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125 Settembre - Ottobre 2026
Bioetica News Torino

Xenotrapiantologia: un percorso su cui riflettere

Definizione

Per xenotrapianto si intende il trapianto di cellule, tessuti od organi da un donatore di una specie verso un ricevente di un’altra.

Razionale e contesto

Il razionale alla base di questo percorso di ricerca è che la disponibilità di organi umani è limitata e, in ogni caso, nettamente inferiore alla necessità reali. 

Si consideri, ad esempio, che, in Italia, le persone con insufficienza renale cronica grave, attualmente dializzate e in attesa di trapianto renale sono circa 6000 con tempi medi di attesa di circa 3 anni; i pazienti attualmente dializzati nel nostro paese sono circa 50.000 con un costo pro-capite approssimativo di 50.000 euro/anno. Si osserva, inoltre, un aumento annuo di 6.000 nuovi pazienti che accedono a dialisi.

Cenni storici

Già nel XVII secolo si erano fatti esperimenti di xenotrasfusioni di sangue tra specie diverse, nel 1920 si era iniziato il trapianto di tessuti animali nell’uomo e, successivamente, negli anni ’60 ed ’80, si era passato al trapianto di organi (reni e cuore di primati non umani quali Scimpanzé e Babbuini); la sopravvivenza del ricevente fu breve, o relativamente breve.

Nel tempo si è passato ad utilizzare, come donatori, i suini, per via della loro maggiore similitudine relativamente alla fisiologia e dimensione degli organi nonché per la loro maggiore disponibilità di esemplari in termini meramente numerici. Nel 2022, in America, è stato trapiantato il primo cuore suino in un ricevente umano di 57 anni, la cui sopravvivenza raggiunse i circa due mesi.

Alcune considerazioni su complicanze e rischi

Le principali complicanze in xenotrapiantologia sono tre: il rigetto immunologico, il malfunzionamento dell’organo e il rischio di trasmissione di zoonosi.

Il rigetto è la reazione dell’organismo ricevente verso l’organo, tessuto o cellula di altra specie che, essendo riconosciuto estraneo, viene attaccato da anticorpi e complemento determinando una cascata di danni all’organo trapiantato provocandone una progressiva perdita di funzionalità. 

Questa situazione può essere: iperacuta quando avviene nell’immediatezza della procedura, acuta quando compare dopo alcune ore/giorni o cronica quando danneggia l’organo in un tempo molto più lungo. In xenotrapiantologia il tema delle zoonosi è di marcata importanza per le sue potenziali ricadute sulla salute pubblica, oltreché su quella del ricevente.

I PERV (Porcine Endogenous RetroVirus – Retrovirus endogeni del maiale) fanno parte del genoma del suino e, per questo, non sono sensibili alle normali tecniche di profilassi, inoltre non sono esenti, gli esemplari allevati anche nelle migliori condizioni di sicurezza. Il rischio delle zoonosi è determinato dal passaggio di agenti infettivi da animali a uomo e poi tra uomo e uomo: tale rischio è aumentato dalla necessità di assumere terapie immunosoppressive. Sperimentazioni in vitro confermano la possibilità di infezioni di PERV, a carico di cellule umane anche se al momento non ci sono stati casi, in vivo, sui primati non umani esposti. Resta comunque una questione di primaria importanza.

Le modalità di gestione e riduzione delle complicanze sono la attenta selezione sanitaria dell’animale donatore, la sua modificazione genetica ed il monitoraggio del ricevente; si lavora infatti sui due aspetti principali: dal lato del rigetto si attuano manipolazioni genetiche volte ad eliminare i geni che maggiormente lo favoriscono e, contemporaneamente, nell’introduzione di geni favorenti, invece, una migliore compatibilità tra organo e l’organismo ricevente; dal lato infettivo gli animali vengono allevati in ambienti altamente controllati definiti pathogen-free con esecuzioni di rigorose verifiche molecolari con particolare attenzione verso i PERV e, successivamente al trapianto, inizia un follow-up di bio-sorveglianza del ricevente, e dei suoi contatti, sia clinico che laboratoristico con conservazione di campioni del tessuto trapiantato. Vengono inoltre modulate le terapie immunosoppressive in modo da bilanciare il versante del rigetto/funzionalità d’organo con il versante della tossicità/efficacia.

Gli xenotrapianti già consolidati

Occorre sottolineare che esistono già pratiche di xenotrapiantologiche ampiamente utilizzate in ambito medico; il caso più diffuso è quello delle valvole cardiache suine. Le “valvole biologiche” sono apprezzate perché ben tollerate dall’organismo ricevente e posseggono una buona funzionalità emodinamica nonché permettono di evitare, nella maggior parte dei casi, la terapia anticoagulante a vita rispetto, invece, a quelle meccaniche; va considerato che sono tessuti NON vitali ed acellulari fortemente sterilizzati per cui i rischi infettivi sono ritenuti estremamente bassi o teorici.

