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124 Luglio - Agosto 2026
Bioetica News Torino Luglio-Agosto 2026

Transumanesimo e postumanesimo oltre il mito del potenziamento

La prospettiva antropocentrica e totalizzante del dominio tecno-scientifico sulla vita e sulla materia sembra permettere la realizzazione del sogno prometeico dell’uomo, quale arbitro assoluto ed incondizionato del suo destino. Da ciò una prospettiva ulteriore ed autoreferenziale di un mondo sotto l’assoluto controllo umano. Le leggi della natura non dipendono più da un ordine cosmico, da un progetto superiore, trascendente: il bios viene plasmato dalla ragione ad uso e consumo dell’essere umano.  Il postumanesimo e il transumanesimo che possono scientificamente concretizzarsi nella corrente scientifica del potenziamento rappresentano una sfida per il genere umano, un rito di passaggio che molti interpretano come un’accelerazione inevitabile nell’evoluzione darwiniana della specie umana. La questione è aperta. Le sfide non si possono ignorare, vanno però raccolte e vagliate alla luce del discernimento ben consapevoli che qualsiasi cambiamento non può e non deve frammentare la persona, ma ricondurre all’unità corpo, mente e anima.  Queste tematiche sono affrontate nell’Enciclica Magnifica Humanitas ed esplicitate nella riflessione di Giuseppe Zeppegno, Presidente del Centro Cattolico di Bioetica-Allontanare l’uomo dall’uomo, vagheggiando l’immortalità terrene non contribuisce a creare un mondo migliore ed un’umanità, seppur potenziata, più felice.

Enrico Larghero


Papa Leone XIV indica come obiettivo preminente della sua prima enciclica, Magnifica Humanitas (MH), la custodia della dignità della persona umana. Lo fa in un tempo segnato dalla diffusione dell’intelligenza artificiale e dalle teorie orientate al superamento della condizione umana. Tra queste, il transumanesimo punta al potenziamento dell’essere umano mediante le tecnologie, mentre il postumanesimo ripensa più radicalmente il significato dell’umano, fino a metterne in discussione centralità e confini. Pur nella loro varietà, entrambe le prospettive considerano la condizione umana non come un dato da accogliere e interpretare, ma come una soglia da oltrepassare attraverso la tecnica.

Questo orizzonte «costituisce lo sfondo ideologico che abita alcuni centri di potere tecnologico e colonizza l’immaginario collettivo, specie nei media e nelle reti sociali, inducendo l’entusiasmo per le nuove tecnologie con una visione futuristica di “uomo potenziato” oppure di “uomo ibridato” con la macchina» (MH 115). Ne deriva un Io insoddisfatto della propria condizione originaria: il corpo diventa materiale plasmabile e superabile, mentre la pienezza della vita viene identificata con l’avere di più, la riduzione della fragilità, l’eliminazione dell’imprevisto e il controllo di ogni cosa (cfr. MH 112).

Nelle correnti più radicali del postumano e del transumano si prospetta la dissoluzione dei limiti inscritti nella condizione umana attraverso gli sviluppi scientifici degli ultimi decenni: biomedicina, ingegneria del corpo, algoritmi per il potenziamento fisico e cognitivo, interfacce cervello-computer. L’obiettivo è un processo di auto-ricreazione dell’umano, fino alla possibile trasformazione in una figura ibrida, tecnologicamente potenziata e definita da un progetto autonomamente determinato.

La preoccupazione del Pontefice non nasce da una demonizzazione della tecnica, di cui riconosce le decisive applicazioni a servizio della convivenza e della cura quando orientata al bene comune, né da un’opposizione aprioristica all’innovazione. Nasce piuttosto dall’esigenza di ricondurre il potere tecnico entro un orizzonte antropologico ed etico capace di custodire la dignità della persona. Il valore della tecnica può essere riconosciuto solo se il suo esercizio resta sottoposto a un adeguato discernimento etico e orientato alla promozione dell’umano; diversamente, espone «a logiche di dominio e di esclusione» (MH 113). L’essere umano – ricorda – non è riducibile all’efficienza, al raziocinio o al ruolo sociale. È una realtà complessa, intessuta di relazioni, affetti e apertura all’altro: dimensioni che la tecnica non può produrre né sostituire. Limite, fragilità, vecchiaia e vulnerabilità non sono difetti da sopprimere secondo una logica funzionalistico-riparativa, ma condizioni da accompagnare con cura, compassione e solidarietà: atteggiamenti che custodiscono ciò che vi è di più propriamente umano, offrendo la «capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione» (MH 114).

Si comprende così l’affermazione secondo cui, se «è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana», è anche «saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che l’esperienza religiosa, in particolare la fede cristiana, propongono di abitare, senza semplificazioni questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano» (MH 118). Se invece l’essere umano «è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. In nome del progresso si può arrivare a immaginare “sacrifici necessari”, e a far pagare ai più fragili il prezzo di una presunta ottimizzazione della specie» (MH 117). Così «le conquiste della scienza e della tecnica, svincolate dal progresso morale e sociale, finiscono per ritorcersi contro l’uomo» (MH 117), mentre «è proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento» (MH 119).

Il limite, dunque, non può essere surrogato dall’autosufficienza tecnologica: ogni potenziamento estrinseco rischia di alterare la struttura costitutiva dell’umano e di comprometterne l’identità più propria. Ne consegue – come sottolinea Papa Prevost al paragrafo 122 – che il compimento dell’essere umano non nasce dall’illusione di bastare a se stesso, né dalla promessa di un’esistenza resa invulnerabile dalla tecnica, ma dall’apertura a una relazione che lo precede, lo sostiene e lo libera dall’alienazione di sé. Solo nella relazione con Dio l’umano giunge alla propria pienezza: non perché fugga dalla sua finitudine, ma perché la riconosce come luogo in cui può essere raggiunto dalla grazia. In questa accoglienza, il desiderio di trascendersi non diventa rifiuto della propria creaturalità, ma cammino di umanizzazione; non annulla ciò che siamo, bensì lo porta a compimento, restituendo alla fragilità, alla dipendenza e alla cura il loro significato più alto.

Giuseppe Zeppegno

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