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117 Ottobre - Novembre 2025
Bioetica News Torino

L’aborto, un problema spirituale

In breve

Riceviamo e pubblichiamo.

Abstract

The purpose of this article is showing how abortion should be viewed as a spiritual issue. Once I have defined this issue as a form of “spiritual blindness”, I will try to see it in connection with sin, in particular with original sin as the initial moment of separation from God and from our brothers. Afterwards, I will attempt to explain why is possible to affirm that a mystery of an unprecedented blindness is at work in the issue of abortion. Than I will then argue that abortion is incompatible with the development of self-realization. I will therefore hypothesize, separately, what spiritual prerequisites should be necessary to adhere to the abortion choice in practice and in theory. Finally, I will conclude with a reference to the psychological consequences of induced abortion.

Introduzione

Non ho dubbio alcuno che su alcuni temi – come quello dell’aborto – vediamo all’opera un vero e proprio mistero di male e una cecità spirituale inedita. Nella fattispecie, la cecità consiste nel non dare il giusto peso ai diritti della parte più debole, il nascituro. Questa cecità sembra oggi assumere proporzioni globali e una posizione di dominio culturale in Occidente tale per cui diventa sempre più difficile tentare di ridiscutere tale pratica.

Guardando ai dati aggregati, la situazione è disastrosa, ogni anno assistiamo a un’autentica strage. Circa 73 milioni di aborti indotti ogni anno nel mondo, che corrispondono al 61% di tutte le gravidanze indesiderate e al 29% di tutte le gravidanze1.

Tutto ciò viene attuato contro le stesse conoscenze che sono in nostro possesso. Lo sviluppo della scienza e dell’embriologia ci imporrebbero infatti di guardare al nascituro come a una vita umana fin dalla sua costituzione.

Rispetto al tema e alla pratica dell’aborto vediamo quindi una contraddizione della nostra umanità tra ciò che sa e ciò che fa, tra i valori che professa e i comportamenti che adotta, e in questa contraddizione si annida un vero e proprio mistero di cecità spirituale.

Scopo di questo articolo è di sondare – per quanto possibile – il mistero della cecità spirituale che agisce nell’aborto, e di dimostrare che in ultima analisi quello dell’aborto è un problema spirituale.

A tale scopo, tenterò prima di tutto di definire meglio ciò che intendo per cecità spirituale per poi analizzarne il rapporto col peccato; in seguito cercherò di giustificare l’uso dell’aggettivo “inedita” in riferimento alla cecità spirituale implicita nell’aborto;  mi domanderò quindi quale sia il rapporto tra la scelta abortiva e la cosiddetta “autorealizzazione” dell’essere umano tentandone una possibile definizione; infine prenderò in esame quali possono essere i presupposti spirituali individuali dell’opzione abortiva come scelta pratica e ideale; concluderò con un accenno alle conseguenze psicologiche dell’aborto. 

Ho esordito dicendo che nel fatto nell’aborto – cioè nella sua pratica e nella sua legittimità – agisce un mistero di cecità spirituale. 

Se da una parte vorrei dire che questa cecità consista semplicemente nel non “vedere” ciò che sarebbe evidente (se solo si vedesse) – ad esempio che una vita è tale fin dal suo concepimento – dall’altra non possiamo accontentarci di una tale definizione, perché troppo vaga. Mi appoggerò dunque alla definizione di “accecamento spirituale”, che è un sinonimo di cecità spirituale, presentata dal Dizionario di Mistica: “L’a. è l’incapacità, in qualche modo colposa, di vedere il vero e il buono. Questa a. si manifesta come peccato oppure come risultato del peccato2”.

Secondo la prima parte della definizione, l’accecamento spirituale è di l’incapacità di vedere il buono e il vero. Ma di quali buono e vero stiamo parlando?

Per un cristiano, il quale crede che Dio si è rivelato in modo definitivo in Cristo, la cecità verso il buono e il vero non può che essere cecità di Gesù Cristo.

