Nell’Antica Grecia gli Spartani facevano precipitare in neonati malformati dal Monte Taigeto. Trascorsi molto secoli da allora, l’aborto continua ad essere una pratica messa in atto non solo verso futuri nascituri malati, ma anche per porre fine a gravidanze indesiderate. Un tempo il limite legale per poter abortire era fissato al termine della fase embrionale, cioè entro il terzo mese. Gradatamente, ma irreversibilmente, tale limite è stato spostato nel tempo. La recente sentenza U.S.A. dello Stato del Massachusetts lo pone al nono mese, cioè poco prima di venire al mondo. Sono passati millenni, ma il Monte Taigeto, purtroppo, incombe ancora…
La Governatrice del Massachusetts, Maura Healey, ha firmato nel mese di agosto un documento destinato a creare non poche polemiche sul tema sempre controverso e drammatico dell’aborto, e cioè consentendone la pratica non solo per i primi tre mesi, ma per tutti i nove mesi della gestazione. La legge approvata cancella infatti per le gravidanze oltre la ventiquattresima settimana i vincoli contenuti nella precedente normativa: pericolo per la vita o per la salute fisica o psichica della donna, anomalie fetali di particolare gravità sia in termini di diagnosi che di sopravvivenza. L’obiettivo – viene ribadito nel testo – è garantire che le pazienti le quali si trovano ad affrontare diagnosi fetali devastanti, gravi complicazioni o altre complesse circostanze mediche, possano ricevere cure tempestive senza inutili incertezze legali. Le decisioni sull’aborto devono quindi rimanere una questione circoscritta alla paziente ed al suo medico, senza l’ingerenza di figure terze. Negli Stati Uniti non esiste più una legge federale e, dopo la decisione della Corte Suprema del 2022, ogni singolo Stato decide le proprie regole. L’aborto è illegale in 14 Stati, mentre altri 10 Stati non impongono limiti in materia. Il pronunciamento di Maura Healey, pur inserendosi pertanto nel variegato contesto americano, si è inevitabilmente rivelato divisivo. Da un lato, è stato interpretato come un vessillo di libertà ed una vittoria per le donne, dall’altro non sono mancate le critiche a più livelli. I Vescovi cattolici hanno evidenziato, in ottemperanza al Magistero, che l’eliminazione dei vincoli legali sull’aborto tardivo, sia una “misura radicale gravemente immorale”, ribadendo così il valore della vita umana dal concepimento alla morte naturale. Per contro, le Associazioni Pro-Life hanno sottolineato, in modo forse cruento, che gli aborti effettuati durante il secondo e il terzo trimestre vengono generalmente eseguiti tramite smembramento del feto, o induzione del travaglio, osservando che tale procedura può comunque evolvere in una nascita. In effetti, al di là delle espressioni contenute nella legge, quali “salute riproduttiva”, “standard di cura”, “complessità”, si nasconde e si mistifica una realtà, ovvero la legittimazione dell’uccisione anche oltre il sesto mese del nascituro. A questo punto, si impone una riflessione più ampia, che allarghi lo sguardo e rifletta sul problema nel suo insieme oltre i dualismi e le contrapposizioni ideologiche e religiose. In primis, la posizione della donna. Fermo restando il giudizio morale sull’aborto, la comunità deve comunque offrire risorse concrete per accogliere la vita e supportare la madre e la famiglia in un momento di grande fragilità. Quindi il ruolo del medico, la cui situazione rischia con il nuovo ordinamento di compromettere e vincolarne la professionalità. Relegato a mero esecutore ed al contempo arbitro assoluto delle volontà della paziente, viene messo in in discussione il cardine deontologico dell’obiezione di coscienza. Infine, l’aspetto che potremmo definire in senso lato, politico. Può un ordinamento giuridico riconoscere il principio di autodeterminazione della donna quando tale scelta sopprime una vita che sta per nascere? Tale dilemma etico si pone già nelle pratiche entro il terzo mese, ma effettuare un aborto in prossimità di una nascita accentua il conflitto morale già esistente. La salvaguardia e la difesa della vita sono l’elemento fondativo di ogni società civile, nella quale, per definirsi tale, libertà e diritti devono coniugarsi con responsabilità e doveri. Soltanto mettendo in atto tali misure, ribadendo la dignità umana e il principio di uguaglianza, si può definire una democrazia compiuta e, come tale, baluardo alla crisi di valori che permea ed offusca il mondo occidentale. Può una legge ignorare il senso del limite? Stiamo gradualmente assistendo alla luce di quanto è avvenuto in Massachusetts, alla profezia apocalittica palesata alcuni anni or sono e che gradualmente rischia di avverarsi: l’aborto post-nascita, e cioè la soppressione di un neonato, ciò che al momento si configura come reato di eutanasìa e omicidio.
© Bioetica News Torino, Ottobre 2026 - Riproduzione Vietata



