personaggi.
Alcune figure femminili, in particolare, appaiono più funzionali alla parabola dei protagonisti che vere a sé stesse — un limite che in un’opera così rigorosa si nota ancora di più.
Ciò che la serie fa meglio è la gestione del silenzio. Gadd sa quando non far parlare i personaggi, sa quando basta un’inquadratura (come quella in cui i due ragazzi siedono sul pavimento col sole mattutino che entra di sbieco, i letti vuoti alle spalle) a dire tutto sull’irrimediabilità di ciò che è appena accaduto. È una regia che si fida del pubblico, e questa fiducia è già, di per sé, una forma di rispetto rara.
Non mancano le imperfezioni. Il ritmo cede in alcuni momenti intermedi, e certi monologhi (potentissimi sulla carta) sembrano più adatti a un palcoscenico che a uno schermo. Ma sono increspature in un’opera che tiene la rotta con una coerenza di visione non comune.
© Bioetica News Torino, Maggio 2026 - Riproduzione Vietata