In termini essenziali, il buono e il vero che ci presenta Gesù, non sono altro che l’unità spirituale, tra l’uomo e Dio da una parte, tra gli uomini-fratelli dall’altra.

Dice il Cristo nella cosiddetta preghiera sacerdotale che rivolge al Padre:“E la gloria che tu ha dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetto nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.” (Gv,17, 22,23)3 .

Questa unità non solo ci è stata prescritta ma Dio ci ha dato anche il mezzo per conseguirla con l’effusione dello Spirito Santo. L’uomo che vive questa unità d’amore matura gradualmente una sensibilità che lo rende – ferma restando la fragilità che è propria della sua condizione – quasi impossibilitato a fare il male. (Naturalmente nella misura in cui gode di questa esperienza di Grazia)

L’uomo che ascolta con umiltà la parola di Dio (nel senso di obbedirvi) non si limita a comprendere un messaggio a livello razionale, ma ne viene trasformato nell’amore. è così che in un certo senso l’uomo diviene parte della verità che Dio ha pensato, fin dalle origini, per lui, realtà “ripristinata” dopo la catastrofe del peccato originale dall’evento salvifico di Cristo. 

Così arriviamo alla seconda parte della definizione di accecamento spirituale, nella quale si connette la stessa al peccato.

È il peccato originale anzitutto il responsabile di questa separazione dall’unità esperita da Adamo ed Eva. Il peccato è, cioè, separazione da Dio e dagli altri fratelli. 

Nei rapporti umani, questa separazione, conseguenza del peccato originale, si esprime come una cecità spirituale, cioè un’incapacità di vedere e di sentire l’altro da sé come proprio fratello, come qualcuno, cioè, che ci sta a cuore. 

Quando questa cecità si rivolge nei confronti del nascituro, può avere origine l’aborto.

Perché una cecità inedita

Fin qui abbiamo suggerito che l’aborto sia legato in qualche modo a uno stato di cecità spirituale frutto del peccato delle origini, caratterizzato da una separazione sostanziale da Dio e dai fratelli.

Non abbiamo ancora spiegato però, il perché dell’aggettivo inedita. Ho infatti esordito, nell’introduzione, asserendo che nell’aborto agisce un mistero di male e di cecità inedita. 

Due sono le ragioni che mi spingono a tale forte aggettivazione.

La prima riguarda la natura particolarmente odiosa del peccato in oggetto. Qui mi rifaccio alla posizione della Chiesa cattolica. Rispetto all’aborto, tuttora la posizione della Chiesa è – a ragione – nettissima. 

Nella Gaudium et spes, uno dei più importanti documenti del Concilio Vaticano II, leggiamo:

“Tra tutti i delitti che l’uomo può compiere contro la vita l’aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente grave e deprecabile; il Concilio Vaticano II lo definisce, insieme all’infanticidio, “delitto abominevole”4.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica prevede la scomunica per chi coopera formalmente all’aborto. 

La seconda ragione che mi porta a definire inedita la cecità spirituale che agisce nell’aborto è che si tratti di una pratica che avviene in contrasto con le conoscenze a nostra disposizione rispetto all’inizio della vita umana e rispetto ai principi che professiamo. Giulia Galeotti (2003), nell’ottimo Storia dell’aborto5

ci insegna come l’innovazione scientifica ha cambiato la percezione collettiva del feto; fino al Settecento, il feto racchiuso nel grembo materno veniva considerato un’appendice del corpo della madre; fu grazie a una serie di acquisizioni scientifiche tra Seicento e Settecento – in particolare nell’ambito della fecondazione e dello sviluppo embrionale, e poi nel ‘900 con l’introduzione dell’ecografo – che la percezione sociale del rapporto tra il feto e il corpo della madre cambiò completamente, e il feto cominciò a essere visto come un’entità autonoma rispetto alla madre. Ciò nonostante, è la stessa Galeotti a ricordarci che i cristiani fin dall’antichità, avendo a disposizione i medesimi dati scientifici dei loro contemporanei, percepirono nel feto una vita da custodire.

