Per la prima volta nella storia italiana, una procedura di suicido medicalmente assistito è stata completamente gestita dal SSN. Il primato va alla Lombardia, ma non c’è da andarne troppo fieri. Non si conoscono molto i termini della questione, che è passata non proprio sotto silenzio, ma neanche ha suscitato grande clamore o dibattiti. Ci stiamo già abituando all’idea di morte su richiesta, come prestazione garantita dal SSN? Forse è il caso di rifletterci un po’.
La Lombardia, mia regione natale, è terra che vanta molti primati italiani. Prima nella produzione del PIL nazionale; prima nella densità di popolazione; prima nel campo del volontariato quanto a numero di associazioni e di volontari; prima nel consumo invernale di salamini e verze… Purtroppo, prima anche come inquinamento dell’aria, tasso di criminalità, costo della vita. A questi primati se ne può ora aggiungere un altro, per quanto mi riguarda ben poco invidiabile: poche settimane fa, la Lombardia è diventata la prima regione italiana nella quale una struttura del Sistema Sanitario Nazionale ha interamente organizzato e gestito, dalla fase di valutazione a quella esecutiva, una procedura di suicidio medicalmente assistito. Oppure morte medicalmente assistita, chiamatela un po’ come preferite. SMA, MMA: dietro alle sigle, drammi umani e spesso solitudine. Per la prima volta nella storia della sanità italiana quindi, il SSN, fondato per garantire a tutti il diritto alla salute, ha cambiato direzione e invece di offrire prestazione di cura, ha offerto prestazione di morte. Primo alert: ritengo il termine “Cura” totalmente inconciliabile con una procedura di SMA. Per nessun paziente e mai, la morte procurata può ritenersi essere una “Cura”.
L’iter che ha portato a morte il paziente è stato reso possibile non grazie a una legge regionale, che peraltro non sarebbe stata che l’ennesima deriva normativa in un oceano di leggi regionali “fai da te”, in perenne assenza di una legge nazionale; bensì grazie a indicazioni procedurali emanate dall’assessorato regionale alla sanità. Indicazioni peraltro fortemente contestate da una parte consistente del consiglio regionale, che ha eccepito come l’assessorato avesse sostanzialmente ignorato una precedente delibera di giunta regionale che invece, aveva sollevato una precisa pregiudiziale di costituzionalità riguardo la materia. Come dire: caro assessore, noi del consiglio regionale (non tutti, ovviamente) ti ricordiamo che le regioni non possono fare balzi in avanti su una materia che è di competenza dello stato. Nonostante ciò, la procedura di SMA è stata messa in atto il 25 agosto 2026. Il paziente si chiamava Domenico Zuccarella, di anni cinquantanove.
Nel considerare i pochi aspetti della vicenda che mi sono noti (come molti colleghi, conosco giusto il nome del paziente, la malattia e poco più) provo innanzitutto una certa tristezza. Ancor prima di gravi perplessità su dove accidenti sta andando il mondo della sanità di cui faccio parte, e al di là del prendere atto per l’ennesima volta della progressiva scomparsa di una certa idea di solidarietà sociale, in nome di una discutibile assolutizzazione di dimensioni quali autonomia e libertà (le quali, prive di responsabilità, sono più pericolose che sacre); mi inquieta non poco l’idea di un sistema sanitario che inizi a offrire morte programmata come risposta alla sofferenza e al bisogno di cura.
E ancor prima di ciò, come medico ed essere umano (cose che cerco disperatamente di far coincidere) mi pongo interrogativi sulla solitudine del paziente. Non solo in generale: parlo della solitudine proprio di quel paziente, il primo italiano che ha lasciato questo mondo interamente “Grazie” al nostro SSN. Pare che Domenico si fosse lamentato di una sorta di abbandono da parte del mondo della sanità, e non solo di quello. Poche presenze amicali; poca assistenza sociosanitaria, non si capisce se per carenza di offerta (cosa a dire la verità un po’ anomala, per quanto riguarda la Lombardia) o per rifiuto del paziente. Vero o no, da alcune interviste e articoli che lo riguardano traspare una sorta di tristezza di fondo e si ha la sensazione di una povertà di relazioni; si intuisce l’enorme fatica di un malato e del suo nucleo familiare nel far fronte a una situazione sociosanitaria di grande difficoltà. Lo confesso: ho più domande che certezze. Mi interrogo sul dramma che porta una persona a una scelta di tale portata e mi fermo sulla soglia del grande Mistero con assoluto rispetto per quell’uomo, mio compagno di viaggio, mio fratello. Qualche domanda però me la pongo e la condivido.
