Quindicesima edizione del Convegno Diocesano organizzato dall'Area Carità e Azione Sociale e dal Tavolo di Salute Mentale, tenutosi presso la facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, sezione parallela di Torino, il 25 ottobre 2025.
La 15° edizione del Convegno Diocesano organizzato dall’Area Carità e Azione Sociale, e dal Tavolo Salute Mentale, si è tenuta il 25 ottobre 2025, a Torino presso la Facoltà Teologica.
Come ogni anno, a partire dal 2011, il Convegno ha voluto immergersi nelle problematiche del nostro tempo. Lo smantellamento, da decenni, di presidi comunitari di vario tipo, la scomparsa di reti famigliari amicali che davano approdi semplici ma sicuri, ha generato profondi disagi, profonde «solitudini».
Il Convegno ha voluto dibattere e approfondire le «solitudini» del nostro tempo, una dimensione esistenziale plurale, perché la solitudine ha più volti, e avvolge condizioni di vita trasversale. Essa infatti non ha limiti di appartenenza, di classi sociali, di età anagrafica, di credo religioso.
Il Tavolo dei relatori, guidato dalla dott.ssa Daniela Morero, composto dalla dott.ssa Francesca di Summa psicologa e psicoterapeuta della scuola adleriana, dal dott. Guido Emanuelli Direttore dipartimento di Salute Mentale ASL Città di Torino, dal dott. Flavio Vischia Direttore Dipartimento Integrato delle Dipendenze ASL Città di Torino, ha discusso facendo seguito alle riflessioni proposte dalla Prof.ssa Norma De Piccoli, Docente Ordinario presso l’Università di Torino del dipartimento di Psicologia Sociale di Comunità.
La solitudine, da non confondere con l’isolamento, perché questo rappresenta un vissuto derivante da una condizione oggettiva, mentre la solitudine è frutto di una condizione psicologica soggettiva, genera effetti dalle conseguenze gravi, come una mortalità equivalente al fumo di quindici sigarette al giorno. L’OMS ha stimato 100 morti ogni ora nel mondo, più di 871mila decessi all’anno.
Nel caso degli anziani la solitudine è associata a un aumento del rischio del 50% di sviluppare demenza e a un aumento del 30% di probabilità di ictus o di episodi di coronaropatia.
Riguardo i giovani, la stima è che tra il 5 e il 15% degli adolescenti sarebbero isolati socialmente e vivrebbero elevati livelli di solitudine. Nel loro caso, la solitudine può generare declino cognitivo, depressione, ansia, pensieri suicidari, compromettere il rendimento scolastico, ridurre le prospettive di futuro.
Sovente la condizione di solitudine è segnata dal provare anche un senso di «vuoto», come assenza di desiderio, di aspettativa. L’assenza di uno scopo, del raggiungimento di un obiettivo, fa mostrare la propria vita come priva di senso. Ma il senso del vuoto non è soltanto segno di sofferenza.
Vivere il senso del «vuoto» è in realtà un’esperienza universale, non presente soltanto in una condizione di crisi. Esso non è sempre un sintomo, ma anche una «soglia», che apre ad uno spazio introspettivo del sé, e può essere un passaggio evolutivo nella crescita della persona, nella conoscenza di se stessa.
L’OMS rivolge un invito affinché la salute, l’istruzione, il lavoro e persino l’accesso digitale vadano ripensati in ottica relazionale. È possibile ridurre l’entità della sofferenza, del disagio psico-sociale, sviluppando connessioni sociali, come fattore protettivo, vivere relazioni sociali riduce processi infiammatori, promuove la salute mentale, previene morti premature.
Ad esempio, i giovani che, durante il Covid, si sono sentiti socialmente connessi hanno sperimentato una miglior salute mentale, hanno riportato minori sintomi depressivi e ansiosi e una maggiore soddisfazione di vita rispetto ai loro coetanei che hanno invece vissuto sentimenti di disconnessione durante il periodo pandemico. Riguardo gli anziani, le relazioni sociali generano una migliore qualità della vita con una minore ospedalizzazione. E di conseguenza un minore costo di assistenza sanitaria.
L’OMS ha riconosciuto la rete sociale, i legami relazionali, come determinanti per la salute; i legami bonding, stretti, affettivi, familiari, amicali, uniti ai legami bridging, legami ponte, di comunità aperte, inclusive, promuovono un benessere biopsicosociale.
Contrastare la solitudine non è una responsabilità solo individuale, ma un impegno collettivo per rafforzare il tessuto sociale di cui tutti facciamo parte. Ce lo ricordano Mons. Marco Brunetti, Delegato Conferenza Episcopale Piemontese, e Don Paolo Fini, Incaricato Regionale per la Pastorale della Salute, i quali ci richiamano alla nostra vita cristiana. Se affrontata nel segno dell’aderenza al Vangelo, essa richiede un costante impegno spirituale e sociale finalizzato a testimoniare la Speranza, attraverso azioni concrete, anche piccole, che siano segni di fiducia per coloro che vivono situazioni di sofferenza mentale.
Là dove c’è un disagio mentale, ricorda Don Paolo Fini, non esiste solo la medicina; nella persona esiste un «cuore segreto» (cf. Viktor Emil Frankl 1905-1997) sede di una personale umanità che non compare nei fatti, sede di una spiritualità, che altrettanto richiede cura. Esistono azioni semplici ma dal grande valore umano, balsamo per le ferite di chi si sente solo ed escluso. Dedicare ascolto e attenzione con la necessaria pazienza quando incontriamo situazioni di sofferenza e disagio mentale che spesso coinvolgono l’intera famiglia, lasciando da parte quella tentazione alla rassegnazione e all’impotenza che spesso da subito ci pervade; promuovere una Comunità che veda tutti protagonisti e responsabili, testimoniare la bellezza di una vita spirituale intensa e attenta al prossimo.
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