Riflessioni bioetiche

Le riflessioni etiche sollevate da questo tipo di sperimentazioni, sono, come sempre, molteplici e sfaccettate; bisogna valutare la questione sotto diversi aspetti: il contesto generale, il lato del donatore e quello del ricevente, la possibilità (o meglio il dovere) di poter offrire le stesse possibilità a tutti coloro ne abbiano la necessità, quelle legate alle possibili ricadute sociali e, probabilmente in primis, quelle legate a quanto sia sempre effettivamente necessario, mettere in atto tutto ciò di cui si è capaci, in un’ottica che guardi al futuro in ordine ai limiti oltre i quali è doveroso chiedersi quanto sia lecito, e sicuro, spingersi.

Il contesto generale (cioè il razionale scientifico) alla base di questa sperimentazione è certamente di valore centrale in medicina: salvare quante più vite possibili attraverso la risoluzione del problema della carenza di organi a fronte della grande quantità di persone che necessiterebbero di trapianto. 

Dal lato del donatore si aprono già alcune considerazioni sia etiche che pratiche interessanti.

In chiave etica c’è da chiedersi quanto sia giusto disporre di un animale in un modo così totale da modificarne il patrimonio genetico togliendo qualcosa che la natura gli ha dato per sostituirlo con qualcosa introdotto per nostra utilità. 

Un altro aspetto importante è certamente quello del benessere generale dell’animale: per quanto possa essere allevato in contesti sicuramente hi-tech, resta che probabilmente sarà sottoposto a moltissimi test ed esami e ultra monitorizzato e, in ultimo, ma non ultimo per importanza, la necessità di capire cosa fare dell’animale che morirà perché gli è stato espiantato un organo vitale: una semplice stima evidenzia che un maiale morirà ogni due reni espiantati e un altro morirà direttamente all’espianto del cuore; risulta necessario capire cosa fare di tutte queste preziosissime carcasse: preziose perché gli inevitabili, e certamente, elevatissimi costi sostenuti per ingegnerizzare l’animale, per sostentarlo e per espiantargli gli organi, rendono, eventualmente, improponibile destinare al mercato alimentare le carni (ponendo siano commestibili carni così  fortemente OGM).

Sempre in ordine alle considerazioni di tipo economico viene da pensare a chi potrà, effettivamente, accedere a questo tipo di opportunità. 

Facilmente, i soggetti che “gestiranno” l’animale, la sua ingegnerizzazione e il suo sostentamento, saranno privati specializzati in questo tipo di attività; anche l’espianto è probabile sia eseguito da personale operante per questi soggetti, in quanto, si tratta di prelevare un organo, frutto di un sofisticato e costoso processo scientifico e tecnologico; anche l’animale sarà di per se una risorsa che dovrà essere protetta da imprevisti operativi che ne possano determinare il decesso, anzitempo, per mano di personale esterno.

Tutto ciò depone verso l’ipotesi che tale procedura sarà accessibile solo a persone che potranno pagare cifre, presumibilmente elevate, piuttosto che inserita nei LEA.

Dal lato delle possibili ricadute su larga scala, la riflessione vuole fermarsi al potenziale problema delle zoonosi con il conseguente rischio epidemico/pandemico: qui le considerazioni devono coincidere con  il bilancio utilitaristico tra il salvare una vita (al netto delle possibili complicanze di cui si è parlato in precedenza) e metterne a rischio n altre.

Dal lato del ricevente la considerazioni diventano ancora più articolate. 

Anzitutto il “problema” del consenso informato: per sussistere la definizione di “informato” il documento dovrebbe fornire, dettagliatamente e in modo facilmente comprensibile, tutte le informazioni affinché la persona possa decidere in modo completamente consapevole; appare, al momento, estremamente improbabile riuscire a dettagliare un’informativa esaustiva che declini tutte le possibili complicanze precoci e tardive nonché i potenziali rischi procedurali di una metodica così complessa con un linguaggio adeguatamente chiaro; potrebbe assomigliare di più ad un mero scarico di responsabilità che a una decisione presa consapevolmente soppesando pro e contro, vantaggi e svantaggi rispetto ad eventuali alternative. 

Relativamente alla alternative, oggettivamente, appare improbabile trovarne, considerando l’eccezionalità scientifica e tecnologica sottesa: potrebbe, per cui, presentarsi il caso di una persona che si possa percepire “obbligata” ad accettare di ricorrere a questa opzione, sentendosi all’ultima spiaggia, con un approccio troppo fatalistico pur di provare a salvarsi la vita.

Vi sono poi tutte le riflessioni correlate alla sfera biopsicosociale che vanno tenute in considerazione e gestite al meglio.

Come per i trapiantati “tradizionali” anche gli xenotrapiantati possono sviluppare ansia, paura del rigetto (a cui si può associare, nel caso specifico, paura di contrarre una zoonosi), disturbo da stress post traumatico, difficoltà di adattamento e sensazione di inadeguatezza: il tutto amplificato dal fatto che il donatore è animale. Uno xenotrapiantato si potrebbe ritrovare, infatti, a considerare se stesso in modo anomalo e del tutto diverso da prima del trapianto: viene certamente infranta la barriera dell’unicità di una specie rispetto alle altre con conseguente confusione sulla visione del “nuovo sé rispetto al  precedente”.

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