In questo caso, di quali cure stiamo parlando? Il SMA può essere considerato “Cura”? Direi proprio di no. Che cosa sarà mancato al paziente e alla sua famiglia, in questo percorso di vita: presa in carico da parte del sistema sanitario, magari ahimè attraverso visite ed esami di controllo prenotate attraverso anonimi centralini telefonici; oppure spazi di relazione umana, sguardi che si incrociano, mani che si stringono ? Ci sarà stata volontà di isolamento del paziente, una sorta di rifiuto in toto della malattia e quindi anche delle possibili soluzioni offerte dal SSN per controllarne gli effetti; oppure siamo di fronte a un deficit di risposta del SSN stesso, o di una mancanza di concreta presenza umana e professionale? Un uomo che guarda il soffitto tutto il giorno dal suo letto, magari senza parlare per ore con nessuno, ha come primo diritto quello di avere la possibilità di togliersi di mezzo grazie al SSN, oppure prima di ogni altra cosa, di condividere concrete relazioni umane? Non sto parlando di un caso clinico: sto parlando di un uomo, con nome e cognome. Non era un numero di pratica su di una cartella clinica: si chiamava Domenico. Non l’ho mai conosciuto: e anche questo è un po’ anomalo, perché risulta vivesse nello stesso comune dove lavoro come medico palliativista. Come mai il nostro servizio territoriale di cure palliative non l’ha mai incrociato? Un adeguato percorso di cure palliative, prerequisito per l’accesso alla procedura di SMA, sarà stato garantito?
Torno a ripetere: nel caso specifico, tutto quanto riguarda la storia della malattia e la procedura finale di SMA, non mi sono del tutto chiari né noti. Non che io abbia particolare diritto di sapere nei termini, ciò che è effettivamente accaduto. Tantomeno mi è nota la valutazione del comitato etico territorialmente competente, a proposito della valutazione dei criteri di accesso del paziente alla procedura di SMA, né so se questi fosse tenuto in vita da mezzi di sostegno vitale. Non mi è chiaro nemmeno come la procedura suicidaria sia stata messa in atto: con quale modalità, mezzi, farmaci; sotto il controllo di quali professionisti, né presso quale struttura del SSN: un hospice? Un reparto ospedaliero? Non lo so.
Curiosità morbose? Me ne guardo bene. Ma fa una bella differenza, secondo mia modestissima opinione, se tale meccanismo mortifero sia stato messo in atto, per fare un esempio, in un hospice piuttosto che in un reparto di neurologia. Se il paziente sia stato seguito durante la procedura da un medico palliativista, piuttosto che da un anestesista o da un chirurgo. Che beninteso, non avrebbero potuto in alcun modo mettere mano all’esecuzione del suicidio: altrimenti si tratterebbe di eutanasia, perseguibile a norma di legge (ma inizio a non esserne più tanto sicuro: qualche giudice compiacente ideologicamente schierato che ti tira fuori dai guai, alla fine lo si trova). Peraltro è lecito chiedersi se l’intervento medico a questo punto, cominci ad assomigliare alla figura di chi non partecipa alla rapina, d’accordo: ma regge il sacco dove mettere il malloppo. Qualche eticista più raffinato di me, potrebbe meglio spiegarmi se il ruolo del medico nella procedura di SMA sia figura necessaria ma non sufficiente a portare a termine la procedura. Se il medico è figura necessaria per attuare la procedura di suicidio, siamo già all’eutanasia? Se invece è figura “solo”sufficiente… Allora non è figura necessaria, giusto? Ma se non è presenza necessaria, allora che ci sta a fare in mezzo a un suicidio programmato?
Il caso comunque si presta a confermare, qualora ce ne fosse ulteriore bisogno, la veridicità della teoria del “Piano inclinato”. Smontando un pezzettino alla volta, giusto soltanto un mattoncino alla volta, senza fare troppo rumore, l’originaria sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale, e spostando il limite del via libera al suicidio sempre “un pochino più in là”, alzando l’asticella di un centimetro, ma soltanto uno, uno solo, alla volta; è un attimo arrivare al nulla osta a procedure suicidarie sempre più permissive. Che mantengono sì, almeno nella premessa, quanto ribadito in ogni sentenza della Corte Costituzionale, ovvero che non esiste nessun diritto a togliersi la vita; ma ormai lo fanno solo di facciata. Tale premessa, al riscontro dei fatti è già stata nel tempo agevolmente bypassata sotto gli occhi di tutti, tanto da suonare pure un po’ ipocrita. Per cui, al momento la situazione è la seguente: non esiste un diritto di togliersi la vita ma insomma, lo si può fare lo stesso, e sempre più senza grandi problemi. Anzi: ci pensa il SSN.
Siamo in dirittura di arrivo? Siamo alla morte per tutti grazie al SSN? Libertà per tutti di fare della propria vita ciò che si vuole? Il passo è breve, ci siamo quasi. Non nascondo l’amarezza. Parafrasando Houellebecq: pensavo di invecchiare in un paese in cui fosse più facile vivere e invece, mi ritroverò in un paese dove sarà più facile morire.
Cari amici, cari colleghi, cari palliativisti… Non molliamo! Cerchiamo di rimanere fedeli all’originario ideale delle cure palliative di Cicely Saunders e a cercare di garantire, soprattutto ai più fragili, indifesi (anziani, disabili, persone sole) quello che è il primo diritto di ogni paziente: il diritto alla speranza e a non rimanere solo. Fino all’ultimo istante.
Per chi ci crede… Buon lavoro.
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