A settant’anni dal workshop di Dartmouth del 1956, l’articolo ripercorre le origini dell’intelligenza artificiale e le domande che ancora oggi ne accompagnano lo sviluppo. Di fronte alla crescente pervasività dell’IA, emerge la necessità di un discernimento interdisciplinare che ponga al centro la persona, la responsabilità e il bene comune. La sfida non riguarda soltanto ciò che le macchine possono fare, ma soprattutto come orientare il loro sviluppo e utilizzo affinché rimangano al servizio dell’uomo e della sua dignità.
Settant’anni fa, durante l’estate del 1956, si svolse a Dartmouth, nel New Hampshire, un workshop destinato a passare alla storia come il momento fondativo dell’intelligenza artificiale. Ma l’idea che lo aveva reso possibile era nata l’anno precedente.
Nell’estate del 1955, un giovane matematico, John McCarthy, ebbe l’idea di coinvolgere altri scienziati provenienti da differenti discipline, con l’obiettivo di condividere, ognuno per il proprio ambito di competenza, idee sulla possibilità di costruire macchine capaci di simulare l’intelligenza umana.
McCarthy coinvolse nel progetto Marvin Minsky matematico e ricercatore interessato alle reti neurali e alla simulazione dei processi cognitivi, Nathaniel Rochester figura importante dell’informatica industriale, ingegnere presso IBM e Claude Shannon probabilmente il più affermato scientificamente dei quattro, esperto della teoria dell’informazione. Con loro elaborò la proposta del progetto.
McCarthy e Minsky avevano appena 28 anni; Rochester 37 e Shannon 40. Nel gruppo si incontravano dunque ricercatori giovanissimi, animati da idee radicalmente innovative e scienziati già affermati nei rispettivi ambiti.
McCarthy, Minsky, Rochester e Shannon elaborarono nell’agosto del 1955 un piano di lavoro, che raccolsero in un documento intitolato A Proposal for the Dartmouth Summer Research Project on Artificial Intelligence. Il documento dattiloscritto firmato dai quattro scienziati comprendeva 17 pagine. Le prime cinque descrivevano il progetto, le successive presentavano le qualifiche e gli interessi dei quattro proponenti. Il documento venne inviato alla Rockefeller Foundation per ottenere il finanziamento necessario alla realizzazione del progetto. Vi si leggeva esplicitamente: «We propose that a 2 month, 10 man study of artificial intelligence be carried out during the summer of 1956 at Dartmouth College in Hanover, New Hampshire. The study is to proceed on the basis of the conjecture that every aspect of learning or any other feature of intelligence can in principle be so precisely described that a machine can be made to simulate it».
Si trattava senza dubbio di un progetto ambizioso: riunire un gruppo di scienziati e studiare se una macchina potesse simulare l’intelligenza umana.
La richiesta di finanziamento ammontava a 14.000 dollari (equivalenti a circa 170.000 dollari attuali), la Rockefeller Foundation ne concesse la metà. Non conosciamo le ragioni precise per cui il finanziamento fu ridotto e sarebbe quindi improprio attribuire alla Fondazione un giudizio di sfiducia nei confronti del progetto. Rimane tuttavia significativo ciò che i quattro scienziati stavano chiedendo di finanziare: riunire per due mesi dieci ricercatori per esplorare problemi enormi e ancora privi di una disciplina scientifica di riferimento; dall’apprendimento al linguaggio, dalla formazione dei concetti alla creatività. L’idea stessa di una “intelligenza artificiale” era allora una scommessa scientifica, più che un campo di ricerca già riconosciuto.
In quell’estate del 1956 arrivarono a Dartmouth alcuni giovani ricercatori che stavano già lavorando, da prospettive differenti, su problemi riconducibili all’intelligenza artificiale. Tra questi Herbert Simon e Allen Newell, che sarebbero diventati figure fondamentali negli anni successivi per lo sviluppo dell’IA.
Dobbiamo immaginare Dartmouth come un workshop di ricerca, nel quale i partecipanti avrebbero dovuto lavorare insieme sui problemi fondamentali della nascente disciplina piuttosto che una conferenza già organizzata con un programma definito. In realtà le cose non andarono esattamente come gli organizzatori avevano prospettato. I partecipanti non arrivarono tutti nello stesso momento né rimasero tutti per l’intero periodo di due mesi e soprattutto i partecipanti avevano già i propri programmi di ricerca e non li abbandonarono per dedicarsi completamente al progetto.
Il workshop non si svolse dunque secondo il progetto originario e non produsse una teoria unitaria dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, il suo significato storico si rivelò ben più ampio. Dartmouth pose le basi di questa nuova disciplina e divenne il luogo nel quale l’intelligenza artificiale venne per la prima volta proposta e definita come un autonomo programma di ricerca.
Molte delle domande formulate nel 1955 sono ancora le nostre domande nel 2026. Sono cambiate le tecnologie, ma rimangono aperti gli interrogativi sul linguaggio, sull’apprendimento, sulla creatività, sull’autonomia e sull’eticità. Oggi siamo immersi nell’intelligenza artificiale, ma ci troviamo ancora in parte disorientati di fronte alla rapidità dei cambiamenti; avremmo forse bisogno di una nuova Dartmouth: un luogo, reale o ideale, nel quale scienziati, filosofi, giuristi, politici e società civile possano confrontarsi e contribuire alla definizione di criteri condivisi per orientare lo sviluppo e l’utilizzo dell’IA. Una tecnologia che può offrire straordinarie opportunità e contribuire al progresso umano, ma che richiede anche responsabilità, trasparenza, controllo e una chiara consapevolezza dei suoi limiti e dei rischi che può comportare.
Come sostiene il vincitore del Nobel per l’Economia nel 2024 Daron Acemoğlu, non serve rimpiazzare il sapere umano con un nuovo sapere tecnologico e neppure realizzare macchine capaci di simulare o superare l’intelligenza umana. Occorre promuovere modelli di sviluppo e di IA che portino benefici per la società, lavorando per costruire una «intelligenza artificiale a favore dell’umanità», che sia in grado di «preservare ciò che ci rende umani».1
Diventa così indispensabile un discernimento condiviso, come suggerisce anche papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica Humanitas, per custodire l’umano nell’epoca dell’intelligenza artificiale e affinché la capacità tecnologica rimanga al servizio dell’uomo e del bene comune. Nel 1955 i quattro scienziati si chiesero come rendere le macchine capaci di simulare l’intelligenza; oggi dovremmo forse chiederci come rendere più intelligente il modo in cui noi decidiamo di utilizzarle.
1 Cfr. https://legrandcontinent.eu/it/2025/02/10/il-futuro-delleuropa-non-e-lia-della-silicon-valley/
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