Insomma, oggi non possiamo far finta di non sapere che con l’aborto non è semplicemente in gioco la vita della madre ma anche e soprattutto quella di un’altra creatura. 

La scelta di privilegiare poi altri valori quali l’autonomia decisionale dei singoli o la libertà e la salute della donna, non eliminano questo dato dalla coscienza collettiva.

Se le applicazioni scientifiche hanno cambiato la nostra percezione del feto nei suoi rapporti con la madre, l’embriologia avanzata ci dà invece una conferma esplicita che la vita umana è tale fin dal suo concepimento.

In base all’articolo When Does The Human Life Begin? A Scientific Perspective6 , di Maureen L. Condic, (2009), Senior Fellow presso il Westchester Institute for Ethics & the Human Person e Professore Associato di Neurobiologia e Anatomia presso l’Università di Medicina dello Utah, l’inizio della vita umana dal punto di vista scientifico della biologia corrisponde al momento della fecondazione7.

Questa, lungi dall’essere un’opinione peculiare dell’autore del suddetto articolo, sembra costituire invece il terreno di un ampio consenso scientifico. Lo studio The Scientific Consensus on When a Human’s Life Begins8, di Steve Andrew Jacobs (2021) ha preso in considerazione il punto di vista di un campione rappresentativo di biologi su quando inizia la vita. La conclusione fu che la maggioranza assoluta di essi (68%) considerava la fecondazione come l’inizio della vita, mentre il restante lo faceva coincidere con la nascita o con un certo grado di sviluppo fetale (feto pre-viabile o viabilità fetale). Esiste dunque, secondo questo studio, un consenso scientifico circa l’inizio della vita. Jacobs precisa che il consenso attorno a un’opinione non dimostra che essa sia vera, ma stabilisce comunque che si tratta dell’opinione migliore per le conoscenze scientifiche disponibili.  Lo stesso pone il problema della scarsa informazione scientifica che viene resa alla comunità, dimostrata dal fatto che mentre tra gli esperti vi è un elevato consenso sull’inizio della vita, c’è un basso livello di accordo tra l’opinione pubblica americana. 

Io direi, estendendo il discorso a un livello più generale e senza limitarmi al contesto americano, che più che un problema di informazione, si tratti di un problema di sensibilizzazione. Si tratta di diventare sensibili alla vita, non solo di sapere qualcosa sulla vita. Questo implica una capacità di sentire e di vedere. Non basta sapere. Direi piuttosto che, le conoscenze disponibili sull’argomento, mettono ancor più tutti noi nella posizione di non poter praticare o sostenere l’aborto senza cadere in una cecità profonda.

Aborto e realizzazione umana

Prima di passare all’analisi di quelli che sono, in breve, i presupposti spirituali della pratica abortiva, vorrei fare una breve digressione sul tema del rapporto tra la pratica abortiva e il concetto di realizzazione umana o autorealizzazione. 

Dirò subito cosa intendo io per uomo realizzato e lo dirò molto semplicemente: una persona che vive tendenzialmente nello stato dell’amore. Se ci sono infatti molti modi per definire la santità, ossia la realizzazione, io credo che uno di questi sia quello appena riportato.

Ora, dire che una persona vive nello stato dell’amore, significa dire che vive in uno stato mentale e spirituale tendenzialmente unitario. Solo in questo stato è possibile amare. 

Questa unità va però necessariamente intesa in due sensi: assenza relativa di conflitti psichici (coscienza unificata in sé stessa) e armonia con le persone e le cose attorno (coscienza unita agli altri). La prima dimensione corrisponde principalmente al dominio della psicologia, la seconda dimensione a quello della spiritualità. 

A ogni modo, le due dimensioni non sempre procedono di conserva.  Se quando manca l’armonia interna di certo non vi è nemmeno quella esterna, in quanto il conflitto interiore crea malumore e il malumore ci dispone male verso gli altri, viceversa, alla pace interiore non sempre corrisponde quella esteriore. Infatti si può anche avere un’assenza di conflitti interiori in stile pax romana, dove l’assenza di conflitto è garantita da un dominio totale sulle persone e sulle cose accompagnata da uno spegnimento dell’empatia. 

