Un'esperienza personale e una data storica diventano occasione di incontro con la figura di san Paolo sesto, l'uomo mite dalla parola che educa. Rileggere l'humanae vitae nell'attuale contesto culturale ci permette di individuare "tra le righe" della tanto discussa enciclica, dei tesori nascosti e profetici.
La data del 29 maggio rappresenta per me il richiamo ad alcune ricorrenze significative. La prima, di interesse storico, fa riferimento al 29 maggio 1176, data della battaglia di Legnano in cui il comune di Milano sconfisse l’esercito imperiale di Federico Barbarossa, conseguendo la libertà. Non che la cosa, lo comprendo, possa interessare granché agli amici piemontesi, che comunque in funzione antimperiale avevano fondato qualche anno prima Alessandria. Inoltre, la Brianza dalla quale provengo, era all’epoca in gran parte schierata dalla parte del Barbarossa (il rapporto tra brianzoli e milanesi non è mai stato granché idilliaco); quindi la sconfitta dell’Hohenstaufen è un po’ anche quella dei miei trisavoli. Infine, vi starete chiedendo cosa c’entra tutto questo con una rivista di bioetica. Avete ragione: poco, lo ammetto. Ma essendo un convinto sostenitore della necessità di un recupero della tensione all’unità dei saperi, non ho resistito alla tentazione del richiamo storico e chiedo perdono.
Il secondo appunto però vi risulterà più pertinente. Il 29 maggio infatti ricorre la memoria liturgica di san Paolo sesto, al secolo Giovanni Battista Montini. Non solo un pontefice santo (che anno di grazia è stato il ventesimo secolo: quattro papi elevati agli altari e altri due in corso di beatificazione. Non è stato il secolo breve: è stato il secolo santo) ma, cosa ignota ai più, il papa dei record. Primo pontefice della storia a recarsi in terra santa, primo a prendere un aereo, primo a conseguire una diretta televisiva RAI, primo a subire un attentato, primo a parlare all’ONU, primo a rinunciare alla tiara papale donandola ai poveri, primo a riabbracciare il patriarca ortodosso, e primo (e al momento, unico)… a prendere in braccio me e mia sorella, che all’epoca eravamo poppanti, durante un’udienza privata nella quale mia sorella aveva pianto tutto il tempo. Tanto da indurre il santo padre, pensa un po’… a chiederle perdono per il protrarsi del discorso papale. Anche per questa circostanza, gli sono molto affezionato.
Pertanto, la circostanza calendariale mi dà occasione e modo per richiamare in codesta sede, la figura di questo uomo straordinario e santo; persona di una timidezza, bontà e cultura eccezionali, traghettatore santo del concilio vaticano secondo, che aveva il coraggio mite della parola precisa e saggia, senza possibilità di fraintendimenti: quello che era, era. Richiamo la sua Humanae Vitae, criticata in modo persino violento all’epoca (e tuttora malvista) ma che meriterebbe di non essere considerata semplicemente l’enciclica anti pillola e la lettera della chiesa dei “no”. In essa si parla, in tono paterno e amorevole, di domande che interrogano l’essere umano; e rileggendola a distanza di tanti anni, la sua attualità è sempre lì a interrogarci. La deriva delle relazioni e della scienza alla quale costantemente assistiamo, ci interroga ancora e sempre più riguardo l’allontanamento della modernità dalla “visione integrale e dell’uomo” di cui parla Paolo VI in quell’enciclica. La fedeltà e la paternità responsabile richiamate in essa, seppure riferite a un contesto di fedeltà coniugale, ci interrogano riguardo alla paternità delle idee e delle opinioni, in una società dove perfino la figura del padre risulta gravemente latitante. Trovo infatti che sia la responsabilità, il filo conduttore del documento pontificio. “Paternità responsabile significa conoscenza e rispetto”: dimensione che non riguarda solo il rapporto tra coniugi, ma il modo stesso di porsi di fronte alla realtà.
L’humanae vitae richiama al fatto che “Se è lecito, talvolta, tollerare un minor male morale al fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene”. Per chi si occupa come di cure palliative e vive sul confine della vita, questo richiamo dal profumo kantiano suona come monito e guida nel confronto di derive eutanasiche o dell’avallo di procedure che rischiano di dare il via libera a pratiche mediche finalizzate alla morte attiva del paziente in fine vita (… E non solo). Sarà poi un po’ tirata, ma trovo nell’enciclica persino un richiamo profetico al corretto utilizzo dell’intelligenza, o meglio elaborazione, artificiale: “La chiesa è la prima a elogiare e a raccomandare l’intervento dell’intelligenza… Ma afferma che ciò si deve fare nel rispetto dell’ordine da Dio stabilito… Impegna l’uomo a non abdicare alla propria responsabilità per rimettersi ai mezzi tecnici… Tutti si attengano al magistero della chiesa e parlino uno stesso linguaggio”.
Papa Paolo VI richiamò e difese il valore della vita nascente e della vita che si spegne. Le sue meditazioni rispetto il fine vita (“Pensiero alla morte”) sono di un’altezza difficilmente raggiungibile, anche dal punto di vista poetico. In una lettera del 1970 al cardinale Villot, prende netta posizione contro l’accanimento terapeutico, contro la “tortura inutile” di cure sproporzionate nel fine vita. Il dovere del medico, ribadisce, è controllare la sofferenza, non prolungare il tempo del malato a ogni costo. Nel 1974, pure in un contesto differente ( il papa si rivolgeva all’ONU in tema di apartheid), i diritti dei malati inguaribili” vengono equiparati a quelli di tutti coloro che vivono ai margini della società.
Mi piace quest’uomo, anzi questo santo, mite e profondo, la cui memoria merita di venire valorizzata e meditata. Tale era la sua timidezza e profondità, che raramente ci si avvicina alla sua persona. Tra i papi santi del secolo, non è certamente quello più considerato: la vox populi si è rivolta ad altre figure papali. Certo non si tratta di fare classifiche tra papi e santi: immagino che loro stessi se ne guardino bene. Ma se desiderate approfondire la persona di papa Montini, vi invito a recarvi in visita (una bella gita) alla sua casa natale in quel di Concesio, dove la pianura bresciana inizia a salire verso le valli delle prealpi lombarde. In quella dimora ben conservata, attigua all’istituto Paolo VI, vi accoglieranno con grande calore e competenza, le suore salesiane della comunità delle figlie di Maria Ausiliatrice, che vi guideranno alla scoperta sorprendente e commovente della figura straordinaria di questo papa santo.
Come vedete, in terra lombarda, un profumo di Piemonte… C’è.
Caro Paolo sesto, buon onomastico.
© Bioetica News Torino, Giugno 2026 - Riproduzione Vietata




