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124 Luglio - Agosto 2026
Bioetica News Torino Luglio-Agosto 2026

Magnifica humanitas e le parole della bioetica L'Enciclica magnifica Humanitas di Leone XIV: piste di lavoro concrete attraverso le quali tutelare la persona e le relazioni

La riflessione intorno all’Enciclica MAGNIFICA HUMANITAS si apre alla Bioetica ed ai temi ad essa sottesi con il contributo filosofico teologico di Carla Corbella. Magnificare l’umano in medicina significa non consentire che la logica dell’ottimizzazione del calcolo sostituisca l’atto terapeutico fondamentale che è la presenza di un essere limitato di fronte a un altro essere limitato. Se l’algoritmo può individuare il nodulo che la radiografia non aveva evidenziato e suggerire la terapia statisticamente più efficace non può, tuttavia, guardare negli occhi un paziente che ha paura e abitare con lui quel confine in cui la scienza incontra il mistero. Per curare non basta essere efficienti, è indispensabile stabilire una relazione prima umana e poi professionale. La causa principale della guarigione – scriveva alcuni secoli orsono il medico e alchimista Paracelso – è l’amore.

Enrico Larghero


Insieme a quello della pace, l’Intelligenza artificiale è stato sicuramente uno dei temi principali affrontati da papa Leone XIV nel suo primo anno di pontificato. Già nel suo discorso al Collegio cardinalizio, due giorni dopo la sua elezione, Leone XIV aveva fatto riferimento a questa sfida spiegando le ragioni che hanno portato alla scelta del nome da Pontefice. Se Leone XIII, con la Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima rivoluzione industriale, oggi la sua dottrina sociale può rispondere allo sviluppo dell’IA. Essa, infatti, comporta nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro1. A distanza di un anno da questo intervento, si pone la prima enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas, sul tema della «custodia della persona umana nel tempo dell’IA.

In questo documento si sottolinea come le tecnologie applicate all’umano non siano solo un ausilio tecnico che può semplificare la vita di ogni giorno, ma sollevino nuove questioni etiche e antropologiche (118-120). Esse, infatti, possono determinare decisioni importanti per l’esistenza dell’intero pianeta e cambiare il modo di interpretare il senso della vita e della morte, di comprendere la dignità della persona umana e il senso del limite ad essa connesso. Di queste profonde trasformazioni culturali, scientifiche e tecnologiche del nostro tempo ne parla già il documento Quo vadis, humanitas? della Commissione teologica internazionale (9 febbraio 2026). Un documento che, anticipando la Magnifica humanitas, considera la tecnologia come una questione antropologica, capace di trasformare il modo in cui l’uomo comprende sé stesso, gli altri e la creazione. Detto diversamente, se la “magnifica humanitas” è l’umanità voluta e creata da Dio, il focus del testo consiste nell’individuazione di piste di lavoro concrete attraverso le quali tutelare la persona e le relazioni umane nel momento in cui questa nuova tecnologia fa il suo ingresso massiccio nella società, nella medicina, nel mondo del lavoro e della cultura.

Seguendo le tracce di cammini bioetici, una delle parole chiave è custodia: non difesa, non governo, non gestione. La stessa che papa Francesco aveva usato per il creato. In questo senso l’enciclica colloca la Chiesa come sentinella, non come tribunale. È una sfumatura, ma orienta tutto il testo perché la questione decisiva è che cosa accade alla persona quando delega alle macchine le funzioni stesse della vita, del ricordare, del giudicare, del decidere. Una seconda parola chiave è: limite. Infatti, un passaggio decisivo per delineare la distinzione tra uomo e macchine, è quello sulla finitudine umana, elogiata come condizione privilegiata per custodire la sapienza del limite. Detto altrimenti, paradossalmente essere limitati rispetto alla potenziale illimitatezza delle macchine ci salverà. «Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (118). Essere uomini e donne vuol dire riconciliarsi con la finitudine e la contingenza, facendone il grembo in cui può fiorire l’umanità. Dunque, «La finitudine, quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio e dell’altro. Del resto, proprio perché sperimenta il limite – la vulnerabilità, il dolore, il fallimento – egli può riconoscere la propria e l’altrui dignità come inviolabile (122). È facile cogliere come il custodire l’umano accogliendone il limite sia urgente in modo precipuo in medicina, dove il confine tra tecnologia e cura, efficienza e compassione, calcolo e presenza si assottiglia fino a diventare quasi invisibile. Ed è precisamente qui che l’enciclica offre strumenti di discernimento che ogni sanitario dovrebbe avere presenti. Esplicitamente l’enciclica afferma che affidare a un algoritmo decisioni su chi merita accesso alle cure e chi no significa produrre un’ingiustizia in cui la compassione scompare dall’orizzonte istituzionale (103). 

È un dato di fatto che l’AI sia già presente nella medicina. Esistono, infatti, modelli di rischio cardiovascolare utilizzati nella pratica clinica, oppure modelli in grado di ottimizzare il dosaggio di alcuni farmaci. La differenza, rispetto a qualche anno fa, sta nella scala, nella precisione e nella complessità. Tuttavia, più i dati elaborati da una macchina iniziano a determinare decisioni mediche più questo deve sollevare domande profonde sulla responsabilità, sul rapporto tra decisione umana e algoritmo, sul rischio di ridurre la persona a una sequenza di dati. Se infatti l’IA è uno strumento in più, non sempre indica la soluzione migliore. L’IA, può essere un’alleata nella cura, alleggerendo il carico dei medici o occupandosi degli aspetti più meccanici e burocratici, ma può essere elemento disumanizzante. Infatti, la relazione terapeutica non è un canale neutro di trasmissioni di informazioni cliniche ma un momento che fa parte della cura stessa. 

Carla Corbella

Note

1. Discorso di Leone XIV al Collegio cardinalizio, 10 maggio 2025

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Sugli stessi temi: Intelligenza artificiale, Magistero