La persona realizzata per come la intendo io è invece una persona che tende ad avere unificato i due livelli, unità con sé stessa e unità con l’esterno.

Come vedete mi esprimo spesso in termini tendenziali. Infatti, è ben difficile trovare un uomo totalmente realizzato, eccetto i santi.

È ben difficile pensare che una persona realizzata in questo senso possa aderire all’opzione abortiva in termini pratici e ideali perché l’amore è unità, mentre tale opzione, date anche le conoscenze che abbiamo a disposizione, presuppone uno stato di separazione spirituale rispetto alla vita e in particolare alla vita nascente.

Aborto: i presupposti spirituali di una scelta pratica e ideale

Anche se l’abbiamo già ampiamente introdotto, ora ci occuperemo di rispondere alla domanda: quali sono i presupposti spirituali dell’aborto sul piano della pratica e sul piano dell’opzione teorico-politica?

La donna che abortisce

Partiamo dalla donna che sceglie di abortire. Cercando di entrare, quasi con un procedere ermeneutico, nella mente e nel vissuto di una donna incinta, mi dichiaro da subito in difficoltà in quanto uomo. Allo stesso tempo mi sento costretto a farlo, per cercare di sondare per quanto possibile questo terreno così misterioso.

Mi pare che l’aborto presupponga una sorta di separazione psico-spirituale da parte della donna interessata rispetto al frutto del proprio grembo, ma anche dal proprio corpo, e che solo a tali condizioni ella possa arrivare a volerlo eliminare. 

Questa separazione dal frutto del proprio grembo e dal proprio corpo implica un’interruzione del sentire l’embrione come parte di sé – diversamente la donna sentirebbe di mutilarsi – il non vedere la sostanziale continuità della vita intrauterina – diversamente la donna sentirebbe di commissionare un omicidio – una separazione dal proprio sentire emotivo e dal proprio corpo che cambia (Diversamente i sentimenti di tenerezza e di simbiosi con il proprio figlio non le consentirebbero l’aborto). Queste sono implicazioni necessarie all’atto di abortire, delle premesse psicologico-spirituali perché ciò possa avvenire.

La condizione della donna in gravidanza è del tutto particolare. Lei sa di portare nel grembo una vita – lo sa perché in qualche modo è evidente anche alla luce delle acquisizioni scientifiche prima riportate e ancor più perché nelle fasi un po’ più avanzate della gravidanza sente in sé stessa questa vita – e sa che però questa vita è in stretta connessione con il proprio corpo. 

Il feto si ritrova in una condizione unica. Completamente collegato alla madre ma comunque interamente sé stesso. Unito ma non confondibile.  

L’unità tra la donna e il suo bambino va ben oltre il livello organico della placenta, ma dal livello fisico tende ad estendersi a quello mentale ed emotivo. La natura stessa equipaggia la donna in questo senso. Il meraviglioso testo di Giuliana Mieli, “Il bambino non è un elettrodomestico: gli affetti che contano per crescere, curare ed educare”, (2017) spiega come la natura predisponga la donna a questa unione psico-emotiva col nascituro. 

“La simbiosi, infatti, non è un fatto puramente fisico: siamo noi che la leggiamo solo così. (…) è, contestualmente e altrettanto importante, una simbiosi emotiva9”.

E ancora: 

“Mi riferisco qui a quella modificazione dell’umore della donna, a quell’accentuazione, tanto ridicolizzata, della sensibilità femminile, durante la gravidanza, legata certamente anch’essa al nuovo assetto ormonale (…)10”.

A queste modificazioni corrisponderebbero delle specifiche esigenze di sopravvivenza della specie: 

“(…) questa prepotenza del sentire, infatti, che rosicchia terreno alla razionalità e all’esperienza ed espone a emozioni dimenticate, in realtà riporta la donna a quello stato infantile primitivo in cui la sensibilità emotiva funge per il momento, sola, da mezzo di esplorazione e di reazione all’ambiente11“.

