L’articolo analizza il pensiero transumanista a partire da Julian Huxley, che concepì l’uomo come soggetto attivo della propria evoluzione e individuò nel progresso scientifico e tecnologico lo strumento privilegiato per l’auto-trascendenza. Tale prospettiva, radicata nell’eredità illuministica, solleva profonde questioni antropologiche ed etiche. Il contributo mette in dialogo il progetto transumanista con la riflessione critica della Chiesa, richiamando Evangelium vitae e Quo vadis humanitas? che denunciano la perdita della trascendenza, il perfezionismo individualista e la riduzione del corpo a oggetto tecnico.
Julian Huxley, umanista, biologo, genetista e scrittore britannico, sosteneva che all’uomo era stato assegnato da sempre un ruolo fondamentale: quello di gestire il proprio futuro e la propria evoluzione. Per ottenere questo risultato riteneva necessario esplorare profondamente la natura umana e scoprire quali nuove possibilità da essa potessero essere aperte.
Secondo Huxley, gli ideali e le speranze non si sono dimostrati sufficienti né adeguati a rendere l’uomo più felice; solo il progresso scientifico e tecnologico avrebbe potuto consentire di indagare ed esplorare terreni ancora sconosciuti, ma potenzialmente ricchi di risorse.
«Credo nel transumanesimo», confesserà Huxley in New bottles for new wine, testo pubblicato nel 1957, convinto che l’umanità intera potrà trascendere se stessa portando a compimento le proprie potenzialità attraverso la tecnica. Sarà l’alba di una nuova esistenza, prosegue Huxley, in cui l’uomo realizzerà consapevolmente il proprio vero destino.
Le idee che Huxley sviluppò alla metà del secolo scorso furono riprese e rielaborate negli anni successivi, dietro la spinta delle biotecnologie che aprivano nuovi scenari e spostavano i potenziali limiti umani sempre più avanti.
Il termine transumanesimo, introdotto da Huxley, venne successivamente interpretato anche in chiave filosofica e ricondotto alla tradizione dell’Illuminismo. Non si tratta di una continuità storica diretta, quanto piuttosto di una lettura che riconosce nel transumanesimo una radicalizzazione di alcuni presupposti illuministi: la centralità della ragione, la fiducia nel progresso e il ricorso alle scienze e alle tecniche come strumenti di emancipazione e miglioramento della condizione umana. In questa prospettiva, se l’Illuminismo mirava a liberare l’uomo da superstizioni e vincoli irrazionali, il transumanesimo si spinge oltre, assumendo come legittimo obiettivo l’intervento diretto sulla natura umana e il superamento dei suoi limiti biologici.
Questo transitional human, homo sapiens in cammino verso una nuova forma postumana, dovrebbe quindi liberarsi delle credenze religiose, delle tradizioni e dei valori che fino a oggi lo hanno guidato, per affidarsi completamente alle promesse del progresso e della tecnica: un homo novus padrone della propria storia evolutiva.
«Non limitare la tua sfida, sfida il tuo limite» diventa il motto del movimento transumanista: un incoraggiamento esplicito a intervenire sulla natura umana in modo ampio e radicale, senza il timore di sconfinare nella hybris, quella tracotanza con cui l’uomo, secondo la tradizione classica, osa ribellarsi all’ordine costituito e che per questo viene punita dalla divinità.
Il desiderio di superare il limite dell’umano, di sottrarsi alla condizione della finitezza e di conquistare l’immortalità, accompagna l’uomo da sempre. Dall’alga dell’immortalità cercata invano da Gilgamesh, al volo di Icaro e Dedalo oltre i confini imposti alla natura umana, fino alla disobbedienza dei progenitori nel tentativo di conoscere il bene e il male e di farsi “come Dio”: miti e racconti che convergono nel medesimo esito infausto.
Tra le voci critiche nei confronti di questa nuova visione di uomo vi sono quelle di numerosi scienziati, filosofi e bioeticisti, preoccupati per una possibile deriva tecnocratica e per l’emergere di nuove forme di diseguaglianza che potrebbero derivarne, anche a causa di un sistema di regolamentazione inadeguato e di una legislazione spesso contraddittoria e incompleta, che lascia ampio spazio a interpretazioni fuorvianti o strumentali.
La voce della Chiesa si è espressa in molteplici interventi, legati da un medesimo filo conduttore: la tutela della persona nella sua integralità di corpo e anima e il riconoscimento della sua dignità di creatura, radicata nell’essere stata creata a immagine e somiglianza di Dio.
Nell’enciclica Evangelium vitae, san Giovanni Paolo II, con una lucida analisi antropologica, riconobbe nelle posizioni transumaniste l’assenza del senso della trascendenza della vita umana, non più concepita come “sacra”, affidata dal Creatore all’uomo e della quale egli è responsabile, ma ridotta a un semplice oggetto di cui poter disporre, ricorrendo alla tecnologia e, grazie ad essa, pretendendo di «controllare la vita e la morte».
Nel suo recente documento Quo vadis humanitas? la Commissione Teologica Internazionale riprende queste preoccupazioni e già nel titolo, particolarmente evocativo, si domanda “verso dove stiamo andando come umanità?” Secondo gli autori, lo sviluppo alla base delle novità tecnologiche e sociali in corso non deve essere un concetto applicabile solamente alla tecnica o all’economia, ma deve rispettare la dignità, l’identità autentica e il fine ultimo della persona: la comunione con Dio.
Qualunque concezione di sviluppo implica una specifica visione dei valori e dell’essere umano. Solo così sarà possibile valutare se si tratta di un vero progresso o al contrario di una regressione della condizione umana (Cfr. Quo Vadis Humanitas, 22).
Il transumanesimo, come avverte la CTI, favorisce un perfezionismo individualista che rischia di creare una frattura tra un’umanità “superiore”, potenziata tecnologicamente e un’umanità “primitiva”, destinata all’estinzione (Cfr. Quo Vadis Humanitas, 58); inoltre, l’enfasi posta dai sostenitori delle posizioni transumaniste tende a sottrarre attenzione e risorse ai compiti più urgenti della giustizia, quali la lotta alla povertà, la tutela dei più fragili e la salvaguardia della solidarietà come principio fondativo della convivenza umana (Cfr. Quo Vadis Humanitas, 63).
Mentre la cultura transumanista innalza il corpo fino a trasformarlo in luogo dell’onnipotenza arrivando a ipotizzare una sua durata eterna, un corpo (ri)progettato, con capacità fisiche e psichiche illimitate, un corpo “amortale”, la fede cristiana annuncia la risurrezione della carne, in cui l’essere umano viene salvato integralmente: il corpo risorto non sostituisce l’umano, ma ne è la trasfigurazione definitiva, attestando l’unicità e l’irriducibile identità della persona (Cfr. Quo Vadis Humanitas, 153-154).
In conclusione, il documento mette in evidenza l’importanza del rapporto originario con il proprio corpo, luogo attraverso cui l’uomo «partecipa alla dignità di “immagine di Dio”» (Quo Vadis Humanitas, 117). Accoglierlo e rispettarlo così come ci è dato non è un limite, ma un atto di custodia dell’umano, una scelta autenticamente “ecologica”. In un tempo in cui la tecnologia spinge a considerare il corpo come materiale da plasmare, la sfida più grande rimane quella di riconoscere nel corpo, anche nel suo essere sessuato, un dono che fonda la nostra identità e ci apre agli altri (Cfr. Quo Vadis Humanitas, 117).
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