Dunque, la donna, e ovviamente questo vale tanto più l’aborto avviene in avanti nella gravidanza, di deve separare dal bambino in un processo che invece porterebbe fisiologicamente ad una simbiosi con lo stesso, cioè al rapporto più stretto che si possa immaginare e che la natura stessa incoraggia. 

Da un punto di vista spirituale è difficile poter pensare che una persona che vive in quello stato dell’amore di cui parlavamo, stanti anche le conoscenze attuali in fatto di sviluppo del feto, possa optare per una scelta quale l’aborto quando anche la biologia la spingerebbe in una direzione opposta.

Lungi da me il voler colpevolizzare la donna o il puntare il dito contro qualcuno. Tuttalpiù qui si condanna il peccato, mai il peccatore. Ma bisogna pure andare alla radice spirituale del problema se vogliamo guardare dentro noi stessi e non cadere nel problema.

Naturalmente ci si potrebbe domandare se questo discorso sia applicabile anche a quei casi in cui la gravidanza sia risultato di una violenza sessuale. Pur dichiarandomi in difficoltà nello scrivere di una tematica così delicata e dolorosa, credo che, se è vero quello che stiamo dicendo, abortire sia in ogni caso un atto di separazione violenta da un altro essere umano; questa separazione io credo non possa che produrre conseguenze negative sulla donna, in ogni caso e in ogni circostanza. 

Però posso certamente dire che viceversa una donna che prendesse alla leggera l’aborto sia una donna che il cui rapporto col proprio corpo e con l’altro da sé andrebbe opportunamente indagato. Infatti, non c’è dubbio che il feto sia allo stesso tempo parte della donna, dicevo, e altro da sé.

L’aborto come opzione ideale

In coloro che si dichiarano a favore dell’aborto, è in atto un’analoga separazione psico-spirituale, anche se essa non abbisogna di essere intensa come quella che deve necessariamente mettere in atto la donna che sceglie di abortire. 

Per esprimersi in favore dell’aborto, seppure riferendosi a valori in apparenza positivi come quello dell’autonomia o della salute della donna, i loro sostenitori si devono prima liberare mentalmente dai destini del feto. 

Anche in questo caso non devono riconoscerlo come persona, almeno potenziale, non sentirsi in connessione con la vita nascente, e quindi in definitiva devono operare una cesura rispetto al loro vedere e al loro sentire.

Si potrebbe quindi pensare che viceversa, quanti si dichiarano contrari all’aborto abbiano maturato una reale e concreta sensibilità spirituale che li metta al riparo dal commettere tale peccato o dal rendersene in qualche modo complici. Ovviamente non è così. Ricordo due verbi che ho spesso sin qui utilizzato: sentire e vedere. L’azione dipende da quanto queste capacità siano sviluppate nella persona, non da ideologie astratte. Bisogna pensare che, mentre nell’operare decisioni concrete, quali quella di abortire, bisogna necessariamente rompere ogni ambiguità, operare una scelta, mi si passi l’espressione un po’ brutale, tra la vita e la morte, nel prendere posizione a livello politico-valoriale, ovvero nell’astrattezza, vi è sempre il pericolo di una qualche ipocrisia rispetto al proprio stato spirituale più concreto – il sentire e il vedere – e rispetto a quello che si farebbe nella realtà.

Una cara amica a cui ho esposto queste mie idee mi ha accusato di non dare la giusta misura e il giusto peso ai valori. Mi ha detto che una persona fortemente cattolica non potrebbe mai abortire. Naturalmente questa mia amica ha ragione, da un certo punto di vista. Si tratta tuttavia di capire se e quanto quei valori corrispondano alla sensibilità della persona coinvolta e quanto invece si tratti di una maschera spirituale, dietro la quale si nascondono il solito egoismo e la solita brutalità tipica dell’essere umano. 

La coscienza cristiana, quella vera, dovrebbe avere maturato una capacità di vedere e di sentire l’altro, di entrare in empatia con l’altro, tale da mettere la persona al riparo dal commettere questo terribile peccato.

Le conseguenze psicologiche dell’aborto 

Quando pensiamo agli effetti psicologici dell’aborto procurato sulla donna dovremmo anzitutto pensare a tali effetti in rapporto al complesso della sua persona. In tal senso, non ci sono studi empirici che possano stimare tali effetti. 

Possiamo soltanto dedurli attraverso il pensiero metafisico e facendo riferimento a quel campo di studi che va sotto il nome di psicologia tomista.

Zelmira Seligmann, (2025), psicoterapeuta e docente di psicologia all’Università Cattolica Argentina di Buenos Aires e all’Università di La Plata, in un articolo intitolato Psicologia tomista: tra luci e ombre12 ,

, fa dialogare brillantemente il pensiero Papa Pio XII con San Tommaso D’Aquino. Tommaso d’Aquino ci dice che l’uomo orienta le sue azioni in base a un bene che costituisce per lui un fine, in base al quale egli dispone i mezzi adeguati. In questo fine viene ordinata tutta la vita affettiva dell’uomo. Quindi, deduce la Seligmann, tutta la personalità umana si organizza attorno a questo fine. Chi pecca, prosegue l’autrice riprendendo stavolta il filo del pensiero di Pio XII, si allontana dal fine ultimo, Dio, pur non allontanandosi dall’intenzione della felicità; così il peccato rompe l’unità “dell’uomo che tende verso Dio”.  

Questo pericolo di un allontanamento dal fine ultimo e quindi di una rottura di questa tensione a Dio che porta unità all’interno della persona, dovrebbe valere senz’altro anche nel caso dell’aborto procurato. Anche qui vi è una separazione da Dio e dalla sua volontà, indipendentemente dalla fede della donna. Quello abortivo può diventare, cioè, un evento di vita che rende più difficile arrivare alla fede per chi non ce l’ha e allontanare coloro che magari hanno una fede blanda, nonostante ciò, lo scelgono. 

Se ciò avviene, se l’aborto, cioè non viene prontamente rielaborato e riconosciuto e confessato, diventa impossibile quell’unità dell’uomo trascendente di cui parla Papa Pio XII, e quindi la persona dovrebbe andare incontro a delle scissioni interiori. 

Spostandoci ad un punto di vista più circoscritto, si è cercato di comprendere, attraverso ricerche quantitative, se l’aborto sia un evento in grado di avere un impatto negativo sulla salute mentale della donna ovvero se possa scatenare dei veri e propri disturbi psicologici. (Tra quelli codificati ad esempio nel DSM o nel ICD). 

Va detto che questo punto è oggetto di controversia nella comunità scientifica. Alcuni studi sembrano suggerire che un’associazione statistica ci sia. Ad esempio in Cina, dove gli aborti sono particolarmente frequenti a causa di una legislazione liberale in merito, uno studio volto a rilevare la prevalenza di stress, depressione e fattori associati in donne che hanno abortito nel primo trimestre di gravidanza, ha rilevato che la prevalenza di stress elevato percepito e depressione erano rispettivamente del 25,3% e del 22,5%13 . Un recentissimo studio svolto in Canada, volto a conoscere se un aborto indotto si associasse a un aumento del rischio di ospedalizzazione a lungo termine per problemi di salute mentale, ha concluso che questa associazione è presente anche se – aggiungo fortunatamente – essa tende a indebolirsi nel tempo.  Lo studio è stato svolto confrontando i tassi di ospedalizzazione per disturbi mentali, disturbi da sostanze e tassi di suicidio tra madri che avevano ricorso all’aborto indotto e gravidanze portate a termine14 . Un case-control study avente lo scopo di analizzare l’associazione tra aborto indotto, aborto spontaneo, e infertilità rispetto al rischio di disordini psichiatrici svolto su un campione di 57770 donne in Germania ha rilevato un’associazione positiva per tutte e tre le condizioni15. Comunque, altri studi sembrano andare in direzione opposta. Un problema classico in questo genere di ricerche è il controllo delle cosiddette variabili disturbanti, che sono costituite da quei fattori che possono influenzare nascostamente la relazione tra la variabile che si vuole spiegare (l’incidenza dei disturbi mentali) e la variabile di cui si vuole sondare l’effetto (l’aborto). Uno studio del Journal of Psychiatric Research16

ha utilizzato la tecnica del matching, una tecnica che permette di minimizzare l’impatto delle variabili confondenti appaiando gli individui del campione con individui con caratteristiche simili. Nonostante le donne che avevano abortito presentassero dei livelli di patologia superiori alla media, dopo aver stimato l’influenza delle variabili nascoste si è notato che le differenze tendevano a scomparire. 

Nemmeno – come ci ricorda un recente articolo17

e metanalisi e le revisioni sistematiche relative all’impatto dell’aborto sulla salute mentale della donna avrebbero risolto tale controversia. Constatando il contesto dei fattori ideologici, politici, legali, sociali, in cui le precedenti metanalisi erano state svolte, gli autori mettono a punto un- protocollo per una futura revisione sistematica e metanalisi che sia in grado di superarne i limiti. 

Conclusioni

Lo scopo di questo articolo era quello di mostrare come, dal mio punto di vista, l’aborto debba essere visto come un problema spirituale. Non si tratterebbe a mio avviso di un problema solo morale o solo di mancanza di conoscenze scientifiche attorno all’inizio della vita, ma di un problema di mancanza di sensibilità spirituale concreta dovuta al peccato: ho chiamato questa mancanza “cecità spirituale”. 

Dopo aver dato una definizione del problema della cecità spirituale, ho cercato quindi di vederla in connessione al peccato, in particolare al peccato delle origini come momento iniziale di una separazione da Dio e dai fratelli. È questa frattura che produce il male morale, compreso l’aborto. La fede in qualche modo ci riporterebbe invece all’unità originaria, e ci educherebbe a una sensibilità – una coscienza dell’unità – che ci allontana dalla possibilità di fare il male. 

Ho quindi cercato di spiegare come nel caso dell’aborto agisca il mistero di una cecità inedita, in quanto si tratta di una pratica odiosa, che va contro proprio gli stessi principi che rivendichiamo e contro le conoscenze scientifiche a nostra disposizione rispetto all’inizio della vita. 

Ho argomentato poi che l’aborto non sia compatibile con lo sviluppo dell’autorealizzazione intesa come la tendenza a vivere nello stato dell’amore. L’aborto infatti implicherebbe uno stato di separazione rispetto al nascituro, sia come opzione pratica che come opzione ideale.

Successivamente ho ipotizzato, separatamente, quali dovrebbero essere i presupposti spirituali necessari per aderire alla scelta abortiva nella pratica che nella teoria. In entrambi i casi è necessario operare cesure e dimenticanze, rispetto a quello che sappiamo sull’inizio e sulla continuità della vita uterina, ma la donna deve operare una più forte separazione, in quanto a essere in gioco è in un certo senso il frutto stesso delle sue viscere. 

Infine, ho dedicato l’ultima parte di queta breve trattazione al tema delle conseguenze psicologiche dell’aborto. Su questo punto non abbiamo delle certezze scientifiche in quanto gli studi hanno dato, finora, esiti in parte discordanti. Ho suggerito che si potrebbe invece ragionare in termini metafisici, vedendo l’aborto come un possibile evento critico che rompe quell’unità trascendente con Dio in cui l’uomo ritrova pace e armonizza i suoi affetti. Questo non è un giudizio di condanna. Ogni frattura può essere recuperata e risanata, in quanto la Grazia e la misericordia di Dio sono davvero grandi. Basta solo volerlo.

In definitiva, l’aborto è un problema di sensibilità verso la vita umana e verso un essere umano nascente. Questa mancanza di sensibilità che si accompagna alla scelta abortiva oggi emerge come un prepotente distacco rispetto alle conoscenze scientifiche in nostro possesso circa l’inizio della vita. La fede vera, che si accompagna a una trasformazione del cuore, dovrebbe darci una sensibilità tale da metterci al riparo dal commettere tale peccato. In definitiva, queste considerazioni rimandano alla necessità di lavorare, a livello spirituale e culturale, per lo sviluppo della coscienza umana nella direzione di una sempre maggiore apertura e sensibilità.

Bibliografia

Articoli

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  • Z. Seligmann, Psicologia tomista: tra luci e ombre, 2025 https://www.psicologiacattolica.it/psicologia-tomista-tra-luce-e-ombre/

Libri e documenti religiosi

  • Catechismo della Chiesa Cattolica. (2017) Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano
  • Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes 
  • La Sacra Bibbia, (Unione Editori e Librai Cattolici Italiani – UELCI, Città del Vaticano, 2008)

Libri

  • G. Galeotti, Storia dell’aborto, Bologna: Il Mulino, 2003
  • G. Mieli, Il bambino non è un elettrodomestico: gli affetti che contano per crescere, curare ed educare, Milano: Feltrinelli Editore, 2017
  • L. Borriello, E. Caruana, M.R. del Genio, N. Suffi, Dizionario di mistica, Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 1998  
Note

1. J Bearak, A Popinchalk, B Ganatra, A-B Moller, Ö Tunçalp, Beavin et al. “Unintended pregnancy and abortion by income, region, and the legal status of abortion: estimates from a comprehensive model” for 1990–2019. Lancet Glob Health. 2020 Sep; 8(9):e1152-e1161. doi: 10.1016/S2214-109X(20)30315-6.
2.L. Borriello, E. Caruana, M.R. del Genio, N. Suffi, Dizionario di mistica, Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 1998, pag. 42
3. La Sacra Bibbia, (Città del Vaticano: Unione Editori e Librai Cattolici Italiani – UELCI, 2008)
4. Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 51
5. G. Galeotti, Storia dell’aborto, Bologna: Il Mulino, 2003
6. M.L. Condic, “When Does Human Life Begin? A Scientific Perspective”, The National Catholic Bioethics Quarterly, Volume 9, Issue 1, Spring 2009, pag. 129-149, https://doi.org/10.5840/ncbq20099184
7. Sempre seguendo il suddetto studio, durante la fecondazione lo speramatozoo penetra nell’ovocita, formando lo zigote umano (realizzando la singamia), ovvero la fusione della membrana dello spermatozoo con quella dell’ovocita. Lo zigote umano ha caratteristiche indipendenti dall’ovulo e dallo spermatozoo e possiede i presupposti molecolari che interagendo generano le relazioni necessarie per lo sviluppo dell’embrione. Lo zigote umano ha quindi le caratteristiche del modello umano, ovvero di un’organizzazione finalizzata allo sviluppo di un corpo umano maturo. Lo sviluppo umano è un processo continuo che inizia con lo zigote, prosegue con l’embriogenesi, la fetogenesi e quindi la nascita.
8. SA. Jacobs “The Scientific Consensus on When a Human’s Life Begins” Issues Law Med. 2021 Fall;36(2):221-233. PMID: 36629778.
9. G. Mieli, Il bambino non è un elettrodomestico: gli affetti che contano per crescere, curare ed educare, Milano: Feltrinelli Editore, 2017, pag. 28
10. Mieli, Il bambino non è un elettrodomestico, pag. 28.
11.Mieli, Il bambino non è un elettrodomestico, pag. 28
12. Z. Seligmann, Psicologia tomista: tra luci e ombre, 2025 https://www.psicologiacattolica.it/psicologia-tomista-tra-luce-e-ombre/
13. Q. Zhang, N. Wang, Y. Hu et al. “Prevalence of stress and depression and associated factors among women seeking a first-trimester induced abortion in China: a cross-sectional study”, Reprod Health 19, 64 (2022). https://doi.org/10.1186/s12978-022-01366-1
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